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Nel nuovo libro di Massimo Marcheggiani tutta la rabbia e la forza del Sud

Per capire il gioco di parole del titolo bisogna arrivare alla fine del libro. “Sì, porto i capelli come Walter Bonatti! Il tempo passa e mi trasforma, così i folti capelli che non mi abbandonano sono diventati tutti di un bel bianco, come li aveva Lui, il mio mito”. Bonatti portava i capelli corti, l’autore di Porto i capelli come Walter B. (Versante Sud, 224 pagine, 19,90 euro) li ha sempre avuti ricci e folti, prima neri, poi sale e pepe e ora bianchi. 

La copertina del libro

Massimo Marcheggiani è nato nel 1952, e come tutta la sua generazione ha subito il fascino del grande alpinista lombardo. A legare Massimo M. a Walter B., molto più dei capelli, è l’amore per i terreni d’avventura, quelli dove l’alpinista si confronta con il rischio. Scalare al Corno Piccolo è come nuotare in piscina, altra cosa è nuotare in mare aperto, magari con gli squali che ti vogliono mangiare” spiega Marcheggiani prima di raccontare le sue avventure invernali ed estive sul Paretone del Corno Grande, un luogo dell’Appennino che a Walter sarebbe certamente piaciuto. 

Il libro è una raffica di avventure in montagna, di racconti privati, di riflessioni sulla vita che coinvolge ed emoziona il lettore, che pratichi o no l’alpinismo. Un libro da non perdere per gli appassionati di montagna dell’Appennino, ma che consigliamo caldamente anche a chi vive e scala più a nord. 

Nelle pagine di Marcheggiani sfilano tentativi e vittorie sulle Grandes Jorasses e sul Fitz Roy, sui Piloni del Monte Bianco e sulle guglie rocciose del Sahara. Non manca la gigantesca parete Rupal del Nanga Parbat, dove Massimo ha tentato una via nuova nel 1990 ed è scampato a una spaventosa valanga. 

Un capitolo dopo l’altro, dal Bhagirathi alla Miyar Valley, compaiono le tante spedizioni dell’autore sulle vette dell’Himalaya indiano. Un mondo di cui Marcheggiani, da tempo, è uno dei massimi esperti al mondo. 

Chi conosce e vuol bene a Massimo apprezza la sua straordinaria passione per le cime, e sa che come molti alpinisti non ha un carattere facile. E conosce, di persona o sulla carta, gli altri campioni dell’alpinismo del Gran Sasso e dintorni, ai quali le avventure di Marcheggiani sono strettamente legate. E’ un elenco che comprende Pierluigi B. e Tiziano C., Paolo C. e Fabio D., e ovviamente Vito P. detto il V., cioè il Vecchiaccio. Con Vito Plumari, il mitico bidello di Pierluigi Bini, protagonista di mille vie e mille aneddoti tra le Dolomiti e il Gran Sasso, Massimo si è legato nel 1977 nell’apertura della mitica Via del Vecchiaccio del Corno Piccolo.

L’autore non ha peli sulla lingua nel descrivere le avventure con Fabio Delisi al Monte Bianco (“scalate dirompenti all’insegna della leggerezza e della velocità”). Lo stesso vale per Paolo Caruso (“da cui oggi mi tengo alla larga”), insieme al quale Massimo ha scritto pagine importanti, in estate e d’inverno, sui Pilastri e su altre pareti del Gran Sasso. Il compagno di cordata più importante di tutti è però Tiziano Cantalamessa, l’alpinista di Ascoli che è tragicamente scomparso vent’anni fa, e al quale Marcheggiani ha dedicato un libro altrettanto appassionato di questo.

Massimo scrive in modo diretto, verace, a volte addirittura violento. Si sorride quando narra delle arrampicate “in artificiale” sui lampioni di Frascati, aiutandosi con “vecchio camioncino Balilla del signor Angelo Ciani”. Si trema con lui sul Nanga Parbat quando “una valanga dalle proporzioni impossibili copre tutta la montagna precipitando silenziosamente” su Massimo e Franchino Franceschi. Quando l’autore, in un selvaggio inverno al Gran Sasso, viene sollevato da un vento mostruoso, e si squarcia la faccia e la bocca con la piccozza, finché il labbro “rimane attaccato solo per un piccolo lembo di pelle”, il lettore di Porto i capelli come Walter B. sente il dolore di quell’acciaio nella carne.    

Ma non c’è solo il dramma, e la capacità di cambiare registro rende più coinvolgente il libro. Da alpinista del Lazio, e da uomo che lavora nel teatro, Massimo Marcheggiani sa prendersi in giro. Si racconta come una “pecora di colore diverso, non nera”, ammette che “se non mi davano qualche spinta sarei rimasto in prima media fino al servizio militare”.

C’è molta emozione anche in pagine non dedicate al verticale, come le conferenze sull’alpinismo tenute da Massimo nelle carceri di Ascoli Piceno e Sulmona. E il Cammino di Santiago, 780 chilometri “senza poggiare il culo su un qualunque mezzo meccanico”, che serve da pausa di respiro tra un’ascensione impegnativa e l’altra.   

Tra i ritratti del libro, oltre a quelli dei compagni di cordata più cari, spiccano quello di Silvia Marone, moglie, compagna di cordata e madre dei figli di Massimo, con cui i rapporti sono ottimi anche dopo la separazione. Sorprende la prefazione affidata ai figli Federico e Riccardo, che parlano di “un libro intimo” e che “svela la natura dell’essere umano celato sotto i panni del duro alpinista per gli altri e per noi”.  

Accanto ai due figli veri ne compare anche uno “adottivo”, la giovane guida alpina romana Lorenzo Trento, che Massimo porta a scoprire l’Himalaya e il Gran Sasso in veste invernale, e al quale dedica il capitoletto Con Lorenzo è facile. 

L’alpinismo si alterna al resto della vita e agli affetti anche nelle foto che corredano il libro. I primi piani di familiari e amici si affiancano a foto di alpinismo “ingaggiato”, spesso senza corda o con protezioni ridicole. E il Gran Sasso, anche nelle immagini, regge il confronto con le Jorasses, il Bhagirathi e il Fitz Roy. 

Unico neo in un libro bellissimo, i molti errori di ortografia e di spelling, che ci auguriamo scompaiano nelle prossime (che speriamo numerose!) ristampe. Per molti editori italiani correggere le bozze sembra un esercizio inutile. Peccato. 

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Un commento

  1. Purtroppo l’editore in questione è solito mandare in stampa lavori con molti errori, a volte anche grossolani. Mi è capitato più volte di constatarlo ed è davvero un peccato.

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