Cronaca

Everest, Dawa Sherpa sopravvive due giorni in un crepaccio: emergono nuovi dettagli

Il 52enne sherpa, ritrovato vivo dopo una settimana disperso sull’Everest, è fuori pericolo. Emergono nuovi dettagli sulla sua discesa solitaria: senza cibo, tra congelamenti, disidratazione e una caduta in un crepaccio da cui è riuscito a uscire grazie al crollo di un blocco di ghiaccio.

A pochi giorni dal suo ritrovamento, emergono nuovi dettagli sulla straordinaria vicenda di “Hillary” Dawa Sherpa, la guida nepalese sopravvissuta per quasi una settimana da sola sull’Everest dopo essere stata data per dispersa sopra il campo 3. Una storia che aveva già fatto il giro del mondo e che ora si arricchisce di particolari ancora più incredibili.

Le nuove informazioni arrivano da Tshiring Jangbu Sherpa, guida himalayana che ha raccolto la testimonianza del nipote di Dawa, Kunga Sherpa. Secondo la ricostruzione, Dawa stava scendendo dal campo 4 (7900 m) insieme a quattro clienti quando, nella zona della fascia gialla (7700 m circa), ha iniziato ad accusare gravi difficoltà motorie. Muovendosi molto lentamente è riuscito a raggiungere il campo 3, dove ha trovato una tenda abbandonata e ha trascorso la notte.

Il giorno successivo ha ripreso la discesa. La presenza delle corde fisse ancora installate tra il campo 2 e le quote superiori avrebbe facilitato il suo avanzamento. Una volta raggiunto il campo 2, però, ha trovato il campo completamente smantellato: nessuna tenda, nessun compagno e soprattutto niente cibo. Dopo aver cercato inutilmente qualcosa da mangiare, ha proseguito a stomaco vuoto verso il campo 1. Un tratto che, secondo il racconto del nipote, gli sarebbe costato un giorno e una notte di sforzi estremi.

Due giorni intrappolato nel crepaccio

L’episodio più drammatico sarebbe però avvenuto poco sopra il Crampon Point, un punto a monte della seraccata del Khumbu. Qui, la scala che normalmente consentiva di attraversare il crepaccio era già stata rimossa. Tentando di saltare dall’altra parte, Dawa non sarebbe riuscito a raggiungere il bordo opposto precipitando all’interno della spaccatura.

Qui sarebbe rimasto bloccato per circa due giorni e due notti. Per sopravvivere avrebbe consumato alcune barrette di cioccolato, della polvere di caffè istantaneo che aveva con sé e neve o ghiaccio per idratarsi.

La svolta sarebbe arrivata in modo quasi fortuito. Mentre era nel crepaccio, Dawa avrebbe sentito il rumore di un crollo nella seraccata del Khumbu Icefall. Una massa di ghiaccio si sarebbe staccata finendo proprio contro una parete della fenditura. Durante la notte il ghiaccio si sarebbe consolidato, creando una sorta di ponte naturale che gli ha consentito di arrampicarsi fuori e riprendere la discesa fino poi a quando è stato fortunatamente ritrovato.

Le condizioni mediche

Nel frattempo arrivano notizie incoraggianti dall’ospedale HAMS di Kathmandu, dove Dawa è ricoverato dal giorno del soccorso. Secondo i medici, la guida è stabile e fuori pericolo. I sanitari hanno diagnosticato una grave disidratazione, congelamenti alle dita delle mani, una frattura al femore distale destro e un importante ematoma alla coscia. Attualmente è sottoposto a terapia specifica contro i congelamenti e a trattamenti di supporto.

I familiari riferiscono che Dawa parla normalmente e comunica con lucidità. Anche le condizioni delle dita, inizialmente considerate molto preoccupanti, sembrano migliori del previsto e i medici sperano di evitare amputazioni estese. Nei prossimi giorni dovrebbe essere trasferito dalla terapia intensiva a un reparto ordinario.

Le polemiche e la richiesta di un’inchiesta

Mentre Dawa continua il suo recupero, in Nepal cresce il dibattito sulle responsabilità dell’accaduto. La famiglia ha presentato denunce contro l’agenzia organizzatrice e chiesto un’indagine ufficiale, sostenendo che i soccorsi siano partiti troppo tardi.

Anche la Nepal Mountaineering Association (NMA) è intervenuta pubblicamente definendo il caso una grave questione etica e umanitaria. L’associazione ha chiesto la creazione di una commissione indipendente che faccia piena luce su come una guida esperta abbia potuto ritrovarsi sola nei campi alti dell’Everest per giorni senza che venisse avviata una ricerca efficace.

Per ora resta una certezza: contro ogni probabilità, Dawa Sherpa è riuscito a sopravvivere a una delle prove più dure che la vita potesse mettergli davanti. Una settimana da solo, senza bombole di ossigeno, quasi senza cibo, con congelamenti e una frattura, è stato capace di attraversare la seraccata del Khumbu quando ormai questa era stata smantellata. Una vicenda che molti in Nepal, e non solo, definiscono semplicemente un miracolo.

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