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#SLOWMOUNTAIN – Vincenzo Torti: “Vivere le alte quote facendo in modo che nessuno si accorga del tuo passaggio”

 

Il 2019 è stato dichiarato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali anno dello slow tourism, un’esperienza di viaggio al contempo classica e innovativa attraverso i percorsi storici, i cammini, le ciclovie, gli itinerari panoramici e quelli culturali: si tratta di tornare a promuovere concretamente i territori, le loro peculiarità storiche, le loro attrattive naturali più autentiche. Un modo di viaggiare che richiede un tipo diverso di mobilità, che presti particolare attenzione alla sostenibilità.

Il Gruppo FNM e Montagna.tv insieme promuoveranno il turismo lento legato alla montagna raccontando e passeggiando tra le località montane più suggestive.

 

Vincenzo Torti, presidente dei CAI: “Vivere le alte quote facendo in modo che nessuno si accorga del tuo passaggio”

Vincenzo Torti, presidente generale del Club Alpino Italiano, è certamente la miglior persona per parlare di “slow mountain”, di questo approccio delicato e rispettoso alle montagne. Come presidente si è infatti impegnato nella riscoperta di un lungo tracciato escursionistico italiano nato nel 1983, ma effettivamente concretizzato solo nel 1995 con un primo evento inaugurale chiamato “Camminaitalia”. Parliamo ovviamente del Sentiero Italia, 6880 chilometri di sentiero che corre da Nord a Sud (isole comprese) toccando le venti Regioni italiane. Un itinerario, che oggi si prepara a diventare una vera e propria infrastruttura organizzata, da percorrere con lentezza. Un passo alla volta alla scoperta del nostro Paese, della sua parte più piccola e troppo spesso sconosciuta.

Vincenzo ha avuto lungimiranza in questo e, con calma e metodicità, sta realizzando questo suo ambizioso progetto. Più “slow mountain” di così c’è ben poco.

Vincenzo cos’è per te la montagna?

Per me la montagna è stata il cambiamento, la svolta alla mia vita cittadina. L’ho scoperta da ragazzo grazie al nonno, presidente della sezione CAI di Giussano, che aveva i monti nel cuore oltre che nei ricordi: aveva combattuto tra le fila degli Alpini durante la Grande Guerra.

Le terre alte per me sono state la differenza: stavo crescendo da cittadino, ma a un certo punto ho scoperto la fatica della salita. Ho imparato, attraverso lo sforzo, a forgiare il carattere, ad essere molto più accomodante. Ho imparato la solidarietà, la condivisione, lo stare insieme, il salire insieme. Caratteristiche che hanno mutato la mia indole cittadina.

Ricordo ancora bene quei primi campeggi in Val Ferret, negli anni ’60, sotto le Grandes Jorasses, lavandoci nell’acqua gelida della Dora. Lì ho imparato la differenza rispetto alla realtà a cui ero abituato, un’altra esperienza di vita.

“Slow mountain” non è solo andare piano, è anche una maggiore consapevolezza ecologica, sostenibilità… Che significato dai all’espressione “slow mountain”?

“Slow mountain” significa vivere la montagna con il proprio passo, con quello che ti dice la tua personalità, la tua ricerca di silenzio, di spiritualità e di condivisione. Vivere le alte quote, possibilmente facendo in modo che nessuno si accorga del tuo passaggio: dove hai camminato tu andranno altri ricercando le stesse sensazioni ed emozioni che ti hanno spinto a salire.

Sulle montagne c’è anche dinamismo, sviluppo, velocità, qualità tipiche della città portate in quota. Pensi che queste caratteristiche si possano relazionare con il concetto di “slow mountain”?

Si possono e si devono relazionare, con rispetto dell’ambiente e del luogo. È necessario per dare a chi vive nelle terre alte i vantaggi della modernità, come per esempio la telemedicina.

Io ho una figlia sposata che vive in montagna con tre bambini. Pensare che loro siano fuori dal mondo è una cosa che non desidero io e che non desiderano loro. Per questo credo che tutto ciò che può agevolare la vita dei montanari sia un bene, se usato con intelligenza e senza danneggiare il territorio. Se usato per valorizzare le terre alte con rispetto di quei luoghi, di quelle dimensioni culturali, di quelle terre e delle persone che le popolano.

Voi, con il Sentiero Italia CAI mirate a fare qualcosa di simile?

Ambiamo a far diventare il Sentiero, specialmente nel Sud e nel Centro del nostro Paese, un vero e è proprio volano di attenzione nei confronti delle popolazioni. Siamo noi che vogliamo andare a camminare in quelle terre per incontrare culture, per incontrare tradizioni, e far si che il nostro passaggio diventi per loro occasione di lavoro.

Io, per fare un esempio, durante il cammino di San Benedetto sono passato a Orvinio (Rieti) fermandomi a dormire nell’unica struttura ricettiva incontrata in paese: un bed & breakfast con sole due camere. Oggi, se capitate a Orvinio, vi troverete invece di fronte a un centro del tutto cambiato dove esistono diverse sedi di accoglienza per ospitare i tanti pellegrini che frequentano quell’itinerario. Non credo però che avrei mai conosciuto Orvinio se non fosse stato per questo percorso e per l’imprenditorialità dei giovani che han creduto nella forza del cammino.

Ci racconti un momento “slow mountain” nella tua esperienza di frequentatore delle montagne?

Ho fatto molti cammini, tra cui la pirenaica in autosufficienza. 24 chili in spalla, dieci ore al giorno di cammino, più slow di così (ride). Posso dire di aver vissuto costantemente l’esperienza “slow mountain”, in tutti i miei percorsi: in Corsica, lungo il Cammino di Santiago, nei nostri cammini italiani.

Per un periodo però sono anche andato veloce. Per circa 15 anni mi sono dedicato alla corsa in montagna e qui devo dire di aver imparato il piacere di andare piano. L’ho scoperto accompagnando in montagna qualche amico, più lento, con cui mi sono adagiato a seguire il suo ritmo, senza forzature, andando al passo del più lento come si fa in montagna. In quei momenti la gioia di camminare a un ritmo che non è il tuo, ma che fa scoprire la dimensione straordinaria della montagna a qualcun altro, è molto forte. Ti regala la possibilità di trasferire le tue emozioni a un’altra persona, ad un passo lento. Credo che questo sia l’emblema dello “slow mountain”.

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