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Sci alpinismo

Scialpinismo. Majella tutta d’un fiato

Testo e foto di Omar Oprandi, Guida Alpina

Lo Scialpinismo, il mio sport preferito. È stato un colpo di fulmine, già all’età di 12 anni. Era il lontano 1977, alla prima gita di scialpinismo, fatta con il CAI di Zogno (BG). Da allora non l’ho più abbandonato. Aspetto con voglia ogni prossimo autunno perché, per me, rappresenta l’appuntamento con questa attività.

Per un lungo periodo, ben 20 anni, ho fatto quasi solo ed esclusivamente scialpinismo agonistico, con il solo scopo di arrivare all’appuntamento con le gare al meglio. Più di 260 gare di cui vinte circa un centinaio. Sono salito sul podio più alto nella “Coppa Dolomiti” ben tre volte, nel Campionato Italiano due e in quello Trentino dal 94 al 97, anno in cui vinsi anche il famoso Trofeo Mezzalama. Negli ultimi anni avevo ottenuto anche tutti i massimi risultati nella categoria Master. Poi, nel 2015, mi son deciso a smettere definitivamente. Mi era ritornata la voglia di fare altro.

Stop allo “Skialp”, stop alla preparazione fisica fine a se stessa, sempre a testa bassa, stop ai sacrifici e alla sopportazione degli allenamenti a bordo pista, stop con l’alimentazione e le giornate da atleta. STOP!
Era ora di riprendere quello che avevo tralasciato tanti anni prima: fare scialpinismo con la “S” e soprattutto la “A” maiuscola. Senza dubbio il modo più bello e completo di frequentare la montagna d’inverno.

Il mio “nuovo modo” di vivere la montagna in velocità, con gli sci d’alpinismo nei piedi, è quello di scegliere delle belle montagne e volerle percorrere nei punti più interessanti. Se le si osservano con attenzione e ci si prepara in modo adeguato, si possono salire con gli sci o i ramponi e poi scenderle dai loro punti più estetici.

Lo stesso principio l’ho mantenuto anche per la Majella. Ho inventato un progetto particolare: intrecciare con gli sci d’alpinismo molte “Rave” con un itinerario che collegasse le discese e salite più conosciute di questa bellissima montagna.

Non mi rimane che raccontarvi la storia di questa bellissima “Ravanata”.

Come è andata

La decisione della data doveva coincidere con un meteo stabile preceduto da un periodo di bel tempo, per dare il modo alla neve di assestarsi per poter salire e scendere la Majella in sicurezza.

Solo pochi giorni prima della mia visita, il mio messaggio al Comune di Campo di Giove dove avvisavo della mia intenzione di trascorrere in quel paese, ottimo Campo Base per le salite in Majella, alcune giornate per la riuscita del progetto. Era previsto cielo sereno e sole garantito e, altro punto importante, vento quasi assente. Dovevo decidere in fretta.

D’altronde il periodo migliore è la cosiddetta “primavera scialpinistica” che coincide con la metà di febbraio e la fine di marzo. La neve e le condizioni delle cime e delle Rave era perfetta. D’altronde non potevo frequentare la montagna, vista la mia distanza dall’Abruzzo, e quindi, per la sicurezza mi potevo affidare solo al mio intuito e alla continua visualizzazione delle varie informazioni sul web.

La risposta dal Comune di Campo di Giove non si è fatta attendere, addirittura coinvolgendo l’associazione commercianti del paese con a capo Giampiero Verna, all’apparenza, come si suol dire, entusiasti della mia visita.

Ed è così che vengo accolto. Per primi la famiglia del B&B Pastore Abruzzese con la presenza della signora Giovanna che mi ha accolto veramente a braccia aperte. Subito dopo la conoscenza del marito Luciano che mi ha intrattenuto nella “visita” dei suoi lavori del legno e tanto altro. A seguire vado a conoscere il cuore pulsante di quel quartiere: la signora Natalia Viviani del Naty Bistrot. Anch’essa con un’accoglienza fantastica, tipica delle persone abituate a trattare bene i turisti del villaggio. Ed infine da Massimiliano Colelli che mi ha ospitato a cena presso il suo ristorante La Scarpetta di Venere, anche se io avevo bisogno solo della mia abituale pastasciutta, quella che anticipa una mia lunga attività sportiva.

Il lavoro che volevo fare il giorno seguente era la perlustrazione “visiva” delle famose Rave. Cosa che ho potuto fare in macchina assieme a Massimiliano che mi ha accompagnato. Si, proprio il cuoco del ristorante della sera prima, anche lui appassionato scialpinista. La giornata ottima mi ha permesso di verificare l’ottima situazione della montagna. Era tutto li davanti a me, pronto per la mia avventura del giorno seguente

La partenza, fissata per le ore 05.00. Mi sembrava l’orario più adatto, visto che in questo periodo inizia ad albeggiare poco dopo, quindi sveglia ore 04.30 per gli ultimi preparativi e alle ore 04.50 mi ritrovo in piazza del paese con Antonio che solitamente lavora al suo Caseificio Majella. Oggi si è preso una giornata apposta per accompagnarmi nella prima parte.

Ore 05.00, la macchina fotografica immortala la nostra partenza, proprio dal centro del paese, in piazza. In breve siamo fuori dalle ultime case per seguire il sentiero, in direzione del Piano Saliere. A scandire il passo inizia Antonio che conosce molto bene questo sentiero, zona abituale dei suoi quotidiani allenamenti. Poco dopo mi invita ad andare avanti, cosa che accetto ben volentieri. Qui non mi è difficile trovare il sentiero, anche se la luce del giorno è ancora molto debole. In breve arriviamo alle prime chiazze di neve e al primo dei numerosissimi cambi assetto. Togliamo le scarpe da trekking per calzare gli scarponi. La prima parte, senza neve, è già alle spalle.

Alle 6.20 ripartiamo con i ramponi ai piedi per una progressione più sicura. La neve nella notte si è ghiacciata per bene. Antonio sfrutta gli ultimi minuti con me per chiedermi la tecnica giusta della progressione sul ripido con i ramponi. Due dritte poi lo saluto. E’ lui stesso che mi invita a fare il mio passo non senza voler consegnarmi “le sue barrette energetiche”. Due pezzi di formaggio che secondo lui potrebbero servirmi, visto il programma che gli avevo svelato poco prima. Lo ringrazio già cento metri più avanti, invitandolo a seguire le mie impronte e a darmi il formaggio al mio rientro.

La notte ha lasciato spazio alle luci del giorno, sono già in alto dritto verso la mia prima cima. Gli sci sono nello zaino, qui è troppo ripido e la neve è veramente molto ghiacciata. Solo al termine della prima salita (che qui chiamano Majella 1) riesco a mettere gli sci nei piedi e raggiungere la prima cima: Tavola Rotonda 2403 m, h 7.12. Cima poco rilevante ma pur sempre evidente in questa prima parte di lunga cresta che collega Guado di Coccia al Monte Amaro.

Scatto le prime foto con il sole, con la solita sequenza: da dove vengo, dove sono e dove andrò. Il primo scollinamento della giornata è andato, mi avvicino già alla seconda cima che in un batter d’occhio è già sotto i miei sci. Cima di Fondo di Femmina Morta 2487 m, h 7.27. Qui c’è il sole, appena al di là delle mie punte il versante della Majella è ancora tutto in ombra. E’ qui che tolgo per la prima volta le pelli per scendere, in attraversata nel fondo di Femmina Morta, h 7.34.

Conseguente cambio assetto per puntare dritto alla terza cima della giornata: Cima di fondo di Majella a 2593 m, h 7.55. Anche il versante Ovest inizia a prendere i primi timidi raggi di sole che mi lasciano intravedere la mia prima discesa seria. Qui esistono due canali gemelli. Hanno questo nome perché raggiungono la stessa cima. Scendo quello sulla mia destra per essere già indirizzato verso il lungo traverso che mi porterà sotto il Monte Amaro.

E’ quasi un peccato. In questo momento è proprio difronte a me, seppur lontano. Solo poco più alto della quota dove sono. Invece mi aspetta un lungo e ripido tratto da fare tutto in diagonale, alternando molte volte tratti a piedi con tratti da fare con gli sci. Non è facile. Appena prendo confidenza con il ripido e la neve ghiacciata devo togliere gli sci e continuare il “mio attraversare” a piedi. H 8.21, sono a metà, il terreno è ghiacciato sia con gli sci, sia senza. Non ci sono tracce, me lo aspettavo. Qui non viene nessuno, non c’è scopo se non quello di non perdere quota per arrivare, appena sopra la vegetazione, nei pressi della Rava Giumenta.

Metto le pelli e riparto. Per me la terza salita. Sono le h 09.00 in punto, incontro due amici, due ragazzi venuti apposta da luoghi diversi: Armando dall’Aquila, forte scialpinista e amante delle competizioni, e Biagio da Roccaraso fortissimo fondista (ex nazionale Italiana) e ora forte scialpinista. Con loro avevo in programma il ritrovo proprio qui, nella parte più bella della “direttissima” al Monte Amaro.

Ero in perfetto orario con il mio piano di marcia. Per raggiungere la cima di doveva “solamente” seguire il fondo di questa Rava che solo in alto si dirama in due tronconi. Il più frequentato è quello di destra che porta sotto “la normale”, dove sale il sentiero estivo. Lo spirito del gruppetto era alle stelle, bel tempo e temperature miti ci hanno accompagnati fino alla parte sommitale del Monte Amaro 2793 m, h 10.05. Avevo appena terminato i primi 16 km e circa 2700 m di dislivello in salita.

La sosta sulla cima è stata la prima degna di questo nome. Il tempo occorrente per sostituire le batterie al mio Garmin, riempire di nuovo la borraccia che tengo, a portata di mano sulla mia spallina sinistra, e qualche battuta per essere giunti a metà dell’opera. Davanti a noi la parte più complessa della gita, facilitata dai sopraluoghi del giorno prima. Orientarsi in alto, per entrare nelle Rave non è cosa semplice. Ci sono diverse possibilità ed e facile sbagliare. Qualche traccia ci ha confermato la scelta corretta della discesa nella famosa Rava della Vespa.

Una discesa entusiasmante sia per l’estetica del pendio, sia per la qualità della neve. Eravamo felici, concentrati comunque in quello che facevamo visto la pendenza considerevole della discesa. Si tratta di un vero e proprio tuffo verso la parte più bassa della Rava. Solo prima del bosco iniziamo a deviare a destra per entrare nella Rava del Ferro. L’ennesimo grande canale che dovevamo risalire. Poco prima però, mi vedo arrivare un grosso sasso dal pendio di destra. Forse mosso dagli innumerevoli camosci che facevamo correre sui pendii. Faccio giusto in tempo a fare una derapata. Ciò mi evita l’impatto diretto con la pietra, ma la stessa colpisce, con un rumore secco e deciso il mio sci. Dopo poche centinaia di metri, su una piccola cengia dove facciamo il cambio assetto mi accorgo che quel sasso ha tranciato di netto la leva dei miei fedeli ATK. Per fortuna si può ancora a farla funzionare, anche se non totalmente riesce a sbloccare e bloccare lo scarpone. Poco male.

Sono le h 10.50, stiamo attraversando il pendio ripido, per entrare nel cuore della Rava del Ferro per la mia terza salita importante, la quinta della giornata. Sorpassiamo subito dopo due scialpinisti, anche loro intenti a risalire questa bellissima Rava. E’ la più sinuosa. Ad ogni curva regala un panorama diverso, a differenza selle Rave fatte fin ora, più monotone. Armando detta il ritmo, anzi ogni tanto da “degli scossoni” al ritmo di marcia. Forse per fare delle foto o, senza forse, perché è indubbiamente il più allenato.

Armando e Biagio sono sempre, rispettivamente, uno davanti e uno dietro di me, come se mi volessero scortare. Li ringrazio “del lavoro” che stanno facendo. Soprattutto per la buona compagnia, quella che non ci da nemmeno il tempo di accorgerci che anche questa salita sta terminando. Quantomeno la parte più ripida. Sopra, dove spiana, di solito si fanno due scelte: a destra il Monte Amaro, dal quale eravamo partiti non molto prima, e a sinistra il Monte Pescofalcone. Noi proseguiamo in centro verso il Monte Tre Portoni 2673 m, h 12.15, dal quale proseguiamo verso il Monte Pescofalcone 2643 m. Lo raggiungiamo alle h 12.23.

Appena il tempo di coprirsi, travasare dalle bottiglie trasportate nello zaino del liquido nelle nostre borracce e fare il cambio assetto che siamo pronti per ripartiti in discesa alla ricerca della Rava meno conosciuta: la Rava Sfonda caratterizzata da una breve fascia rocciosa che si deve attraversare aggirando l’ostacolo nel punto più stretto del percorso. Una Rava poco frequentata senza nemmeno una traccia precedente al nostro passaggio. Faccio alcune fotografie ai miei compagni di gita tra le pareti della Rava, con il sole che inizia a scaldare sempre di più, tra le rocce di questo itinerario. Poi tocca a me, a mia volta immortalato da un video di Armando.

Appena oltre attraversiamo a destra cercando di zizzagare tra i mughi per non perdere quota. Miriamo direttamente ad una piccola forcella che superiamo senza sci. Appena oltre un altro breve traverso ci fa arrivare nella parte centrale della Rava di Pisciarello. Sono le h 12.50 iniziamo l’ultimo cambio assetto, per quanto riguarda il posizionamento delle pelli sotto gli sci. Sapevamo che ci separavano solo poche centinaia di metri di dislivello dalla cima e che le difficoltà potevano essere solo nella parte alta, dovute principalmente alla pendenza. Iniziamo la salita con la convinzione di avere dalla nostra un buon allenamento e un’ottima scelta strategica del percorso.

La prima parte della Rava, dalla forma incanalata, simile alle altre, non ha creato problemi. La pendenza continua ci ha fatto salire velocemente con gli sci ai piedi, fino ad arrivare, sotto un enorme pendio molto aperto e sempre più ripido. Le condizioni erano comunque buone, solo la neve, a tratti, era piuttosto dura e compatta. Questa caratteristica l’abbiamo trovata solo qui, dovuta all’esposizione ai venti che hanno modellato la neve. Decido di mettere i ramponi. Armando è già alto, Biagio è con me. Loro si sentono tranquilli, mentre io, forse per la stanchezza accumulata, preferisco avere i ramponi ai pedi. Preferisco camminare con passo rilassato, per aumentare la mia sicurezza. Una eventuale scivolata su questa pala può risultare disastrosa. Eravamo in piena parete, quasi sospesa sopra un lungo canale che sprofondava in basso.

Superato l’ostacolo giungiamo alla piccola croce del Monte Pescofalcone. Sono le h 14.00 in punto, esattamente nove ore dopo la mia partenza con altri 1800 metri di dislivello fatti. La vista dell’ultima lunga discesa ci ha riempito gli occhi di quella gioia che solo chi ha condiviso fatiche e pericoli può conoscere. Una gioia fatta di una stretta di mano e di una pacca sulla spalla, con il sole che sparisce dietro una nuvola, che lascia negli occhi quella luce simile ad una lacrima ma che gli uomini si vergognano a far vedere.

Mettiamo una giacca, togliamo le pelli e iniziamo la discesa con il morale alto. Inizialmente non è stato poi cosi facile: la cresta era delimitata ad una piccola e sottile lingua di neve, quasi sospesa nel vuoto. A sinistra il terreno pulito dal vento e a destra una cornice che andava oltre la cresta. La cosa strana era che in tutta la giornata avevamo sempre macinato metri e metri di dislivello sempre al riparo delle conche tipiche delle Rave, mentre ora, seppur con pendenze meno rilevanti, fare quel traverso esposto ci è sembrato una cosa meno naturale. Questo traverso ci ha fatto “rizzare le antenne”, quasi in equilibrio sugli gli sci. Malgrado tutto, riusciamo a percorrere integralmente la cresta fino alla propaggine settentrionale del Pescofalcone dove la striscia di neve allargandosi ci ha lasciato godere di alcune curve più rilassanti fino al Monte Rapina.

Ancora alcune brevi soste per le foto di rito e giù lungo l’ultimo pendio della giornata, con la gioia di lasciare correre gli sci nella neve che da questo punto i poi era più morbida. Un’ultima parte divertente, seguendo le ultime lingue di neve, ci ha fatto concludere la discesa. Mentre toglievamo gli sci ci siamo scambiati le sensazioni di questa ultima parte, poi ci siamo spostati a piedi fino alla vicina loc. Guado di Sant Antonio dove si arriva in macchina alle ore 14.49.

Una bella stretta di mano per farci i complimenti a vicenda. L’opera era terminata. Personalmente sapevo di aver concluso un progetto, sognato tutto l’inverno, preparato nel miglior modo sotto tutti gli aspetti tecnici e logistici. Sicuro del fatto di averlo portato a termine nella massima sicurezza e con una buona preparazione fisica e tecnica. Un’attraversata che, a parer mio, lancerà un segnale concreto: in Majella, “la Madredelle genti d’Abruzzo” molto è possibile… basta crederci!

L’itinerario

1° SALITA con partenza dalla piazza in centro a Campo di Giove passando oltre il Piano Saliere (Macchia di Secina), con salita diretta del “Canale tronco”, aggirando il salto di roccia alla base, sulla sx orografica. Salita diretta alla prima cima, Tavola Rotonda 2403 m. Trasferimento in cresta alla Cima di Fondo Femmina Morta 2487 m.
1° DISCESA da Cima di Fondo Femmina Morta alla Forchetta di Maiella 2390 m e in traverso nella conca di Femmina Morta.

2° SALITA dalla conca di Femmina Morta alla Cima di Fondo di Maiella 2593 m.
2° DISCESA dalla cima di Fondo di Maiella inizialmente per il Canale Gemello di destra (scendendo) poi attraversando verso destra la Valle Ferrari fino al fianco di Rava Giumenta appena sopra la vegetazione.

3° SALITA della Rava Giumenta fino alla Cima Monte Amaro 2793 m
3° DISCESA dalla Cima Monte Amaro per la Rava della Vespa, fino al limite bosco

4° SALITA dalla bellissima Rava del Ferro fino al Monte Tre Portoni 2673 m per proseguire in cresta fno al Monte Pescofalcone 2643 m
4° DISCESA dal Monte Pescofalcone dalla sconosciuta Rava Sfonda fino a oltre la strettoia tra le roccie per attraversare a destra (scendendo) fino ad entrare nella Rava del Pisciarello

5° SALITA della Rava del Pisciarello fino al Monte Pescofalcone 2643 m
5° DISCESA da Monte Pescofalcone per cresta, passando per il Monte Rapina 1927 m, il Prato della Corte fino al Guado S. Antonio

Dati tecnici

Concatenamento fatto il 25 Marzo 2019 in circa 10 ore dalla Guida Alpina Omar Oprandi con la collaborazione parziale di Antonio D’Amico, Biagio Di Santo e Armando Coccia.

Partenza Campo di Giove h 5.00
Tavola Rotonda 2403 m h 7.12
Cima di Fondo di Femmina Morta 2487 m h 7.27
Cima di fondo di Majella a 2593 m h 7.55
Monte Amaro 2793 m h 10.05
Monte Tre Portoni 2673 m h 12.15
Monte Pescofalcone 2643 m h 14.00
Arrivo al Guado di Sant Antonio h 14. 49

Dislivello salita: 4573 m
Dislivello discesa: 4488 m
Difficoltà scialpinistiche OSA
Difficoltà complessive: EI 6 / WT 6
Discese: pendenza > 45°

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