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“Tomasz Mackiewicz (1973-2018)”. Un ribelle innamorato del Nanga Parbat, la montagna dei paradossi – Mountain and Chill

Da pochi giorni è disponibile su Youtube un emozionante documentario sulla figura di Tomek Mackiewicz, l’alpinista polacco scomparso sul Nanga Parbat nel gennaio 2018, dopo aver toccato la vetta insieme a Elisabeth Revol.

Una vicenda, quella del mirabile salvataggio della Revol da parte di Denis Urubko e Adam Bielecki, impegnati nel mentre nella spedizione polacca sul K2, che ha tenuto col fiato sospeso l’intero mondo degli appassionati di montagna e si è accompagnata a non poche polemiche. Perché Tomek non è stato salvato? La risposta è stata fornita a pochi giorni dalla tragedia da Robert Szymczak, medico della spedizione polacca, chiarendo che Elisabeth sia stata costretta ad abbandonare Tomek “a 7.280 m,  in un crepaccio, con un edema e non in grado di scendere da solo”.

Polemiche da cui si è tenuto ben lontano Naveed Bari, regista del documentario “Tomasz Mackiewicz (1973-2018)” – (in realtà Tomek è nato il 13 gennaio 1975, ndr) – realizzando 15 minuti di video alla scoperta della personalità di Tomek. Una esplorazione, svolta tra interviste al protagonista e testimonianze di chi lo ha conosciuto e amato, del suo legame speciale con quella montagna cui sarà sempre associato il suo ricordo. Un racconto malinconico, realizzato con il supporto essenziale della compagna di vita di Tomek, Anu Solska-Mackiewicz.

 

Tomek e il Nanga Parbat. Una storia lunga 7 inverni

Il racconto di Naveed Bari inizia il 26 febbraio 2016, giorno della prima vetta invernale del Nanga Parbat a firma di Simone Moro, Alex Txikon e Ali Sadpara. Una giornata particolare, in cui qualcosa dentro di Tomek cambiò per sempre. Questa l’impressione del regista, che al momento della diffusione di quella eccezionale notizia, era seduto proprio accanto a Tomek.

In un primo momento sembrò non voler accettare l’idea che qualcosa ce l’avesse potuta fare a raggiungere quella vetta che da lui pareva non voleva essere conquistata. Accusò anche i tre alpinisti di aver mentito. Una reazione pienamente comprensibile per un sognatore che per 6 anni aveva tentato di investire ogni energia su quella montagna invincibile. Sei anni di tentativi eccezionali, partendo dal presupposto che Tomek non fosse un alpinista professionista. Non aveva alle spalle alcun Ottomila già salito e ogni anno partiva alla volta del Nanga con un equipaggiamento ridotto all’osso.

“Per un alpinista di tal genere, salire una montagna come il Nanga Parbat è doppiamente difficile”, dichiara Naveed nei primi minuti del documentario. La sua voce cede poi il posto a quella di Tomek che descrive la sua prima volta sulle pendici di quella montagna immensa, profondamente diversa dalle vette del Pamir o del Tien Shan. “Devi sapere come salire una montagna himalayana, devi avere una strategia e noi non ne avevamo una. In sei anni Tomek ha imparato da solo come affrontare quelle pendici, “nessuno mi ha detto come arrampicare”.

Non c’è solo spazio per il Nanga in questo documentario introspettivo, ma anche per la popolazione pakistana tanto amata da Tomek. È proprio in Pakistan, a Chillas, che conosce il suo migliore amico: il portatore Abdul Ghani.

È da lui che decide di recarsi Naveed a seguito della tragedia del gennaio 2018, per farsi raccontare come abbia vissuto a campo base i dolorosi giorni del soccorso di Tomek e Elisabeth Revol. Riportare alla mente quei tragici momenti non è certo facile per Abdul, che cerca di restare composto davanti alla telecamera. Sono solo gli occhi lucidi a tradirlo. Racconta la notte della vetta, la chiamata di Elisabeth al campo base il giorno successivo, poi l’arrivo dei soccorsi e la salita a piedi di Denis Urubko e Adam Bielecki.

Scene di fronte alle quali Abdul si sente confuso e impotente. Non comprende inizialmente perché Tomek non sia stato salvato. Saranno i soccorritori a spiegargli che i rischi fossero eccessivi, così come il tempo trascorso. Ma Abdul resta lì, al campo base, due giorni. Accende un grande fuoco così che Tomek possa vederlo e farsi forza, e magari scendere. Dopo due giorni le sue speranze svaniscono.

Il Nanga è come la vita, un grande paradosso

Perché Tomek ha voluto osare tanto? Perché proprio il Nanga Parbat? È lui stesso a spiegarlo, in maniera filosofica, a suo modo. Descrive le sue salite come esplorazioni, ricerca di risposte. Il Nanga è un terreno ricco di paradossi. “Stai male ma ti senti felice. Ti enti esausto ma fortunato dentro. Hai terribilmente freddo ma fuori tutt’intorno è bellissimo”.  

Il Nanga è come la vita. “La vita è un grande paradosso, è terribile e fantastica”.

Naveed Bari: “Tomek, ultimo avamposto dei Freedom Climbers”

Tomek Mackiewicz ha rappresentato l’ultimo avamposto dei “Freedom climbers”, quella categoria menzionata da Bernadette McDonald nel suo libro omonimo – ci racconta telefonicamente il regista Naveed Bari Un ribelle, un emarginanto, un pellegrino. Ciò di cui Tomek andava alla ricerca era ben distante da medaglie, riconoscimentii e record. La prima volta che lo incontrai era gennaio 2016, al campo base del Diamir sul Nanga. Letteralmente non lo avevo proprio preso in considerazione prima di allora come un alpinista potenzialmente da intervistare durante la mia permanenza al campo base. Cosa interessante è che, dopo un paio di pause tè insieme, ci sembrava di conoscerci da anni. Eravamo lì a condividere la stessa passione per le montagne.

La ragione per cui l’operazione di soccorso di Tomek ha sconvolto il web, convertendolo in una leggenda, sta soprattutto nel fatto che le persone hanno gradualmente compreso la differenza tra alpinisti egocentrici e spiriti liberi. La magia dell’alpinismo, finora, è sempre stata guidata dagli spiriti liberi”.

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4 Comments

  1. Perchè continuate a scrivere che sono arrivati in vetta? Se riordinaste tutte le comunicazione della Revol, vi rendereste conto di tante contraddizzioni vi siano, e che la vetta non fu raggiunta.

    1. Caro Gigi, all’interno dell’articolo puoi trovare il link al riconoscimento della vetta da parte dell’American Alpine Journal.

  2. Mi meraviglio vedere che di fronte a una simile disgrazia c’è chi si preoccupa di sapere se hanno o no raggiunto la vetta . Onore e gloria a chi dona se stesso a una causa qualunque essa sia .

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