Alpinismo

Matteo Della Bordella: servono nuove strategie per le scalate in Patagonia

Il Ragno di Lecco fa il punto sull’ultima spedizione e ribadisce la sua intuizione: il cambiamento climatico richiede un ripensamento delle tempistiche per scalare “in sicurezza” fra le montagne australi.

A pochi giorni dal rientro dalla sua ennesima spedizione patagonica abbiamo fatto quattro chiacchiere con Matteo Della Bordella, per fare un bilancio della trasferta e capire il perché della scelta di partire a fine febbraio, ovvero proprio alla fine dell’estate australe.

Matteo, perché assieme al tuo compagno Giacomo Mauri quest’anno avete deciso di affrontare la trasferta patagonica nel mese di marzo?

“I motivi sostanzialmente sono due. Il primo è legato semplicemente ai miei impegni familiari: all’inizio di quest’anno, infatti, è nata Ida, la mia secondogenita, e ho voluto stare un po’ con lei e con la mia famiglia prima di affrontare la spedizione… L’altra ragione è più tecnica e strategica. Nelle ultime stagioni mi sono accorto che, nel pieno della stagione estiva, le finestre di bel tempo in Patagonia sono accompagnate da temperature sempre più elevate, che rendono sempre più pericolosa la scalata delle pareti più grandi e complesse.

Ne abbiamo avuto una tragica dimostrazione nel 2022 con l’incidente che ha coinvolto Korra Pesce e Tomy Aguilò negli stessi giorni della nostra salita della nuova via al Torre. Per questo volevo sperimentare come potessero essere le condizioni spostandosi ai margini della classica stagione estiva”.

Risultato dell’esperimento?

“Diciamo che quest’anno non ho avuto grandi opportunità di mettere alla prova la mia “teoria”. Il mese di marzo è stato sicuramente più freddo di quelli che lo hanno preceduto, ma purtroppo non ha offerto finestre di bel tempo abbastanza ampie per poter affrontare le salite più lunghe e impegnative che avevamo in programma”.

Quindi il bilancio di questa trasferta si può classificare come “fallimento”?

“Starei molto attento a fare una valutazione così drastica. Sicuramente non siamo riusciti a fare quello che avevamo in mente, ma abbiamo comunque avuto la possibilità di ripetere una bellissima via come Bizcochuelo, un itinerario di 450 metri fino al 7b+ aperto nel 1986 sul pilastro est di El Mocho da Gian Carlo Grassi, Roberto Pe e Mauro Rossi. Di sicuro è valsa la pena di essere lì e di condividere l’esperienza con Giacomo, uno scalatore che, pur molto giovane, ha dimostrato esperienza e capacità davvero straordinarie. In poco tempo è stato in grado di fare una crescita che io alla sua età non avevo ancora assolutamente maturato”.

Dunque resti convinto che in futuro i cambiamenti climatici porteranno a ripensare la stagionalità di certe salite patagoniche come è avvenuto sulle Alpi?

“Il futuro è già qui! In Patagonia le condizioni cambiano in modo ancora più rapido ed evidente che sulle Alpi. Da quando io ho cominciato a frequentarla, quindici anni fa, ho visto una trasformazione davvero impressionante dei ghiacciai e dei funghi sommitali delle cime. Certo quest’anno è stato un po’ meno caldo dei precedenti, ma la tendenza è evidente e incide sulle condizioni degli avvicinamenti e sugli itinerari che si possono affrontare.

Ci sono grandi vie che già da tempo non sono più percorribili in estate. Penso ad esempio alla Supercanaleta del Fitz Roy: ormai nella stagione più calda si trasforma in un canale di sfasciumi pericolanti e le stagioni in cui viene salita sono sostanzialmente l’inverno e la primavera. Per quanto mi riguarda penso che il prossimo anno tornerò in Patagonia nella stagione “classica”, consapevole però del fatto che, con il caldo, certi obiettivi come lo stesso Cerro Torre, saranno da evitare”.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close