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Il Padiglione Nepal andrà a Livigno, rimane a Milano o torna in Nepal?

Amrit Shakya

Expo 2015 è stato un “formidabile” evento, anche se qualche strascico lo ha lasciato. L’allora Commissario Sala ne è uscito quasi indenne per entrare a Palazzo Marino a governare Milano, ora, forse, ha perfino qualche ambizione ancora più alta. A proposito di altezza, quel che è rimasto dei padiglioni è quello del Nepal. Forse l’unica vera opera dell’ingegno e della manualità costruttiva e artistica tra tutti quelli che si affacciavano sul decumano, il grande viale centrale di Expo.

Non fu impresa facile completare e aprire i 300 metri quadri di allestimento che comprendevano una grande pagoda di quattro piani, in legno intarsiato, con i tetti “dorati”, uno “stupa” simbolico a racchiudere la pagoda e i giardini protetti da “sattal”, verande sempre in legno intarsiato. Un gioiello prezioso.

Ma il terremoto che colpì tragicamente il Nepal nell’aprile del 2015 produsse prima una battuta d’arresto, poi molte difficoltà organizzative ed economiche che vennero superate solo grazie alla buona volontà del rappresentante nepalese Amrit Shakya e dei suoi collaboratori che vollero andare avanti, anche per testimoniare che il loro Paese avrebbe reagito alla tragedia. Ma anche Expo ci mise del suo dando una mano e chiudendo un occhio sui tempi e alcune procedure.

Il giorno dell’inaugurazione di Expo il primo ministro italiano Matteo Renzi con la moglie Agnese volle testimoniare la vicinanza dell’Italia al Nepal visitando il Padiglione accompagnato dall’allora Ministro degli Esteri Gentiloni, oggi primo ministro e dal Sottosegretario agli Esteri Della Vedova. Non mancarono le interviste di Sala, dell’allora sindaco di Milano Pisapia e del Presidente della Regione Maroni che assicuravano che l’Expo, l’Italia, Milano e la Lombardia mai e poi mai avrebbero abbandonato gli amici nepalesi, rappresentanti e simbolo della cultura e della natura delle montagne di tutto il mondo.

Siamo nel 2018 e il padiglione, dopo esser stato chiuso nell’autunno 2015 e affidato alla custodia di Expo, dopo essere stato saccheggiato dai ladri, che si sono prese anche alcune preziose statue di Buddha, è rimasto lì a macerare sotto le intemperie.

L’idea da subito venuta al sottosegretario Della Vedova, che ha tuttora la delega per l’Asia, fu quella di portare il Padiglione Nepal in un posto di montagna per lasciarlo a testimonianza non solo del successo di Expo, ma della cultura universale delle montagne. Farne insieme ai nepalesi un centro che potesse rappresentare l’architettura, l’arte, la tradizione, la spiritualità e perfino la cucina e lo sport del “tetto del mondo”. L’esperimento era peraltro avvenuto altre volte nel passato, tant’ è che dopo l’Expo di Shanghai un padiglione simile è rimasto con grande successo di visite e business in Cina, ma anche in Germania dopo l’Esposizione di Hannover si è vissuta la medesima positiva esperienza.

Rendering padiglione Nepal a Livigno

Perché non in Italia? Le coordinate geografiche ed economiche puntarono da subito su Livigno: il Piccolo Tibet, a cavallo tra Lombardia e Svizzera, area di grande frequentazione sportiva e, certamente, anche grazie alla “zona franca” di disponibilità economica.

Expo prima, sollecitata anche dalla Regione, poi la subentrante Arexpo oggi, con gli auspici mantenuti del Ministero degli Esteri, ci avrebbero anche messo del loro (soldi) per aiutare i nepalesi a spostare il padiglione in quota a Livigno; anche Livigno ci avrebbe messo un contributo oltre al terreno e tutti sarebbero vissuti felici e contenti. I condizionali sono d’obbligo.

Ma il tempo passa e le cose cambiano. Arexpo, la società che ha rilevato quel che rimaneva di Expo 2015, per poi metter in gara internazionale la realizzazione di un grande progetto di conversione dell’immensa area a ridosso di Milano, ben servita dai mezzi pubblici, ha affidato ad una società australiana Lend Lease, di tutto rispetto, il progetto per un campus della scienza; nel farlo s’è ricordata del Padiglione Nepal in attesa di una collocazione e del fatto che, contrariamente agli altri padiglioni, non poteva con diritto essere distrutto  perché opera di pregio artistico.

E dunque la fragile volontà di Livigno, che nel frattempo ha tenuto in ballo i nepalesi per più di un anno – avendo peraltro firmato una formale lettera di intenti e affidato a un professionista il compito di riprogettare il padiglione sul loro territorio, cosa puntualmente fatta -, ha “trovato lungo” a decidere per una cosa che si occupa di cultura, sia pure della montagna, rispetto a qualcosa che riguardi impianti di risalita, alberghi o esercizi commerciali. Così rischiando di perdere un’opportunità formidabile di ampliare l’offerta turistica non solo alla natura e allo sport e benessere del corpo, ma anche al sapere, alla mente e alla cultura. E quindi si è ancora in ballo.

Amrit Shakya ha recentemente scritto a tutti che i giorni di attesa di risposte, che non vengono mai, sono avvilenti e sono come la tortura cinese della goccia d’acqua, una dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, senza fine apparente.

Tutto accadrà nei prossimi giorni. Le “parti” si incontreranno a Milano per decidere cosa fare del Padiglione Nepal, che non può essere distrutto, che troverebbe superba collocazione a Livigno, ma che potrebbe anche interessare agli Australiani, i quali, finalmente, dopo che il tribunale ha confermato la regolarità delle gare e della loro offerta e impegno, si metteranno al lavoro e potrebbero per davvero valorizzare il Padiglione Nepal dentro un campus della scienza.

Amrit dice però che vuol fermare la goccia che lo sta uccidendo e che quindi, se non avrà proposte e risposte immediate, manderà a Milano i suoi “nepalesini” per smontare e riportarsi a casa il suo Padiglione. Vedremo come andrà a finire.

 

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Un commento

  1. Ad AREXPO non interessa il padiglione del Nepal, gli interessa solo fare il colpo del secolo con la colata di cemento sull’ex area expo…senza andare a vedere quello successo prima con l’ex area Falck dove sorse l’Expo…ma si sa, siamo in Italia

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