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Merelli: dopo lo Shisha vorrei il Gasherbrum

6 settembre 2005 – E’ uno degli alpinisti più famosi del circuito mondiale. Nel suo carnet ci sono quasi tutte le montagne più alte e difficili del pianeta. Eppure parlare con Mario Merelli – classe 1962, di Valbondione (Bergamo) – è come parlare con un vecchio amico. Lontano dai "divismi" tipici di alcuni suoi colleghi, Merelli – interpellato mentre attendeva l’aereo per il Tibet – racconta della sua nuova spedizione allo Shisha Pangma (8027 metri) per commemorare il 150esimo della conquista del Monte Rosa.

 

merelliMerelli, dopo l’Annapurna e il Broad Peak dei mesi scorsi, ora torna sullo Shisha Pangma…

Conosco lo Shisha Pangma abbastanza bene. E’ la terza volta che lo salgo. La prima volta è stata nel 1998. Poi nell’ottobre del 2003 ho raggiunto la vetta "middle". Stavolta mi piacerebbe ridiscenderlo con gli sci. Dopo Nepal, Pakistan concludo l’anno con il Tibet.

Qual è la montagna che l’affascina di più?

Sicuramente il K2. Purtroppo non sono mai riuscito a salire in vetta. Il mio sogno si è fermato a pochi metri dalla cima. Lo scorso anno, con la spedizione "K2 2004 cinquant’anni dopo" ho raggiunto quota 8100. Mancava solo la parte sommitale dello sperone Abruzzi. Ma la testa non mi reggeva più e ho deciso di scendere finchè ero in tempo. Sa, il K2 non perdona. Delle recenti esperienze ricordo molto volentieri l’Annapurna. Ma sa, le montagne sono come le fidanzate: "Ricordi sempre volentieri l’ultima".

Dopo lo Shisha Pangma, quali sono i suoi progetti futuri?

Mi piacerebbe tentare l’ascesa al Gasherbrum 1 e 2. Si tratta di un impegno molto tecnico che ha bisogno di una lunga preparazione.

Il grande pubblico si chiede sempre cosa sia la paura per gli alpinisti?

La paura è un sentimento sempre presente in ogni alpinista. Spesso la devi tenere sotto controllo. Altre volte ti salva la vita. E’ quella cosa che ti fa pensare due volte prima di fare qualche scelta avventata. Prima di fare un passaggio magari bello ma impossibile da affrontare se non a rischio della pelle. Anche se è evidente che quando parti hai sempre voglia di salire fino in cima.

Ma qual è la dose di rischio che siete disposti a correre?

Non ci sono montagne che valgono una vita. E’ vero che se non ci si mette in gioco, anche sull’Ottomila più facile, altrimenti non si arriva in cima. Servono capacità, dedizione e concentrazione. Ma la vita non ha prezzo.

merelliannapurnaQuanto conta una squadra affiatata sugli "ottomila"?

Gli ottomila sono molto diversi dalla tradizionale salita alpina. Sugli ottomila si procede slegati a  mezz’ora di distanza l’uno dall’altro. Non ci sono i tempi per consultarsi velocemente. L’affiatamento sta a priori. Nell’impostazione della scalata. Nelle decisioni comuni che vengono prese prima della salita. Sentendo l’opinione di tutti.  

Qualcuno sostiene, polemicamente, che gli ottomila non sono vero alpinismo. Lei cosa ne pensa?

Vede, di alpinisti che fanno gli ottomila ne ho conosciuti tanti in vent’anni. E le assicuro che quando li guardi in faccia, al termine di una scalata, gli leggi sul volto che non è stata facile. Mai. Nella storia di ciascuno ci sono scalate locali, poi sulle Alpi, poi sulle grandi montagne. Per qualcuno gli ottomila sono un punto d’arrivo. Per altri una tappa del percorso. Le spedizioni oggi sono come lo sci: tendono a specializzarsi.

Quindi gli ottomila sono una sorta di passaggio obbligato per un alpinista completo?

Certamente. Un buon alpinista deve avere qualche ottomila nel suo bagaglio tecnico. A un certo livello, è un’esperienza che non può mancare. Va provata. Se non altro per capire qual è il campo in cui specializzarsi: roccia, ghiaccio, falesie, ottomila e così via.

 

nelle foto: sopra, primo piano di Mario Merelli. Sotto, l’alpinista in vetta all’Annapurna

 

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