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Breve storia di come il turismo montano da elitario è diventato di massa

Nel corso dell’800 la crescita esponenziale della popolazione delle grandi città e la nascita delle prime industrie sta trasformando l’orizzonte urbano in un ambiente sovraffollato e caotico, spesso contraddistinto da condizioni ambientali degradate e nocive per la salute. Chi se lo può permettere si rivolge dunque alle vallate alpine in cerca di un eden perduto di armonia e salubrità. Lì si possono ritrovare la pace e la bellezza ormai scomparse dalla dimensione cittadina. Anche il contesto sociale delle piccole comunità rurali, un tempo guardato con supponenza e superiorità, viene idealizzato come esempio di un’umanità più autentica e originaria, che rispecchia il mito del buon selvaggio divulgato dagli scritti del filosofo Jean-Jacques Rousseau.

Diverse località alpine, in particolare quelle del territorio svizzero, diventano centri di ricreazione dove i cittadini più abbienti ritrovano tutti gli agi e i lussi della dimensione urbana, senza doverne subire i disagi. Siamo ormai al concetto contemporaneo di “vacanza” e la montagna, ancor prima e ancor più del mare, è la destinazione d’eccellenza di questa pratica, un luogo dove si va per recuperare le energie e curare il corpo e lo spirito. Ormai il turismo alpino è divenuto qualcosa di diffuso e importante, ma è ancora ben lungi dall’essere quel fenomeno di massa che oggi conosciamo.

La nascita della classe operaia

Il cambiamento radicale avviene fra la fine dell’800 e l’inizio del XX secolo, quando alle montagne arrivano gli esponenti della nuova classe proletaria. Sino ad allora il “loisir”, il tempo libero, era stato un bene di lusso dal quale i ceti popolari erano totalmente esclusi. Nella società contadina non c’era tempo da dedicare al riposo. La coltivazione della terra e l’allevamento degli animali richiedeva cure continue, senza possibilità di interruzione alcuna. Con l’avvento della società industriale, invece, le masse operaie, per quanto soggette a ritmi e condizioni di lavoro durissimi, riescono a conquistarsi il diritto ad almeno una giornata settimanale di riposo. Per moltissimi l’osteria è la destinazione ideale dove impiegare questo tempo libero, ma c’è anche chi si rifiuta di cercare la felicità nel fondo di un bicchiere e sente il bisogno di realizzarsi in altro modo.

Le grandi città industriali che si vanno sviluppando, in particolare nell’Italia settentrionale, non sono poi così lontane dalle Alpi e questa distanza è resa ancora più breve dalla costruzione delle prime linee ferroviarie. Le montagne, soprattutto le alture prealpine, diventano quindi la destinazione più ovvia del nuovo turismo popolare: un paradiso al quale si può accedere al ragionevole prezzo di un biglietto del treno.

Nei primi anni del 900, ogni domenica, sui sentieri delle Prealpi piemontesi e lombarde, fino a poco tempo prima frequentati da pochi pastori, contadini e boscaioli, si riversano centinaia, migliaia di operai. Non sono raffinati uomini di cultura immersi in profonde meditazioni metafisiche e neppure arditi alpinisti mossi dalla volontà di conquistare vette intonse. Sono semplici camminatori, escursionisti che cercano il piacere di una giornata trascorsa all’aria aperta e in buona compagnia. Sono permeati dallo spirito cooperativo che gli ha consentito di lottare contro le prevaricazioni dei padroni e questo li porta spontaneamente ad unirsi in svariate di associazioni di promozione sociale i cui nomi rendono perfettamente l’idea dello spirito con cui vengono costituite. Fra le più note ci sono l’UOEI, Unione Operaia Escurisonisti Italiani, e l’APE, Associazione Proletari Escursionisti, originariamente Associazione Antialcolica Proletari Escursionisti.

Gli operai sanno bene che l’unione fa la forza e che la quantità è anche qualità. L’intento è quello di portare più persone possibili in montagna e per fare questo si dà il via ad un immenso lavoro di tracciatura e segnalazione di nuovi sentieri e alla costruzione di strutture che possano ospitare questi nuovi frequentatori delle Alpi. Nei primi anni del 900, nelle località prealpine di media montagna, sorgono decine nuovi rifugi. Non sono gli hotel extra lusso dei viaggiatori del Gran Tour, ma neppure le spartane capanne di alta quota dei pionieri dell’alpinismo. Un letto in camerata senza lenzuola e con coperte di lana ruvida, un piatto caldo di minestra e vino sfuso in abbondanza sono lo standard della nuova ospitalità alpina popolare.

Nel frattempo la “scoperta” dello sci da discesa, inizialmente appannaggio esclusivo delle classi più elevate porta i turisti in montagna anche nella stagione invernale. Si tratta ovviamente di un’attività pionieristica, che poco lascia presagire rispetto a quella invasione e trasformazione dello spazio dell’alta montagna di cui lo sci diverrà protagonista a partire dagli Anni 50 e 60 del 900. Per arrivare a ciò occorrerà ancora un altro passaggio evolutivo, quello tragico della Prima guerra mondiale.

Il ruolo dello sci da discesa

Secondo molti storici è proprio nelle battaglie della “guerra bianca” combattuta sul fronte fra Italia e Austria che, per la prima volta, gli uomini hanno preso consapevolezza della possibilità di poter “abitare” le quote più alte in ogni condizione e in ogni stagione dell’anno, e si sono dotati dei mezzi per poterlo fare. Quando il conflitto ebbe termine il mondo della pianura era ormai pronto per la definitiva colonizzazione delle terre alte.

Già negli Anni 20, in Francia (guarda caso proprio a Chamonix) nascono le prime stazioni sciistiche che, un poco alla volta, si diffondono in tutte le Alpi. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, lo sci è ormai uno sport diffuso e praticato anche dalle classi medie se non proprio da quelle popolari.

È a partire dagli anni 60, con il boom economico, che il weekend sugli sci diviene parte della routine vacanziera di gran parte della popolazione europea. A partire da quegli anni le Alpi (e le altre aree montuose) conoscono un incremento di presenze mai visto fino ad allora, una vera e propria invasione turistica che cambia il destino di intere vallate, portando una ricchezza economica mai vista prima, ma ne trasforma anche radicalmente il tessuto sociale e culturale e il contesto paesaggistico.

Ancor più dei resort dell’800, le grandi capitali del turismo alpino che si sviluppano a partire dalla metà del XX secolo sono luoghi dove la città si trasferisce (in massa) in montagna, con tutte le sue abitudini e modelli abitativi (condomini e palazzoni compresi) e dove la potenza della tecnologia, che si manifesta nella costruzione di strade, arditi impianti di risalita, piste da discesa e strutture ricreative di ogni genere, modifica radicalmente l’ambiente per renderlo fruibile e spendibile in un’ottica turistica.

È la conclusione di un percorso durato tre secoli: lo spazio montano, fino a 300 anni fa completamente invisibile e negletto, è ormai completamente umanizzato, ma questo processo, oggi più che mai, rischia di distruggere fisicamente l’integrità e l’equilibrio ecologico di quello spazio e di annientarne proprio quell’alterità che ha rappresentato il suo elemento di maggior interesse e fascino. Servono nuove visioni, che riaprano i confini dell’ignoto e dell’avventura.

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3 Commenti

  1. In alcune località montane l’Inps fece costruire i sanatori antitubercolari…poi cessò la gestione, stessa ascesa e caduta per numerose colonie parrocchiali o di enti parastatali o aziende .Oggi molte di quelle casermone sono in abbandono o sono state vendute e cambiate di destinazione. Ricordo prime vacanze montane collettive in sedi di scuole elementari che in stagione estiva venivano svuotate di banchi e infarcite di letti, sale pranzo e cucine.Per non parlare di campeggi gestiti da scout o provveditorati agli studi.
    L’effetto principale era dI FIDELIZZARE I GIOVANI PER ALCUNE LOCALITA’ CHE POI SI CONTINUAVA A FREQUENTARE PER VACANZE ANCHE DA ADULTI CON PROLE E MAGARI ACQUISTANDO VILLETTE O APAPRTAMENTI.( INVARIABILMENTE NON PIU’ FREQUENTATI DAGLI EREDI AL MOTTO TUTTI AL MARE A MOSTRAR…: I TATUAGGI SCURI O COLORATI e preferibilmente all’estero con volo low cost). Alcune di queste localita’ son salite sul treno dello sci e degli impianti , altre rimangono ancor meta di pensionati fidelizzat iin una lontana giovinezza…e diventano argomento di tesi universitarie..

  2. Fra le organizzazioni alpiniste operaie ricordo anche il CAO (club alpino operaio) che ha ancora un rifugio a Brunate (luogo di residenze ultraelitarie). Ricorderei anche il ruolo dei grandi alpinisti operai: Cassin e Bonatti per dire facevano gli operai. E anche Buhl viveva di lavori umili. Quindi in realtà non c’è stata solo una colonizzazione turistica, quanto un protagonismo a tutti i livelli.

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