Film

“Siberia”, un viaggio visionario girato in Alto Adige

Tra i film protagonisti del 70esimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino, in corso in questi giorni nella capitale tedesca, compare un suggestivo lungometraggio drammatico. Il titolo è “Siberia”(92’, 2020). Un viaggio visionario, come è stato definito dalla critica, che racconta la vita di un uomo che ha scelto di ritirarsi in eremitaggio tra le montagne di una Siberia immaginaria. Che in realtà non è altro che l’Alto Adige.

Con un po’ di attenzione è possibile riconoscere nello scorrere delle scene, i particolari delle località altoatesine protagoniste: Plose, Passo delle Erbe, Pederü, Passo di Valparola, Armentarola, Gruppo di Tessa, Passo di Monte Giovo, Terlano, Bolzano, Passo delle Palade.

Un viaggio nel mondo dei sogni

Il protagonista, Clint, è interpretato dall’attore hollywoodiano Willem Dafoe. È lui l’eremita che vive in una baracca lontana dagli esseri umani ma affollata di demoni, del presente e del suo passato. Gestisce un misterioso bar-rifugio lontano dai centri abitati, immerso tra le bianche distese di questa Siberia poco reale. Un luogo in cui si ritrovano viandanti che parlano russo o inuit. Conversazioni che il regista ha sapientemente evitato di tradurre, regalando agli spettatori il piacere di immaginarne i contenuti. Fuori dal rifugio la natura appare avversa, con bestie sempre in agguato.

Dopo l’apparizione di una donna russa incinta e di sua madre, Clint decide di intraprendere un viaggio nelle profondità metafisiche della sua memoria, e al contempo di sfidare le nevi siberiane, a bordo della sua slitta trainata da husky, alla ricerca di se stesso. Una trama complessa dai toni cupi ma, come ha tenuto a sottolineare il regista Abel Ferrara, l’ambientazione, tra tenebre, freddo e boschi, vuol essere un rimando più al mondo dei sogni che degli incubi.

L’Alto Adige siberiano diventa scenografia del viaggio mentale compiuto da Clint. Il punto di partenza sono i lontani ricordi delle gite condotte con il padre e il fratello in montagna per andare a pesca. Un viaggio che lo porterà lontano, fin nel deserto. Fughe immaginarie, onirico-allucinate, in cui si ritrova di fronte a campi di concentramento, scene di mutilazione, animali parlanti, inquietudini sessuali.

Le riprese sono curate nei minimi dettagli. I toni tetri, sia indoor che outdoor, hanno un tono caravaggesco. Un film criptico in sintesi, non adatto a chi ama le trame chiare e definite. Clint potrebbe essere ciascuno di noi, in uno dei tanti momenti in cui si ricerca l’isolamento per riconquistare una pace interiore. Il suo viaggio, tra ricordi e sogni, è una immersione all’interno di se stessi, nella difficile ricerca della propria natura.

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