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Alpinismo, Primo Piano

Alaska. Una nuova via sul Monte Dickey per Jackson Marvell e Alan Rousseau

Pochi giorni fa abbiamo annunciato la prossima partenza (12 maggio) di François Cazzanelli, Francesco Ratti, Stefano Stradelli e Roger Bovar con destinazione Alaska. Un progetto a più cime che inizierà dalla più alta, il Denali (6.190 m).

Nelle scorse settimane in Alaska è stato attivo intanto un altro team, composto dagli alpinisti americani Jackson Marvell e Alan Rousseau, che hanno scelto come loro meta il Monte Dickey (2.909 m). Una vetta la cui prima salita risale al 1995, ad opera di David Fisher e Bradford Washburn, non famosa quanto la cima più alta dell’Alaska ma comunque protagonista di varie ascese tra cui quella del 2002 che ha visto Sean Easton e Ueli Steck aprire la via “Blood from the stone” sul versante Est.

Jackson e Alan hanno deciso di seguire proprio le orme di Steck e Easton, con una ripetizione della loro via.

Quando Alan ha lanciato la parete est del Dickey come obiettivo dell’anno in Alaska non mi ci è voluto molto per convincermi a salire a bordo” – scrive Marvell sul suo profilo Instagram, laddove ha raccontato l’esperienza della salita negli scorsi giorni.

Il 3 aprile, secondo giorno sul ghiacciaio, dopo aver superato i primi 5 tiri di “Blood from the Stone”, si sono resi conto che non ci fosse abbastanza ghiaccio per salire, almeno per 150-200 metri.

E così hanno deciso di trovare una via alternativa, ribattezzata poi “Ruth Gorge Grinder” (AI6 + M7 5000).

All’indomani sono saliti in quota per discendere in un camino, speranzosi di trovarlo riempito di ghiaccio. La fortuna è stata dalla loro parte e dal camino hanno affrontato in verticale una serie di tiri, cinque di difficoltà M6 e quattro tra IA5 e IA6+, raggiungendo sul calare della notte un punto protetto dove bivaccare.

Sono stati necessari altri due giorni, sferzati dagli spindrifts, e notti umide e insonni, prima di uscire dal camino.

Finalmente fuori dal camino eravamo fuori dalla padella e dritti nel fuoco” – scrive Jackson, sottolineando come le difficoltà non fossero finite. La salita alla vetta li ha visti affrontare ulteriori tratti estremamente verticali di ghiaccio.

Intorno alle 13:00 dell’ultimo giorno sono finalmente approdati al primo tratto non verticale di tutta la salita, un pendio di 60-70° coperto di neve con delle bande rocciose. Alle 17:00 hanno superato una cornice e da lì hanno percorso gli ultimi 100 metri fino in cima come fosse una “bella passeggiata” soleggiata.

La discesa è stata effettuata interamente lungo la parete Ovest, arrivando al campo base in circa 3 ore e mezza.

Nel complesso, l’arrampicata su questa via è stata tra le migliori che abbia mai fatto” – conclude Marvell – “e sono molto felice di aver potuto condividerlo con un climber così talentuoso e motivato. Eravamo in Alaska da meno di 5 giorni e già avevamo aperto una nuova fantastica via. Ora ci restavano 2 settimane per cercare di trovare qualcosa con cui intrattenerci”.

Detto fatto. I due si sono cimentati nella ripetizione della “Trailer Park” sulla London Tower, impresa non completata a causa delle condizioni non idonee del couloir superiore.

Non contenti, un paio di giorni prima del ritorno a casa, approfittando di una finestra di bel tempo, si sono concentrati su una linea inviolata sul Bradley. La salita è iniziata alla grande, in anticipo sui programmi.

Mentre approcciavano al tiro chiave, Alan è stato colpito da un blocco di ghiaccio che gli ha causato una ferita al naso e all’occhio sinistro. Dopo aver constatato che non riuscisse a riaprire l’occhio, Jackson ha decretato che fosse il caso di scendere quanto prima per assicurare immediati soccorsi all’amico.

L’oculista che ha visitato Alan ha purtroppo decretato che non sarà in grado di recuperare gran parte della vista nonostante un intervento chirurgico.

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