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Federica Mingolla in Valle dell’Orco sulle tracce del “nuovo mattino”

Federica Mingolla in arrampicata. Foto Federico RavassardFederica Mingolla in arrampicata. Foto Federico Ravassard

Ho scoperto ‘Itaca nel sole’ grazie ad Adriano Trombetta, che per primo mi ha portata in Valle dell’Orco” spiega Federica Mingolla, climber torinese che qualche settimana fa è tornata sotto la parete del Caporal, a Ceresole Reale, con l’ambizione di mettere mano sulle tracce della storia.

Erano altri tempi quando Gian Piero Motti e Guido Morello si sono messi in tasca “Itaca nel sole”, via che nel giro di pochi anni si sarebbe imposta come la classica del Caporal, con quella lunga e liscia placca dai piccoli appigli che nell’ambiente verrà soprannominata “lo specchio”. Sullo specchio corrono due lunghezze di corda di ‘Itaca nel sole’, le più dure, gradate 8a e 8b. Su queste due difficoltà si è cimentata Federica. “È vero che ‘Itaca nel Sole’ è considerata una via lunga, ma dato che il Caporal è un incrociarsi di tiri continui, alla fine la vera via non la fa nessuno”. Rispetto alle prime lunghezze del tracciato, molto più bello è partire da ‘tempi Moderni’, proseguire su ‘Orecchio del pachiderma’ e raggiungere lo specchio. “Di per se si tratta di due tiri sportivi. Non è trad data la presenza di chiodi a pressione, così come, nella mia ottica, non è una via lungaPer me era sufficiente risolvere quelle due lunghezze, non ho mai pensato di farle consecutivamente”.

La storia di Itaca nel Sole affonda le sue radici negli anni ’70 quando i rigidi e conservatori pilastri dell’alpinismo torinese hanno iniziato a cedere sotto lo sferzare dell’anarchia portata dalle nuove generazioni. Ragazzi che arrampicavano per il solo gusto di farlo, come contemporaneamente accadeva anche nella Yosemite valley, a migliaia di chilometri di distanza. Qualcosa stava cambiando nel mondo della montagna. Era il “nuovo mattino” e non a caso il suo manifesto sarebbe stato redatto sulla Rivista della Montagna dallo stesso apritore di ‘Itaca nel sole’, Gian Piero Motti.

Foto Federico Ravassard

Federica, perché Itaca nel Sole?

Mentre provavo ‘Tomawauk Dance’ sono rimasta colpita dallo specchio di Itaca nel Sole, tanto che Adriano promise di portarmici.

In quell’occasione ho provato il tiro di 8a, ma il risultato non è certo stato entusiasmante: stavo per chiuderlo quando all’ultimo movimento difficile, un lancio sul terrazzino dove termina la lunghezza, ho ceduto, rinunciando anche a fare un altro giro.

Una settimana dopo ero però di nuovo lì, sempre con Adriano, per tentare questa volta il tiro da 8b, ma anche questa non è stata un’esperienza piacevole. Ricordo il caldo torrido e le sensazioni spiacevoli. Non avevo ancora capito nulla di quella via, non era probabilmente il momento.

Due anni dopo sono tornata con Marzio Nardi, ma le sensazioni erano sempre le stesse così ho nuovamente abbandonato l’idea di salire quei due tiri.

Da cosa dipendeva questa sensazione?

Una combinazione tra le condizioni climatiche, con temperature veramente alte, e la mia forma in quel momento. In realtà però più che le condizioni ero io a non sentirmi in grado.

Come mai quest’anno hai scelto di tornare?

Me l’ha proposto Andrea Migliano, un amico rifugista in Valle dell’Orco. Quest’anno le condizioni per scalare erano perfette così ci ho riprovato.

Quando Andrea ha parlato della via ho subito detto di si, un po’ mi mancava andare a provarla: è un posto che mi mette molta serenità.

Questa volta è andata bene…

Si, fin da subito le sensazioni erano diverse. Dentro di me sentivo che c’erano delle speranze.

Subito sono riuscita a chiudere il tiro di 8a e poi, la settimana dopo, ho messo mano sull’8b portandomelo a casa.

È stato quasi assurdo perché le sensazioni erano totalmente differenti rispetto alle altre volte. Fin da subito ho sentito che c’erano delle speranze. Ho imparato quanto conta nell’arrampicata l’allenamento, non solo quello fisico ma anche quello mentale. L’esperienza accumulata in questi anni credo sia stata fondamentale per riuscire a superare quelle due lunghezze.

Dopo averla scalata cosa hai capito di Gian Piero motti?

La prima volta in cui sono andata sulla via non conoscevo Motti, non sapevo nulla della sua storia. Con il tempo poi mi sono informata, ho letto “I falliti” e ho iniziato ad appassionarmi alla storia della Valle dell’Orco.

Grazie ai suoi racconti, al nuovo mattino, si è creata in me questa visione romantica della Valle. Questo movimento che andava di pari passo alla rivoluzione in Yosemite mi ha intrigato molto accrescendo in me la voglia di salire quella via. Il percorso più estetico, la difficoltà più grande che nessuno prima di lui ha avuto il coraggio di affrontare. Lui ci prova e ci riesce chiamando quel nuovo tracciato Itaca in riferimento ad Ulisse che dopo un travagliato viaggio arriva finalmente a casa scoprendo di non avere più uno scopo. Il nuovo mattino è finito, il mondo sta cambiando.

In questa realizzazione c’è anche una dedica ad Adriano Trombetta?

Itaca nel Sole è legata ad alcuni dei momenti più belli che ho passato con Adriano. Tornare lì è un po’ come andare a trovarlo.

Delle prime due volte in cui siamo stati sulla via ho il ricordo di un Adriano felice, solo su Itaca l’ho visto così contento e rilassato. Lui che era sempre in tensione, che doveva sempre fare qualcosa.

L’ho fatto anche un po’ per lui.

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