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Lafaille, fuga dall’Annapurna

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"Ho freddo, ho paura. Eppure so che devo iniziare la discesa, adesso o mai più… ciò che voglio è salvarmi la pelle". E’ la voce di Jean Christophe Lafaille, uno dei più forti alpinisti di tutti i tempi, a raccontare la sconvolgente storia della sua fuga dalla parete Sud dell’Annapurna dopo l’incidente che ha portato alla morte del suo compagno di cordata Pierre Beghin. Lafaille, con un braccio rotto dopo un volo di oltre 150 metri, raccoglie ogni briciolo di energia che ha nel corpo e intraprende la durissima discesa che lo condurrà alla salvezza.

Il ritmo è veloce, la storia avvincente. Non si riesce a staccare il naso dalle pagine di questo splendido libro scritto da Lafaille dopo la tragedia vissuta sulle pendici dell’Annapurna nel 1992, durante la sua prima esperienza in Himalaya. Un vero battesimo di fuoco.

La spedizione fu ideata dal leggendario Beghin, e Lafaille aderì con entusiasmo, senza avere la minima idea del dramma che avrebbe dovuto affrontare. I due alpinisti raggiunsero la montagna e intrapresero un itinerario del tutto nuovo verso la vetta, in puro stile alpino. Ma a 7400 metri circa, una bufera li sorprende e li costringe a ripiegare.

La parete è verticale e impraticabile con la bufera. I due iniziano a scendere in doppia, con sicurezze precarie perchè, scegliendo lo stile alpino, avevano scelto di portare con sè poco materiale. Al quinto tiro, la tragedia.

"La corda si è spezzata di netto – scrive Lafaille -. Il friend non ha tenuto. E Pierre è caduto, senza un grido". Beghin scompare nel vuoto con la corda e buona parte del materiale. Lafaille resta lassù, da solo, spaventato. Ha poca esperienza, ma infinito coraggio: in qualche modo supera il pendio di 75 gradi che lo separa dal bivacco, dove trova 20 metri di corda.

Con ancoraggi di fortuna, tipo chiodi della tenda e bottiglie di plastica, raggiunge una piccola corda fissa lasciata da Beghin in salita. Ma qui viene colpito da una scarica di sassi e si rompe un braccio. Non ha modo di comunicare con nessuno: rimane lì per due giorni, nella vana speranza che qualcuno si accorga da là sotto dell’incidente e decida di avviare un’operazione di soccorso.

Gli sloveni al campo base, in effetti, se ne accorgono. Ma ritengono troppo pericoloso un tentativo di salvataggio, e nessuno si muove. Alla fine, l’istinto di sopravvivenza ha la meglio. Lafaille, sfinito e dolorante, si alza e prosegue da solo, arrangiandosi con una mano e, dove necessario, con i denti.

Trova un’energia che non sapeva nemmeno di avere, dimentica persino il dolore. E scende. Scende fino al campo base, dove arriva senza sapere più nemmeno chi è. Ma la sua vita è salva.

"Prigioniero dell’Annapurna" è la storia vera di quest’avventura e di quelle successive sulla stessa montagna, che Lafaille riuscirà a scalare soltanto nel 2002. Quattro anni prima di scomparire nel nulla durante una solitaria sul Makalu.

 

 Sara Sottocornola

 

 

Titolo: Prigioniero dell’Annapurna
Autore: Jean Christophe Lafaille
Casa editrice: Cda & Vivalda
Pagine 178
Prezzo: 16 euro

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