In cordata

Blocchi, parcheggi e libertà

Una riflessione fra le pagine di Bernard Amy e le affollate pareti di Chironico: serve davvero un grande pubblico per essere grandi arrampicatori?

Uno dei racconti di alpinismo più magici mai scritti – e penso che molti di voi l’abbiano letto – si intitola Il più grande arrampicatore del mondo. L’autore: Bernard Amy. Anno della traduzione italiana (su La Rivista della Montagna): 1972. Narra, in estrema sintesi, dell’incontro a Chamonix con un misterioso climber giapponese chiamato Tronc Feuillu che, in occasione di un raduno internazionale, scala davanti a tutti una via impossibile e poi si abbandona a un’apparente inattività. Nessuno sa come passi il suo tempo finché un giorno il narratore ha la fortuna di poterlo seguire in una zona remota della montagna, e raccoglie dalla sua voce la storia di un altro climber, cinese questa volta, che voleva diventare per l’appunto “il miglior arrampicatore del mondo”. Non sto a dirvi la trama, si tratta di un apologo zen il cui succo è che “l’ultimo stadio dell’attività è l’inattività”: se volete rileggerlo, o leggerlo per la prima volta, lo trovate sul portale sherpa-gate.com.

Io l’ho riletto per l’appunto dopo tanti anni e ho trovato affascinante, oltre alla storia del climber cinese, ciò che succede durante l’escursione per sentieri sconosciuti. Tronc Feuillu porta il narratore a perdersi tra boschi e pascoli, fino all’apparire di un masso. “Era un blocco monolitico, enorme, alto almeno cinque metri, di un bel granito color ocra già caldo di sole. Era così compatto, così solido che difficilmente si poteva credere che un giorno fosse rotolato dalle rocce soprastanti. Non avevo mai visto un blocco così bello”. Naturalmente, il primo istinto è di trovarvi una via d’accesso alla cima, ma prima ancora che il narratore possa toccarlo, Tronc Feuillu lo ferma con un gesto brusco. Si cambia le pedule, si cosparge le dita di resina, poi si immobilizza in una meditazione che pare interminabile. Contempla la liscissima parete del masso, poi l’erba bagnata che lo separa da essa. “Se potessi raggiungere la pietra senza spostare una sola goccia di rugiada, la pietra non esisterebbe più. Ed io sarei sulla sua cima” mormora tra sé e sé. Ancora un lungo silenzio, poi: “Per essere sulla vetta della roccia, bisogna essere vetta della roccia”. E subito dopo assistiamo all’evento prodigioso, Tronc Feuillu che plana sull’erba senza toccare un solo stelo, appoggia le mani sul granito e con una fluida serie di movimenti, quasi sfiorando la roccia, si trova sulla cima del masso. Il narratore così lo descrive: “Il sole illuminava un uomo che spaventava per la sua mancanza di personalità – non era che vuoto assoluto di pensiero – e contemporaneamente affascinava per l’immensa pace interiore che si era impadronita di lui”.

Cosa ci insegna questo racconto? Intanto, che si può passare un quarto d’ora di intenso piacere leggendo, e non guardando passivamente i reel sul proprio telefono. In secondo luogo che per essere “grandi arrampicatori” non servono “grandi pareti” e nemmeno un “grande pubblico”. Basta un masso solitario, una giornata di sole, un solo amico (o anche zero amici) per testimone.
Lo stesso giorno in cui ho ri-scoperto il racconto di Bernard Amy, ho trovato sul Corriere del Ticino un’intervista a Claudio Cameroni, pioniere ticinese del bouldering. Il simpatico Claudio, che più o meno ha la mia età e quindi non è giovanissimo, ci porta a Chironico, un paese di mezza montagna a nord di Bellinzona, in una zona esplorata fin dagli anni Ottanta e oggi mecca di tutti gli appassionati di boulder europei. I blocchi sono quasi 2000 e già a pochi minuti dal parcheggio si raggiungono alcuni dei passaggi più difficili al mondo, come Alphane e Arrival of the Birds (9a).

Chironico è una vera e propria case history per chi vuole analizzare questo tipo di attività outdoor: chiamiamola così perché molti praticanti non si sentono né vogliono essere alpinisti. Il flusso “turistico” è talmente alto nei 37 settori descritti dalla guida di Cameroni (Chironico boulder, con Roberto Grizzi e Renzo Lodi) da aver influenzato in positivo l’economia del territorio. Il comune ha affidato la gestione a un privato, Alice Phan, che coordina l’afflusso degli utenti attraverso il portale “inlak’ech.ch” (il nome richiama un saluto maya). Parcheggi e pernottamenti servono anche a gestire il mantenimento dei servizi igienici, lo smaltimento dei rifiuti, la connessione wi-fi.
Il masso descritto da Bernard Amy immaginario (ma chissà quanti ne esistono di simili sulle Alpi, perfetti e solitari) racconta una storia romantica, di altri tempi. I 2000 blocchi di Chironico invece sono tangibili e rappresentano una fetta ormai non trascurabile del turismo alpino, un’economia che possiamo tranquillamente definire “di scala” fatta di numeri, previsioni, investimenti. Da una parte c’è il solo confronto con sé stessi, dall’altra c’è il pubblico, e una fruizione consumistica del territorio. Arrampicare, sui massi o altrove, è bellissimo, e abbiamo per fortuna la libertà di scegliere dove, come e con chi farlo. Il problema, semmai, è nel valore che diamo alla parola libertà.

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