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Libri, Primo Piano

Recensione “L’altro lato del paradiso” di Alberto Paleari

In Piemonte, a due passi dal Lago Maggiore e dai precipizi di ghiaccio del Monte Rosa, si apre una valle straordinaria e selvaggia. Oggi la Valgrande, anche grazie al Parco nazionale che la tutela dal 1993, è diventata quasi famosa. 

Dalla primavera all’autunno, sui sentieri che dal borgo di Cicogna, e da altri punti di partenza, raggiungono alpeggi abbandonati, cascate, massi incisi da coppelle preistoriche e vette si incontra un numero crescente di camminatori. 

La Valgrande (o Val Grande) non offre i sentieri comodi, i panorami sereni e gli accoglienti rifugi delle Dolomiti, della Valle d’Aosta e delle valli dello Stelvio. I suoi appassionati, che spesso arrivano da lontano, la amano proprio per questo. 

Alberto Paleari, guida alpina e raffinato scrittore, conosce questi luoghi da quando era ragazzo. In L’altro lato del paradiso (Hoepli, 208 pagine, 22,90 euro), sottotitolo cinquant’anni in Valgrande, racconta mezzo secolo di avventure in questo universo di vegetazione, acqua e pietra. Si inizia con le prime esplorazioni in fondovalle, con l’entusiasmo dei quattordici o quindici anni, lungo “un’esile traccia scavata nella roccia”, “ponteggi fatti con assi marce a sbalzo sul torrente, venti metri sopra i cupi abissi”, e completati da balzi di masso in masso e da cadute nell’acqua turbinosa. 

Nei decenni successivi, quando Paleari è diventato una esperta guida alpina, il lavoro lo porta sul Monte Rosa, sul Cervino e sul Monte Bianco. Ma la passione continua a spingerlo in Valgrande. Ci va da solo, con gli amici del cuore o i clienti. Testimoniano di questi anni, nel libro, alcune belle vie nuove su roccia, le ripetizioni di quelle difficili e misteriose aperte da Ivan Guerini, gite di sci-alpinismo impegnative. E le uscite sul sentiero dedicato nel 1892 a Giacomo Bove, ufficiale di marina ed esploratore polare, che è uno dei primi percorsi attrezzati delle Alpi. Una traversata in condizioni invernali dalla Cugnacorta allo Zeda, per creste solcate in estate da un sentiero, ricorda per la fatica e l’impegno ascensioni a quote molto più alte. Nelle foto sembra di essere sul Kangchenjunga o sul Lyskamm. 

Certo, racconta ogni poche pagine Alberto, la selvaggia Valgrande di oggi è una wilderness di ritorno. I sentieri costruiti con sapienza, gli alpeggi inghiottiti dal bosco, i piloni delle teleferiche per il trasporto del legname raccontano una storia fatta di lavoro e fatica. 

In molti luoghi, nel verde, compaiono le lapidi che ricordano i partigiani dell’Ossola, che tra il 1943 e il 1945 sono stati braccati in Valgrande dai reparti d’élite della Wehrmacht, appoggiati dall’artiglieria e dall’aviazione. I morti, nelle file della Resistenza, furono più di trecento.  

C’è spazio, nelle pagine di L’altro lato del paradiso, per gli autori che hanno riscoperto la Valgrande, e ne hanno descritto i sentieri e raccontato la magìa. Si deve a loro, e soprattutto a Teresio Valsesia, se la valle oggi è tutelata da un Parco, ed è uscita dall’oblìo. 

Valgrande, arrampicata al Pedum (dal libro)

Gli anni, nel libro, non passano solo per la Valgrande. Arrampicate e avventure accompagnano il percorso di vita di Alberto. Lo scopriamo ragazzino, lo vediamo segnato dalla morte improvvisa del padre, leggiamo della difficile scelta di lasciare il commercio del vino per dedicarsi alla professione di guida. Anche se si è raccontato in molti libri, Alberto Paleari è uno schivo uomo delle Alpi. La sua vita privata e i suoi affetti, nel libro, restano spesso in disparte. In uno degli ultimi capitoli, però, l’autore racconta un momento importante di poco più di un anno fa. Il 15 dicembre scadeva il termine per l’iscrizione all’albo delle guide per il 2018” racconta Alberto a pagina 164, come se fosse una cosa da poco. “Essere cancellato dall’albo è stato un sollievo, mi sono sentito finalmente libero. Ma libero da che cosa?”.

Quest’anno Paleari spegne settanta candeline, e accettare il passare degli anni è un segno di sapienza montanara. Con la sua scelta di chiudere la carriera, i clienti che non cercano solo vette celebri e gradi perdono la sua esperienza e la sua verve. Il tempo libero, però, significa che Alberto potrà scrivere più spesso. E questo è un bene per tutti. 

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