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Grandes Jorasses: dopo 35 anni prima storica ripetizione della via di Grassi, Luzi e Rossi

Yann Borgnet e Charles Dubouloz hanno realizzato lo scorso 21 gennaio la prima ripetizione della storica via di Gian Carlo Grassi, Renzo Luzi e Mauro Rossi sulla parete sud delle Grandes Jorasses. Nessuno fino ad oggi aveva ancora ripercorso integralmente le tracce dei tre alpinisti, lo hanno fatto i due francesi, a quasi 35 anni dal quell’impresa. Una via effimera e visionaria, lungo i 1400 metri, scalata in 10 ore dai due alpinisti.

“Il freddo fuori stagione – raccontava Gian Carlo Grassi nel 1985 – ha trasformato la parete in una corazza di ghiaccio: è un momento magico che bisogna saper interpretare. Un momento atteso da anni, capace di trasformare una parete rovinosa di scariche in un’oasi tranquilla. Una fuga ininterrotta verso l’alto, senza soste, in 12 ore, nella notte”. Il capolavoro è dedicato al mago del ghiaccio, l’indimenticabile Gianni Comino.

Il resoconto di Yann Borgnet

Una via leggendaria

I progetti più belli sono quelli che hanno bisogno di più tempo per essere realizzati. Era il 2012 quando conobbi questa linea affascinante. Sopra la val Ferret, oltre il caotico ghiacciaio di Pra Sec, segue una goulotte quasi diretta fino ai 4206 metri della Punta Walker. Chiamata Via in memoria di Gianni Comino o anche Phantom Direct, è stata aperta nel giugno 1985 da Gian Carlo Grassi, Renzo Luzi e Mauro Rossi, e da allora non è mai stata ripetuta integralmente. L’idea iniziale di Grassi e compagni era diversa. La cordata puntava al budello incassato che termina a sinistra della grande torre della cresta di Tronchey. Il 19 giugno 1985, effettuate ben cinque ricognizioni, i tre amici decisero di attaccare. Ma dopo le prime lunghezze, dubbiosi sulle condizioni di ciò che li attendeva sopra, decisero di piegare a sinistra. Traversarono su placche compatte e raggiunsero l’evidente serie di colate che, come un filo a piombo, scendeva dalla vetta delle Grandes Jorasses. Una volta tornato a valle, Gian Carlo dichiarò: “È una via che non sarà ripetuta tanto presto”. Venticinque anni dopo, nel 2010, Michel Coranotte, guida alpina e docente all’ENSA di Chamonix, apre Plein Sud insieme a Marco Appino, Sergio De Leo e Marcello Sanguineti, realizzando il sogno di Grassi. E addirittura trentacinque anni dopo, nel 2020, sono io ad avere la fortuna di ripetere per la prima volta, in invernale, la via del 1985: un capolavoro che con i suoi 1400 metri è la più lunga salita di ghiaccio del massiccio del Monte Bianco.

Cogliere l’attimo

Le stagioni si susseguono senza mai somigliarsi, sempre meno prevedibili, e quest’inverno conferma la tendenza. Tanto che in gennaio è possibile scalare goulotte che, di solito, vanno in condizioni durante la primavera o l’autunno: Beyond Good and Evil sull’Aiguille des Pélerins e la Modica-Noury e il Supercouloir sul Mont Blanc du Tacul sono prese d’assalto da numerose cordate. I social network giocano la loro parte e mi mettono la pulce nell’orecchio. Tuttavia, quando domenica 19 gennaio arrivo a Planpincieux per valutare la situazione, la prima impressione non è positiva: la via non sembra formata. Soltanto osservando meglio, da diverse angolazioni, comincio a pensare che la striscia bianca potrebbe essere continua e inoltrandomi in val Ferret, in un crescendo di esaltazione, ne ho la conferma! Allora mando un messaggio e una foto a Charles: “Secondo me ci siamo! Incredibile!”. Dopo i dubbi iniziali, quasi non ci credo nemmeno io.

Il socio ideale

Charles è un amico d’infanzia. Ci siamo persi di vista e incontrati di nuovo una decina d’anni fa grazie all’indimenticabile Stéphane Brosse e allo scialpinismo. Nel 2017 abbiamo scalato alcune belle vie in Dolomiti e in seguito non siamo più riusciti a legarci insieme, nonostante il desiderio di condividere una grande avventura. Nei giorni scorsi, confermando le sue capacità, Charles ha salito in giornata la parete nord dell’Eiger. La nostra cordata funziona a meraviglia, dai preparativi per l’ascensione alla gestione degli inevitabili momenti difficili.

Avanti tutta

Ci ritroviamo quindi ad Annecy alle 2.00 del mattino del 21 gennaio, destinazione val Ferret. Il termometro dell’automobile segna -5°C: è da molto tempo che non leggo una temperatura così bassa. L’inverno vero è finalmente arrivato! A Planpincieux, dove termina la strada, siamo addirittura a -12°C e ci mettiamo rapidamente in moto per non restare congelati sul posto. Sono circa le 4.00 quando cominciamo la marcia di avvicinamento, con l’obiettivo di giungere alla base della parete alle prime luci. La faccenda, però, si rivela più laboriosa del previsto e quando attacchiamo la goulotte sono le 9.30: il sole è già alto nel cielo e noi saremmo dovuti essere già alti sulla montagna. Ma tant’è: valuteremo ogni cosa a suo tempo. La modalità fast & light, in pieno inverno, riserva una certa dose di ingaggio: una volta cominciata la scalata, sappiamo che non ci saranno punti di sosta prima del bivacco Canzio al Col de Jorasses o del rifugio Boccalatte al termine della discesa per la via normale. Da qui al bivacco o al rifugio, indipendentemente da quanto saremo veloci, non ci potremo più fermare, pena il rischio di non riuscire a ripartire. In compenso la prima parte della via è incredibilmente bella. La crepaccia terminale strapiomba, dandoci subito il buongiorno, e dopo alcuni metri ecco una lunghezza di misto e due risalti quasi verticali. Il sole, che ci farebbe buona compagnia, preferisce nascondersi dietro a uno spesso strato di nubi. Come dire che, nel mezzo di questo potente anticiclone invernale, ci siamo cacciati quassù proprio nel giorno sbagliato.

Nel cuore della parete

Poche lunghezze tecniche ed ecco la famosa traversata a sinistra: sono placche appoggiate, non difficili ma sicuramente inquietanti, a cui segue la serie di goulotte rettilinea e continua. Procediamo in parte di conserva e in parte facendo sicura, e la parete ci sembra interminabile. Più saliamo e più l’intensità del vento cresce, confermando solo in parte le previsioni (non ottimali) che annunciavano raffiche da sudest a 20-25 km/h. Secondo noi la velocità è tranquillamente attorno ai 40 km/h, facendoci pizzicare le narici e ricoprendoci di minuscoli aghetti ghiacciati. E per rendere ancora più pepata la situazione, che noi troviamo paradossalmente divertente, l’oscurità si avvicina più velocemente del previsto. Combatto al buio con un salto verticale e sono contento quando a Charles tocca la stessa cosa: sembra un cavallo di razza, che lotta con la gravità e il vento prima di riuscire a superare il suo passaggio. Nel frattempo, sotto, io continuo a sbadigliare: comincio a sentirmi stanco, cosciente che il peggio deve ancora arrivare.

Una vetta che non è un traguardo

Non vediamo più nulla. Il vento e i cristalli di neve ci impediscono di guardare in alto per capire dove andare, scegliendo la giusta direzione. Procediamo a tentoni, improvvisando un metro dopo l’altro sulla neve non di rado inconsistente. Non so come, ma trovo l’energia per superare un breve passaggio di misto. Questo vento è davvero terribile, ti prosciuga le forze. Ma ecco la cresta sommitale: sta oltre quelle rocce e, senza pensare, proseguo. Tremo nella tempesta, oscillo avanzando nella direzione opposta e finalmente pianto una vite da ghiaccio, attendendo impazientemente la luce della frontale di Charles. Eccolo, siamo insieme. Sono le 19.40. Grassi e compagni impiegarono dodici ore, da mezzanotte a mezzogiorno. Noi ci abbiamo messo soltanto due ore in meno. Che macchina che era Gian Carlo!

Momenti difficili

Il bello, come dicevo, arriva ora: la discesa. Sappiamo che sarà dura, molto dura. Una corda si incastra quasi subito e ne combino una delle mie: a furia di scendere meccanicamente, ci ritroviamo alla stessa quota del rifugio Boccalatte ma da un’altra parte, oltre uno sperone che pare invalicabile. Il GPS è inutile, il momento decisamente complicato: con attenzione abbiamo superato tutte le difficoltà della discesa e ora, vicinissimi al rifugio, ci tocca risalire di un centinaio di metri nella neve instabile. Ci fermiamo un attimo a riflettere: continuare la discesa o tornare su? Optiamo per la seconda possibilità: ci costerà fatica ma ci sembra la cosa più saggia. Vorrei prendermela, arrabbiarmi, ma mi manca la forza. Charles, dal canto suo, è tanto calmo che mi sorprende. Impressionante. Lo vedo partire, determinato, seguendo una lingua di neve sul fianco dello sperone. “Charles – gli dico –, non facciamo cazzate, facciamo il giro”. Ma è troppo tardi: eccolo che lotta, da solo, lungo un passaggio esposto su neve pericolosa. Io, stanchissimo, gli chiedo di gettarmi la corda: non ce la faccio proprio più. Alle 4.00 del mattino, ci ritroviamo a camminare sul tetto innevato del rifugio.

Sogni culinari

Ma non è finita: siamo qui, finalmente, ma i problemi continuano. Perché la porta del locale invernale è sepolta sotto un metro di neve, e le nostre piccozze supertecniche non potranno mai competere con una banale pala da neve che, ovviamente, non abbiamo! Siamo disidratati e altrettanto felici di aver portato con noi un piccolo fornelletto: mai idea poteva essere più azzeccata! Mentre la neve si scioglie, divoriamo tutto il poco cibo che ci resta. Durante il giorno abbiamo tirato la cinghia, ora ci meritiamo questa abbuffata (si fa per dire)! Specialità di montagna: formaggio e due salsicce. Perché le buste di cibo liofilizzato, scadute nel 2017, emanano un odore che ci consiglia di lasciarle stare: non abbiamo fatto tanta fatica per rischiare la vita in questo modo! E allora, visto che il sonno è un’attività esente da pericoli, dopo una giornata così intensa ci abbandoniamo tra le sue braccia (cosa buona e giusta). Anche perché poche ore dopo, rimessi in piedi, possiamo finalmente godere dei piaceri culinari della Valle d’Aosta: dicono che gli gnocchi alla fonduta dello Chalet Proment siano tanto buoni.

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Un commento

  1. Plein sud non si può definire una via salita ma un tentativo perchè non completarono la via fermandosi almeno ad un tiro dalla cima. Quindi “il sogno di Grassi” secondo me è ancora realizzato per essere precisi.

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