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L’isola Bouvet, un paradiso “fantasma” ai confini del mondo

Nell’Oceano Atlantico meridionale si cela un’isola che…non c’era. Si tratta dell’isola vulcanica subantartica di Bouvet, avvistata per la prima volta il 1 gennaio 1739 dal comandante francese Jean Baptiste Charles Bouvet de Lozier, all’epoca al servizio della Compagnia Francese delle Indie Orientali. A voler essere precisi, il comandante non era neanche certo del fatto che si trattasse di un’isola in quanto non fu in grado di circumnavigarla e lasciò dunque aperta l’ipotesi che si trattasse di una porzione di continente. Considerandola un promontorio antartico, la ribattezzò “cape de la Circoncision”. Inoltre non fu in grado di registrarne la posizione corretta. Ci volle del tempo per arrivare a concludere che si trattasse di un’isola e soprattutto che esistesse davvero, in quanto per decenni nessuna nave di passaggio riuscì ad avvistare il remoto pezzo di terra, totalmente ricoperto dai ghiacci e avvolto spesso dalle nebbie. O forse fu anche avvistata, ma scambiata per un iceberg. Venne pertanto catalogata come “isola fantasma”.

Il ritorno dell’isola fantasma

Finalmente, nel 1808, il capitano di una baleniera inglese, James Lindsay, si imbatté nuovamente nell’isola Bouvet. Anche lui non vi sbarcò ma riuscì a definirne una posizione più precisa. Oggi sappiamo che le coordinate siano le seguenti: latitudine di 54°26′ S; longitudine di 3°24′ E. Per comprendere “dove ci troviamo”, la terra più vicina è a “soli” 1700 km di distanza, ed è la Terra della regina Maud, in Antartide. 1600 km più a nord troviamo l’isola Gough, mentre la località abitata più vicina è rappresentata da Cape Agulhas in Sudafrica, 2200 km a nord-est.

Un territorio di nessuno divenuto norvegese

Il merito del primo sbarco sull’isola va, forse, al Capitano americano Benjamin Morrell, che nel 1822 vi arrivò per dare la caccia alle foche. In realtà nel suo diario Morrell pare non abbia citato la presenza dei ghiacci, che ricoprono quasi totalmente l’isola. Un dettaglio che rende dubbia la sua effettiva discesa sull’isola.

Pochi anni più tardi, nel 1825, fu la volta del Capitano britannico George Norris, che vi sbarcò in maniera certa e propose per l’isola il nome di “Liverpool Island”, reclamando che fosse riconosciuta come territorio della Corona Britannica. Nel 1898 l’isola fece la sua comparsa sulle carte nautiche, a seguito di una rilocalizzazione ad opera della spedizione tedesca della nave Valdivia.

Nel 1927 arrivò finalmente un equipaggio norvegese, guidato da Harald Horntved, a stanziarsi sull’isola per circa un mese, avviandone la prima esplorazione. Nel corso della spedizione vennero effettuati studi scientifici e misurazioni oceanografiche e si raggiunse il punto più elevato dell’isola, noto come Olavtoppen, a 780 metri di quota. I norvegesi avviarono una rivendicazione territoriale e scelsero per l’isola il nome di Bouvetøya. Il Regno Unito non si oppose a tale richiesta e si arrivò all’annessione del territorio alla Norvegia. Dal 27 febbraio 1930 l’isola è riconosciuta come dipendenza territoriale norvegese. Dal 1971 l’isola e le acque territoriali sono tutelate dalla istituzione di una riserva naturale.

Gli “abitanti” dell’isola

I circa 50 chilometri quadrati dell’isola Bouvet sono ricoperti per oltre il 90% da ghiacci e si caratterizzano per la presenza di suggestive scogliere e spiagge di sabbia nera. Non è stabilmente abitata ma accoglie spedizioni di ricercatori e qualche intrepido turista estremo. La vasta presenza di ghiacci e il pack che spesso la circonda, non rendono facile uno sbarco. Non esistono porti e il punto di accesso più agevole è nella porzione nordoccidentale dell’isola, nella zona nota come Nyrøysa, area quasi del tutto priva di ghiaccio, ricca in pietra lavica e ghiaie, che sembrerebbe nata da una eruzione avvenuta negli anni Cinquanta del secolo scorso, da cui il nome traducibile in “nuovo tumulo”. Nella zona è presente una stazione meteorologica e fino al 2006 vi era anche una base di ricerca, distrutta da un terremoto.

Dire che l’isola sia disabitata è in realtà errato, se ampliamo la prospettiva oltre l’antropocentrismo. Vi è infatti una rappresentanza vegetale, composta da alghe, muschi e licheni, e sono presenti anche animali. Oltre alle foche citate in riferimento alla storia del capitano Lindsay, sono presenti elefanti marini e leoni marini. Nei pressi della costa si possono avvistare orche, megattere e balene. Abbondano inoltre gli uccelli, volanti e non, quali prioni antartici, procellarie della neve, albatros sopracciglio nero e pinguini, in maggioranza pinguini macaroni, associati a un più scarno numero di pigoscelidi antartici. La loro cospicua presenza ha portato l’isola ad essere riconosciuta come Important Bird Area dall’associazione BirdLife International. Un paradiso da preservare.

Due curiosità sull’isola

  • Piccolo aneddoto legato all’area Nyrøysa. Nel 1964, un equipaggio sbarcato nella zona, effettuò una scoperta che resta ancora oggi un mistero. Fu trovata una scialuppa di salvataggio abbandonata. Da dove poteva mai provenire una scialuppa di salvataggio, in una zona priva di rotte commerciali? E che ne era stato dell’equipaggio? Domande che restano senza risposta.
  • L’isola di Bouvet è stata scelta come ambientazione per la realizzazione del film di fantascienza “Alien vs Predator” (USA, 2004, 101′), a firma del regista Paul W.S. Anderson.

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3 Commenti

  1. Ho letto molto su questo piccolo paradiso ghiacciato, già solo il poter raggiungerlo è un’impresa e si dice che le sue vicinanze siano state usate per un test nucleare segreto vista la remotezza del posto! Sarebbe interessante poterla vedere, ma direi che è un po’ tanto complicato!

    1. Sì, vero, nel settembre 1979. Il turismo diciamo che esiste, non autonomo ma legato a spedizioni e c’è da sperare che resti così limitato. Già il cambiamento climatico sta piegando anche i paradisi più remoti, se possiamo evitare di peggiorare le cose con la nostra presenza ingombrante e lesiva è meglio!

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