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Trento Film Festival, Stefano Ardito intervista Pierluigi Bini

Quasi quarant’anni fa, negli anni Settanta, un ragazzino arrivato da Roma ha contribuito a trasformare l’alpinismo dolomitico. Pierluigi Bini, quasi sempre con un paio di scarpe da tennis ai piedi, ha ripetuto in cordata decine di grandi itinerari dei Monti Pallidi. 

Pierluigi Bini apre la Via del Vecchiaccio al Corno Piccolo, 1977 © Massimo Marcheggiani

E ha compiuto le prime ascensioni solitarie di vie durissime e famose come la Detassis al Croz dell’Altissimo, la Gogna alla Sud della Marmolada e la Via dei Fachiri alla Cima Scotoni. 

Nell’incontro al Festival di Trento, che si terrà alle 18.30 di mercoledì 2 maggio nell’Area archeologica di Palazzo Lodron, Pierluigi Bini rievocherà i suoi primi avventurosi incontri con quelle straordinarie pareti, e gli anni in cui ha preso confidenza con le grandi muraglie di dolomia. 

Negli anni, Pierluigi si è legato in cordata con Andrea Campanile, Luisa Iovane, Angelo Monti, Tone Valeruz e altri personaggi importanti. A restare impresso a chi li ha incontrati in fondovalle o in parete è stato il legame tra Bini e Vito Plumari, “il Vecchiaccio”, l’ex-bidello di origini siciliane e dalla parlata incomprensibile che ha superato, da secondo di cordata, decine di itinerari di alta difficoltà.   

Oltre alle imprese sulle Dolomiti, si parlerà naturalmente delle nuove vie di Pierluigi Bini sulle pareti del Gran Sasso, dalle placche solide e levigate delle Spalle del Corno Piccolo all’immensità verticale del Paretone del Corno Grande. 

E dell’allenamento intensivo che lo ha portato a superare fino a tremila metri di arrampicata, in salita e in discesa, sulle pareti del Monte Morra, la storica falesia a un’ora d’auto da Roma. 

L’ultimo capitolo di questa storia sorprendente è dedicato alle pareti, poco note ma quasi sempre di alta difficoltà, dove Pierluigi Bini continua ad aprire itinerari impegnativi. Le più spettacolari risalgono la Rupe della Tagliata, che domina il Santuario della SS. Trinità, sui Monti Simbruini. Una parete alta 250 metri, tagliata da grandi tetti orizzontali, che ricorda le pareti Nord della Cima Grande e della Cima Ovest di Lavaredo.   

Nei suoi “Incontri ad alta quota”, un libro pubblicato qualche mese fa da Corbaccio, il giornalista, scrittore e documentarista Stefano Ardito ha raccolto ben 35 interviste con protagonisti dell’arrampicata e dell’alpinismo, realizzate dagli anni Ottanta fino a oggi. 

Nell’elenco dei personaggi intervistati compaiono star leggendarie come Fritz Wiessner, Edmund Hillary e Riccardo Cassin, grandissimi come Walter Bonatti, Chris Bonington Reinhold Messner, campioni di oggi come Simone Moro, David Lama, Nives Meroi, Stefan Glowacz, Alex Huber e Adam Ondra. 

Per presentare il suo libro al Festival di Trento, però, Ardito ha scelto di incontrare un personaggio poco noto al grande pubblico, e agli alpinisti che vivono ai piedi delle Alpi. Sarà un omaggio a Pierluigi Bini, ma anche alle pareti e alle falesie dell’Abruzzo, del Lazio e delle regioni vicine, che Ardito percorre e di cui scrive da decenni. Sarà anche un omaggio, com’è ovvio, a tutti gli arrampicatori e gli alpinisti che percorrono da molti anni, e con passione, queste cime. 

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