AlpinismoStoria dell'alpinismo

19 luglio 1922, Enrico Iannetta e compagni vincono il Paretone del Gran Sasso

Una sera di luglio di cento anni fa, sei giovani alpinisti romani si sistemano per la notte in un bosco ai piedi della muraglia rocciosa più alta dell’Abruzzo. Piantano le tende, raccolgono legna per il fuoco, preparano da mangiare, vanno a dormire. Sopra di loro, gigantesca, la parete nasconde le stelle. La quota del campo è di milleduecento metri. Arrivare fin qui dal borgo di Casale San Nicola richiede poco più di un’ora. I sei sono arrivati al bivacco dall’alto, con due giornate di cammino. La prima salita del Paretone, la parete Est della Vetta Orientale del Corno Grande, sarà il momento centrale di una settimana faticosa. 

Per chi arriva da Roma, in quegli anni, la via per il Gran Sasso è una sola. La Salaria, Rieti, Antrodoco, Sella di Corno, L’Aquila, poi i ripidi sentieri del massiccio. Il 16 luglio, i sei salgono a piedi al rifugio Duca degli Abruzzi, inaugurato nel 1908 sulla cresta della Portella. Una sgambata di cinque o sei ore, con gli zaini appesantiti da corde, tende, pentole e scorte di cibo. L’indomani Enrico Iannetta, Michele Busiri, Mario Giaquinto, Raffaello Mattiangeli, Raffaele Rossi e Giulio Tavella seguono la cresta fino al Monte Aquila, belvedere sul Corno Grande e Campo Imperatore. Una ripida cresta erbosa li porta alla sella del Vado di Corno. Da qui scendono sul versante teramano, tra prati e rocce e poi per una mulattiera nel bosco. Traversato il Vallone dell’Inferno, risalgono tra i faggi fino a una radura ai piedi della grande parete. 

La grande parete non è mai stata tentata, e i suoi toponimi (Paretone, i Pilastri, la Farfalla) nasceranno trent’anni dopo grazie a Silvio Jovane, un altro forte alpinista romano. Il 18 luglio i sei cercano di studiare la parete, ma sono troppo vicini alla base per capire qualcosa. Iannetta, in precedenza, ha studiato e disegnato la parete dal borgo di Fano a Corno. Oltre il bosco sale un ripido canalone erboso, più in alto s’intravedono delle grandi terrazze sorvegliate da gigantesche pareti, poi un nuovo canalone sembra condurre verso la cima.

Enrico Iannetta

Nato a Roma nel 1889 da una famiglia di origine ciociara, Enrico Iannetta è un uomo solitario e tenace, che non si lascia contagiare dalla passione per la penna. Di suo pugno ci arrivano solo le relazioni delle sue salite sul Corno Piccolo e sul Corno Grande, apparse sulla Rivista Mensile e sulla stampa della Sezione di Roma del CAI. Per il resto dobbiamo affidarci alle ricostruzioni di Stanislao Pietrostefani, autore del suo necrologio nel 1955, e del quartogenito Sandro che, nonostante i 55 anni di differenza, è per anni il compagno di avventure del padre. Sappiamo che il giovane Enrico ama le lunghe camminate, le nuotate nel Tevere, le gite in bicicletta sulle strade del Lazio dei primi anni del Nocevento. Sappiamo che scopre la montagna invernale a Tagliacozzo, e che è tra i promotori del Gruppo Romano Skiatori e poi della SUCAI, la Sezione Universitaria del CAI. Secondo Sandro Iannetta, questo crea degli screzi tra il padre e la Sezione di Roma che ha ancora “un carattere chiuso e piemontese”. Nel 1916, da sottotenente degli alpini, Enrico è tra i protagonisti della conquista del Passo della Sentinella, nel 1917 viene decorato con due medaglie d’argento. Dopo la Grande Guerra, Iannetta si dedica a esplorare l’Appennino. Nel 1919, con Giuseppe Marchetti, apre una via sul Torrione Cambi, che all’epoca è il Torrione Centrale. Poi scopre le rocce del Morra, nel Lazio. 

Un anno dopo, insieme a Carlo Franchetti, esplora i Meri, le impressionanti grotte del Monte Soratte, dove scende da solo, con una scala a pioli e una corda, un pozzo verticale di 135 metri. Dal 1920, sulle Alpi, sale la Marmolada, il Sassolungo, l’Ortles, il Gran Zebrù e varie vette delle Dolomiti di Sesto. Nel 1939, per solidarietà con la moglie Agnese Ajò, epurata dal CAI perché ebrea, Iannetta lascerà l’associazione, in cui non rientrerà dopo il ritorno della pace. Nel 1944, da funzionario dell’INPS, bloccherà un importante trasferimento di fondi dalle casse dell’Ente a quelle della Repubblica Sociale Italiana. 

La salita

Il 19 luglio del 1922 i sei alpinisti di Roma si svegliano prima dell’alba, nascondono tende e fornelli, seguono il canalone che li porta rapidamente verso l’alto. Da un forcellino erboso continuano per prati sempre più ripidi fino a un nuovo canalone roccioso. Si legano in due cordate da tre (Jannetta con Giaquinto e Busiri, Tavella con Mattiangeli e Rossi), e salgono ancora in direzione dello strapiombo che verrà più tardi chiamato la Farfalla.
Il terreno è friabile e infido, l’esposizione aumenta. Gli alpinisti traversano a destra su un “ampio e inclinatissimo lastrone ricoperto di instabile detrito”, che richiede “attenzione e manovre di sicurezza”. Delle rocce migliori li portano a un piccolo nevaio, ai piedi delle imponenti strutture che verranno battezzate Pilastri. 

Un altro passaggio su rocce ripide e instabili porta all’imbocco del canalone che taglia la parte alta della parete, e che oggi è noto come Canale Iannetta. Ripide lingue di neve occupano il solco, e occorre passare più a destra. Cenge e rampe erbose, si alternano a salti di roccia compatta, con difficoltà tra il secondo e il terzo grado, e la stanchezza inizia a farsi sentire. 

Il gruppo esce sulla cresta sommitale alle 15.30, poi continua per un aereo sentierino fino ai 2904 metri della Vetta Orientale che raggiungono dopo 12 ore dalla partrenza. Per scendere, Enrico e compagni tornano all’Anticima, scendono al ghiacciaio del Calderone, raggiungono il Passo del Cannone e continuano verso Campo Pericoli, la Sella di Monte Aquila e il rifugio Duca degli Abruzzi, dove arrivano, felici e stravolti, alle 19.45. 

Dopo un altro giorno di riposo, con i soli Busiri e Tavella, Enrico Jannetta torna al Passo del Cannone, scende alla Sella dei Due Corni, e vince la parete Est del Corno Piccolo percorrendo in salita e in discesa uno spigolo e poi un canalone ghiaioso a sinistra del Monolito. Le difficoltà sono modeste.

In vista della cima, però, lannetta ha uno scatto d’orgoglio. Lascia la sicurezza del canale, e sale un’elegante fessura sinuosa, al limite del quarto grado, sulle rocce del torrione che oggi chiamiamo Monolito. Al termine dell’estate successiva, con il lombardo Aldo Bonacossa, Enrico traccerà da capocordata due vie molto più belle sul Corno Piccolo. Prima la cresta Nord-est e poi la Cresta Ovest, o delle Spalle. 

Non si possono fare paragoni tecnici con le Dolomiti, dove sta per arrivare il sesto grado. Le vie di Iannetta, però, portano sulle rocce del Gran Sasso la “rivoluzione del coraggio” che Paul Preuss e i suoi contemporanei hanno già fatto sulle Alpi calcaree, lasciando la sicurezza dei camini per scalare su creste e pareti aperte. 

Oggi basta uno sguardo ai due Corni per ricordare i sogni e le avventure di Enrico Iannetta. Le rampe e le rocce esposte del Paretone, le placche sfuggenti delle Spalle, l’affilata cresta Nord est del Corno Piccolo sono vie classiche, eleganti, che cambiano la storia del Gran Sasso. E che vengono apprezzate e ripetute anche oggi. 

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