Alpinismo

Kilimanjaro 1967: così aprimmo una nuova via

 

Il cratere interno del Kibo, con triplice serie di scarpate e terrazzi. E’ chiamato Ash Pit dagfli inglesi (Foto M.A. Sironi, 1967)

VARESE — Una nuova via sulla parete ovest del Kilimangiaro. Protagonisti, un medico italiano innamorato dell’alpinismo e dell’Africa, una giovane geologa e degli alpinisti del Cai di Tortona. Montagna.tv ha raccolto per voi l’affascinate racconto di questa esperienza, direttamente da uno dei testimoni diretti di questa vicenda: Maria Antonia Sironi.

Tona  Sironi, alpinista prima che geologa e scrittrice, partecipò nel 1967 alla spedizione Barabino-Balletto che scalò per la prima volta il versante ovest del Kilimangiaro. Presidente di Eco-Himal Italia, da oltre vent’anni si dedica alla salvaguardia dell’ambiente e della cultura delle popolazioni montane, in particolare himalayane.
 
Il Kilimangiaro, 205 miglia a sud dell’equatore tra la Tanzania e il Kenya, con i suoi con i suoi 5.895 m. è la montagna più alta dell’Africa e uno dei vulcani più alti del mondo.
 
Maria Antonia Sironi, cosa ricorda di questa esperienza?
Era il 1967. Partii con Bruno Barabino, alpinista e medico che allora era presidente del CAI di Tortona, Mauro Calligaris di Torino e altri 2 compagni di spedizione. Abbiamo viaggiato ggregandoci a una qualche spedizione di Milano, poi il nostro gruppettino si è staccato per raggiungere Giovanni Balletto, che ci aveva organizzato la salita dal versante ovest del Kilimangiaro. 
 
Chi era Giovanni Balletto?
Per noi era “Giuàn”, ma è un personaggio fantastico, che andrebbe riscoperto. Fu prigioniero degli inglesi in Africa durante la seconda guerra mondiale. Un giorno, insieme a Felice Lenuzzi, riuscì a scappare dal campo di concentramento attraverso un buco nel reticolato. Ma invece che rientrare a casa, scalarono il monte Kenya per riuscire, tra mille difficoltà, a piantare la bandiera italiana sulla punta Lenana. E poi sono rientrati in carcere tra lo sconcerto di tutti…
 
Un’avventura che i giornali del tempo definirono "ammirevole follia" e "la più fantastica storia di fuga di tutta la guerra".
Sì. Su quest’avventura Belletto ha anche scritto un libro: “La fuga sul Kenya”. Dopo la liberazione dalla prigionia, Balletto è rimasto in Africa a fare il medico e ha costruito un ambulatorio alla base del Kilimangiaro. Si era innamorato di questa zona e ha finito la sua esistenza lì, dove faceva il missionario laico.
 
E quale percorso ha studiato per voi questo personaggio?
La via di Umbwe. Siamo saliti sul Kilimangiaro da ovest, la via del Barranco, con una traversata della foresta davvero spettacolare: l’avvicinamento era fatto dai neri con il macete, la strada non c’era.
 
Com’è stato viaggiare nella foresta?
La mattina intorno alla tenda trovavamo tracce del passaggio di leopardi. E poi lì piove tutti i pomeriggi. Il microclima è tale che genera molta umidità, per cui la mattina è bel tempo e poco dopo diluvia. Però, man mano che oltrepassi la zona e ti alzi arrivi sopra le nuvole. E’ bellissimo.
 
La scalata com’è stata?
Non particolarmente difficile. Credo che i passaggi massimi fossero di quarto grado, ma fu un arrampicata eccezionale su roccia lavica, visto che ci trovavamo sulla parete di un vulcano.
 
E la vetta?
Siamo arrivati sul bordo del cratere Kibo, il più alto dei tre che compongono il Kilimanjaro e che ha un cono centrale che si alza al suo interno. Come fosse l’anima della montagna. Noi siamo arrivati proprio su quella cima lì. Fuori c’era la neve, dentro dei gradoni che ricordano i gironi danteschi.
 
Oggi la via è ancora in uso?
Sinceramente non lo so. Non è una via difficile ed è molto spettacolare, ma rispetto alle altre è più impegnativa e allora l’avvicinamento era veramente troppo selvaggio per essere proposto ai turisti. Ricordo però che Balletto, con la nostra spedizione, aveva inaugurato un bivacco, un gabbiotto di lamiera poco sotto i quattromila metri di quota.
  
Ricorda un aneddoto particolare?
Sì, un episodio che la dice lunga su Balletto e sul percorso che ha scelto per noi. Mi ricordo che abbiamo fatto un primo pezzo con la jeep, e poi mi sono ritrovata piantata in mezzo alla foresta con tutto il materiale. Ho chiesto: “E se viene il leopardo?” Mi rispose: “Sono decisioni che si prendono al momento!”
 
Quanti giorni di spedizione furono?
Poco più di una settimana. Facemmo un bivacco nella foresta, uno al bivacco inaugurato da Belletto, uno aereo in parete (forse a 4.200-500 metri) e salimmo in vetta.
 
Che ricordo ha di quest’esperienza?
Meraviglioso. Dopo la spedizione, Balletto mi chiese di scriverne un ricordo da inserire nel volume “Sui ghiacciai dell’Africa” di Mario Fantin.
 
Clicca qui per scaricare il racconto originale di Maria Antonia Sironi pubblicato nel volume “Sui ghiacciai dell’Africa” di Mario Fantin (Cappelli Editore, Bologna, 1968).
 
Sara Sottocornola

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