Bisogni d’alta quota: perché è importante saper smaltire i propri rifiuti in montagna
Non solo cartacce e fazzoletti: quando la natura chiama durante un escursione è sempre bene sapere come smaltire al meglio i propri rifiuti
Siete in montagna. Vi scappa la popò. Non preoccupatevi, capita anche ai migliori. Ora, di fronte a voi avete diverse opzioni. 1) la fate davanti alla porta del bivacco e la lasciate in bella vista. 2) la fate dietro a un cespuglio, praticate un buco nel terreno e la sotterrate. 3) la fate dove volete, poi la mettete in un sacchetto che chiudete e riponete nello zaino.
Scommetto che nessuno di voi ha mai scelto nessuna delle tre opzioni. La prima, perché i lettori di montagna.tv sono gente perbene, La seconda e la terza, perché sulle Alpi, o almeno in Italia, non usa così. La nostra opzione più frequente, la numero quattro, è farla in un luogo (che noi crediamo) appartato e lasciarla lì, lavandoci la coscienza con la (falsa) consapevolezza che tanto “è tutta roba biodegradabile”, la popò e il fazzoletto con cui ci siamo asciugati. Il risultato di questo comportamento è che le nostre montagne sono costellate di “luoghi appartati”, che biancheggiano di fazzoletti sporchi e deiezioni a vari stadi di decomposizione.
In America, naturalmente, non è così: provate ad accucciarvi dietro un masso dello Yosemite con i pantaloni calati e subito un ranger, molto somigliante a quello dell’orso Yoghi, comparirà alle vostre spalle e vi darà una multa colossale. La filosofia della popò, nel Paese di John Muir, è sempre stata: Leave No Trace. In pratica, bisogna scavare un buco profondo almeno 15 centimetri e lontano almeno 50 metri da ogni fonte d’acqua e sotterrarvi i nostri “prodotti”. Ma anche lì le cose, come ha scritto Krista Langlois su Outside, stanno cambiando, e un buco non è più sufficiente. Già nei primi anni Ottanta i microbiologi dell’Università del Montana avevano condotto un esperimento: avevano introdotto nelle feci i batteri della salmonella e dell’escherichia choli, le avevano sepolte a varie profondità e a varie altitudini nelle Bridger Mountains e poi erano ripetutamente tornati, in ogni stagione, a misurare il grado di contaminazione batterica del terreno circostante. A prescindere da altezza o profondità, la presenza di patogeni risultava elevata anche dopo un anno.
Così sempre su Outside, in un video ormai datato ma sicuramente ancora valido, Wes Siler ci insegna qualche metodo diverso per trattare la nostra popò. Il più pratico e sicuro è depositarla su un letto di carta igienica, poi ripiegare tutto e riporre in un sacchettino a chiusura rapida, di quelli che normalmente useremmo per i biscotti o la frutta secca. Se siete padroni (beneducati) di un cane, sapete già come fare. Se no potete andare su Amazon o direttamente su uno dei tanti siti di materiale outdoor e ordinare una WAG bag, che contiene il sacchetto, una polvere gelificante per trattare immediatamente le feci, una salvietta umidificata. Forse al limone. Se la ricerca vi ha appassionato, potete spaziare anche su altri gadget a tema, tipo il Backpaking Toilet Solution Kit, una specie di imbrago che permette di simulare una seduta sulla tazza del water, o vari altri kit completi di palette, gel per igienizzare le mani e magari un albo di Tex, se siete abituati a leggere mentre la fate.
Visto che siamo finiti su Internet, potete anche profittare di vari tutorial, ce ne sono infiniti sia in inglese sia in italiano. Vi spiegheranno come fare una popò gratificante e rispettosa dell’ambiente. Io personalmente però non li guardo: mi aveva già spiegato tutto la mamma, quando mi metteva sul vasino.
P.S. Mi torna in mente l’aneddoto dell’uomo-cacca, che si racconta in uno dei nostri rifugi lombardi. In breve: il tipo si allontana dal rifugio, ma non abbastanza da non essere comunque visto, si accovaccia sulla pietraia e la fa. Poi torna al rifugio con un sacchettino ben annodato e chiede: “La buttate via voi o ci devo pensare io?”
P.P.S. Avrete notato che il mio termine preferito è popò. Avrei potuto usarne molti altri, ma contentatevi di questo. Per un eventuale tutorial sui sinonimi, vi segnalo l’immortale Inno del corpo sciolto cantato da Roberto Benigni.







