Arrampicata

Cedar Wright, arrampicata e ironia estrema

Cedar Wright ci aspetta seduto all’ombra di un albero nel parco di Lądek-Zdrój, veste un piumino grigio e, nonostante il freddo, calza un paio di sandali. “Non hai freddo?” è la prima domanda che gli poniamo, ancora prima di presentarci. “Se i miei piedi prendono aria è ok” ci risponde con il suo classico sorriso, quello di chi non si vuole prendere troppo sul serio.

Cedar è uno scalatore di primordine, un eclettico arrampicatore di big wall, un pezzo di storia americana in carne e ossa. L’ultimo dei dirtbag ovvero, riprendendo l’Urban Dictionary, una “persona che si è dedicata a un dato stile di vita (in genere estremo) al punto da abbandonare l’impiego o altre normali attività al fine di perseguire quello stile di vita. I dirtbag si distinguono dagli hippy per il fatto che hanno una ragione specifica per vivere assieme e in genere non igienicamente; i dirtbag cercano di passare tutto il tempo arrampicando”. Erano gli anni Ottanta e il dirtbagging era il mezzo con cui inseguire i propri sogni, con cui vivere grazie all’arrampicata. Come Cedar anche Chuck Pratt, Yvon Chouinard, Fred Beckey e tanti altri.

Erano anti-eroi, forse per questo Wright preferisce non prendersi troppo sul serio (ve ne accorgerete anche da alcune risposte) e vivere la vita alla continua ricerca di passioni e sensazioni. La sua casa è il granito di Yosemite, la verticalità estrema, la sofferenza spesso portata al limite. Il suo curriculum non necessità di presentazione, è stato uno dei più completi scalatori del suo periodo e oggi abbiamo la fortuna di incontrarlo per scoprire qualcosa in più su di lui.

Chi è Cedar Wright nella vita di tutti i giorni?

“Ho una vita molto indaffarata: devo portare fuori il cane, la spazzatura (ride). Ho una vita normale, come quella di molti. Amo stare con mia moglie, con il mio cane. Ascolto musica, esco con gli amici. Mi piace questa vita”.

Quando hai avuto il tuo primo approccio con la scalata?

“Veramente tardi, avevo 21 anni e mi trovavo nella California, dove studiavo all’università. Quello con l’arrampicata è stato un incontro che mi ha cambiato la vita”.

Subito dopo è poi venuta Yosemite…

“Si, non è passato molto tempo dal primo contatto con la roccia a Yosemite. Cercavo di passare tutto il tempo che potevo sulla roccia, sulle grandi pareti. Per alcuni anni ho lavorando nel Yosemite Search and Rescue e nel frattempo trascorrevo ogni istante libero a scalare le fessure nel granito. Con il tempo poi mi sono fatto notare e sono arrivati i primi sponsor, con loro la mia vita è cambiata per sempre. Era un sogno, ero pagato per scalare: fantastico!”

Pensi esista un legame tra arrampicata ed esplorazione?

“Si, per me l’arrampicata è esplorazione. È una via per conoscere. Permette di esplorare la tua motivazione, il tuo ego, la tua psicologia, la tua mente.”

Quando parli con le nuove generazioni di scalatori vedi questa stessa ricerca interiore che ti ha accompagnato per tanti anni verticali?

“Dipende da persona a persona. Credo che ci siano ancora degli spiriti liberi in giro. Di certo è cambiato l’approccio all’arrampicata, che è cresciuta tantissimo negli ultimi anni, ma non la voglia di molti giovani di esplorare”.

In gioventù hai fatto molte scalate in velocità, cosa ti attraeva di queste?

“Penso una forma di competizione personale, mi appassiona molto ancora oggi. Poi, se sali in velocità, almeno arrivi su in fretta e non devi fermarti a dormire in parete, non come gli scalatori pigri che si fermano per la notte in parete” (ride).

Che sensazioni si provano a dormire su una big wall, con mille o più metri di vuoto sotto i piedi?

“È un po’ come stare in campeggio, solo che se ti alzi muori” (ride).

Un’ultima domanda. Hai una profondo legame di amicizia con Alex Honnold, potrebbe essere il tuo erede?

“Alex è certamente una persona simile a me. È arrivato in Yosemite con una grande voglia di scalare, con un sogno da realizzare, successivamente è poi approdato alla scuola del free solo. Ma, al di fuori di tutto questo, la cosa più bella da vedere è che Alex è umano. Ha un grande senso dell’umorismo e non pretende di piacere a tutti, lui è se stesso.”

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