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Latok: niente vetta per Huber, Gietl e Boissenot. “Troppo caldo, troppo pericoloso”

Partiti ai primi di luglio per il Pakistan Simon Gietl, Thomas Huber e Yannick Boissenot hanno chiuso le comunicazioni fino al giorno del loro rientro, pochi giorni fa. Per circa due mesi non si è più saputo nulla su questi ragazzi silenziosamente impegnati sul gruppo del Latok. Al rientro giusto qualche foto, qualche bella immagine d’alpinismo, ma nulla di più. Nessuna informazione sui risultati della spedizione, sugli obiettivi raggiunti o sui tentativi portati a termine.

Prima di partire Gietl ci aveva anticipato che il gruppo si sarebbe mosso, come l’anno scorso, su Latok I (7145 m) e Latok III (6949 m), come saranno andate le cose? “Arrivati al campo base abbiamo subito puntato verso la parete ovest del Latok III, sia per acclimatarci sia per testare la squadra” ci spiega Simon, aggiungendo poi che solo dopo avrebbero provato ad affrontare la nord del Latok I. Un’affermazione che lascia intendere che, forse, l’esperienza si e conclusa ancora prima di muovere i primi passi sul più alto dei Latok.

 

Simon com’è andata la spedizione?

“È stata un’esperienza bellissima, anche se non siamo riusciti a raggiungere la vetta del Latok III. Una grande avventura muoversi in quei luoghi, vivere la montagna. Sono stato molto contento di poter trascorrere del tempo in questa valle che mi ha fatto emozionare ogni giorno. Non sono invece soddisfatto di come sono andate le cose a livello alpinistico, ma spero di tornarci il prima possibile”.

Come mai non siete riusciti ad arrivare in cima al Latok III?

“La spedizione era iniziata benissimo, con una meteo perfetta e sole tutti i giorni. La parete era pulita e siamo riusciti a fare già un tentativo nel corso della prima settimana, nonostante le alte temperature. Siamo arrivati fino a 5700 metri, cento metri più in alto rispetto al 2018, quando ci sono arrivate le previsioni del tempo che mostravano una tempesta in avvicinamento.

Dopo due giorni è ritornato il bel tempo, ma le temperature erano davvero troppo alte per poter affrontare in sicurezza la montagna. Abbiamo incontrato lo zero termico a 5700 metri e già durante il primo tentativo abbiamo rischiato a causa di alcuni crolli di veri e propri blocchi di roccia. Condizioni assurde rispetto allo scorso anno quando le precipitazioni nevose erano state abbondanti”.   

Quindi nessun tentativo sulla nord del Latok I?

“No, nessun tentativo. Abbiamo aspettato per qualche tempo che calassero le temperature e in questo periodo siamo andati a osservare la parete da vicino, a vedere le condizioni. Anche se non l’ho ancora tentata credo si possa salire”.

Come mai non avete deciso di fare un tentativo anche lì?

“Perché devi essere sicuro delle condizioni. Se decidi di affrontare la parete dopo non puoi ritornare sui tuoi passi come sul Latok III, non ci sono vie di uscita. Devi continuare e salire fino in cima”.

Come ha funzionato la squadra?

“Benissimo, un team molto affiatato. Se ritorno, la squadra non si cambia di certo e non vale solo per i compagni di scalata. Anche i cuochi devono essere gli stessi, non si cambia nulla”. (ride)

Un’ultima domanda: avete scelto di non comunicare, come mai?

“Ci siamo presi una pausa per concentrarci sull’obiettivo. Fare foto per i post, scrivere, pensare a comunicare ci avrebbe forse fatto perdere di vista il fulcro della spedizione”.

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