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Pellet radioattivo: sequestri in tutta Italia

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AOSTA — Sono migliaia le tonnellate di pellet radioattivo sequestrato in tutta Italia. E si moltiplicano gli appelli perchè non si bruci il pellet sospetto e si faccia attenzione in orti e giardini concimati con le sue ceneri. E’ difficile, però, controllare il panico scatenato dal caso scoppiato nei giorni scorsi in Valle d’Aosta: quello dei pellets "Naturkraft" al cesio 137, finiti nelle nostre stufe nei mesi scorsi. Sotto accusa c’è un produttore lituano, che paradossalmente sembra essere in possesso di tutte le certificazioni di qualità e sicurezza.

"Questo pellet ha qualcosa che non va". E’ stato un tecnico di una piccola azienda valdostana, la Errebi di Saint Christophe, ad accorgersi che la combustione del pellet Naturkraft, nuovo combustibile proveniente dalla Lituania e importato da un’azienda varesina, presentava delle anomalie. I titolari della ditta hanno prontamente avvertito i vigili del fuoco, che hanno fatto analizzare il materiale e hanno trovato le sconcertanti tracce di Cesio 137, il pericoloso isotopo prodotto dai test atomici, protagonista del disastro di Chernobyl.

La scoperta ha dato immediatamente il via ad un’indagine della Procura di Aosta, che ha portato in questi giorni al sequestro di diecimila tonnellate di pellet radioattivo. Impressionante il numero di province coinvolte nel caso: i controlli dei nuclei specializzati delle forze dell’ordine – nucleare, batteriologico, chimico e radiologico – hanno trovato pellet sospetto ad Aosta, Varese, Milano, Como, Lecco, Cremona, Bergamo, Pavia, Lodi, Sondrio, Brescia, Torino, Cuneo, Savona, La Spezia, Genova, Vicenza, Forlì, Ravenna Ferrara, Bologna, Frosinone, Viterbo, L’Aquila, Bari, Brindisi, Taranto, Cosenza, Sassari e Cagliari.

La notizia, però, ha gettato in allarme i cittadini italiani, nella cui mente sono ancora impresse le terribili conseguenze del disastro di Chernobyl. Le autorità hanno cercato di calmare gli animi, chiarendo che se il pellet non è stato bruciato, non è pericoloso. Secondo le prime analisi, infatti, il combustibile rilascia cesio 137 solo durante la combustione: la massima attenzione va quindi prestata alle ceneri, che avrebbero un livello di radioattività 40 volte superiore ai limiti consentiti dalla legge e che purtroppo qualcuno potrebbe aver usato come fertilizzante in orti e giardini: un’operazione assolutamente da evitare, perchè l’isotopo ha dei tempi di decadimento lunghissimi.

"In ogni caso, meglio non manipolare pellet sospetto – hanno detto i Vigili del fuoco – e per cautela meglio non mangiare gli ortaggi e la frutta cresciuti sui terreni concimati con il pellet bruciato. Non disperdere il materiale nell’ambiente e chiedere subito l’intervento del 115".

E mentre in Italia si cerca di gestire l’emergenza, si infittisce il mistero su come questo pellet radioattivo abbia potuto diffondersi a macchia d’olio. Le indagini sono risalite al produttore: la Graanul Invest, che ha sede in Lituania ed è uno dei più grandi produttori del mondo. La ditta si è messa a disposizione delle autorità italiane ma respinge ogni accusa, sostenendo che nei suoi stabilimenti non c’è traccia di radioattività nè nei pellet, nè nei residui di segheria, nè nei macchinari. E rivendica il fatto che i suoi prodotti sono tutti certificati e conformi agli standard Ue.

In effetti, il pellet incriminato era addirittura titolare del "certificato Din Plus", una delle massime garanzie sul mercato. Peccato che, a quanto pare, le certificazioni non contemplino parametri per valutare la radioattività.

La questione ha fatto sollevare le ire della Coldiretti, che ancora una volta ha fatto appello perchè si ricorra più spesso al made in Italy. Secondo le stime, in Italia ci sono circa 700mila stufe che consumano un totale di circa un milione di tonnellate di pellets: per la maggior parte si tratta di materiale italiano, ma negli ultimi anni sono aumentate le importazioni dai paesi dell’est europeo.

"Occorre investire sulla produzione di energia rinnovabile dell’agricoltura italiana – si legge nella nota diffusa alla stampa – dove sono completamente assenti i rischi di contaminazione nucleare".

Sara Sottocornola

Foto courtesy of www.motherearthnews.com

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