Cronaca

Attenti al foraging: due persone intossicate per un piatto di mandragora

Moglie e marito sono stati ricoverati in gravi condizioni in Sicilia dopo aver consumato foglie di mandragora scambiate per borragine.

La raccolta di erbe spontanee, il cosiddetto foraging, è un’attività che unisce il piacere dell’escursionismo alla riscoperta delle tradizioni culinarie. Tuttavia, il rischio di errori nella fase di riconoscimento – e consequenziale intossicazione, talvolta letale – non è mai da sottovalutare, tra i neofiti ma anche tra i più esperti. Ne è testimonianza un recente fatto di cronaca avvenuto in Sicilia, che ha visto come protagonisti marito e moglie ultrasessantenni, finiti in rianimazione dopo aver ingerito mandragora, raccolta nella convinzione che fosse borragine.

L’inganno della mandragora

Il fatto è avvenuto a Francavilla di Sicilia (ME). Un uomo di 63 anni, conoscitore del territorio e della sua botanica secondo quanto dettagliato dalla Gazzetta del Sud, ha raccolto quella che credeva essere borragine durante una passeggiata nelle campagne francavillesi. Una volta a casa, le foglie sono state cucinate e consumate a cena. I sintomi non hanno tardato a manifestarsi: aumento della temperatura corporea, tachicardia, vertigini e uno stato di delirio che ha spinto i coniugi a chiamare d’urgenza il 118.

La diagnosi al pronto soccorso di Taormina è stata immediata: avvelenamento da mandragora. La gravità della situazione ha richiesto il reperimento urgente dell’antidoto, la fisostigmina, su indicazione del Centro Antiveleni di Pavia. Nonostante il trattamento tempestivo, le condizioni dei due si sono aggravate, rendendo necessario il trasferimento in rianimazione. Le condizioni della coppia risultano essere gravi.

Un episodio che dimostra quanto il foraging sia un’attività da non prendere alla leggera. La distrazione o la confidenza eccessiva possono essere causa di errore anche per chi possiede un solido background scientifico.

La realtà oltre la leggenda: cosa è davvero la mandragora

Per molti il nome “mandragora” evoca subito le scene della saga di Harry Potter, dove la pianta è protagonista di lezioni di Erbologia con le sue radici antropomorfe che emettono grida lancinanti. Nel mondo reale la mandragora appare sì affascinante – la conformazione antropomorfa non è infatti invenzione del mondo fantasy – ma anche molto pericolosa.

Appartenente alla famiglia delle Solanaceae la medesima cui afferiscono patate, pomodori ma anche la letale belladonna –  la mandragora è una pianta erbacea perenne che nasconde la sua tossicità dietro un aspetto apparentemente innocuo. A renderla pericolosa è l’alta concentrazione di alcuni alcaloidi, in particolare atropina, scopolamina e ioscina. Queste sostanze sono in grado di agire sul sistema nervoso centrale, interferendo con la trasmissione degli impulsi nervosi. Una volta ingerite foglie di mandragora, si può assistere allo sviluppo di sintomi dose-dipendenti, che spaziano dalla tachicardia al delirio, fino alla paralisi respiratoria e al coma.

La confusione con la borragine nasce dalla forma simile delle loro foglie, che in entrambe le specie crescono a “rosetta” raso suolo. Se la foglia è pelosa e punge, è borragine. Se la foglia è liscia, nuda e verde scuro, potrebbe essere mandragora. Indicazione apparentemente semplice e chiara, non immune da errore.

“Sosia” tossici tra i sentieri

La mandragora è solo uno dei tanti protagonisti velenosi di possibili errori di riconoscimento botanico, che possono verificarsi tra campi e boschi d’Italia. Pensiamo ad esempio alla genziana maggiore, preziosa per la produzione di liquori – la cui raccolta è spesso vietata o strettamente regolamentata dalle normative regionali – che può essere scambiata con il veratro, una pianta estremamente tossica. Il rischio è massimo prima della fioritura, quando entrambe le piante presentano solo le foglie.

Un altro scambio frequente avviene tra l’aglio orsino e piante velenose come il mughetto o il colchico autunnale, non ancora in fiore. Chi cerca l’aglio selvatico per produrre pesti e preparare insalate, rischia di raccogliere foglie contenenti tossine potenti. In questo caso, il test infallibile resta l’olfatto: se la foglia stropicciata non emana un chiaro e pungente odore di aglio, non va mai raccolta. Una volta fiorito, il colchico autunnale somiglia tra l’altro allo zafferano vero, ma contiene colchicina, un veleno che agisce in modo simile all’arsenico e per il quale non esiste un antidoto specifico.

Nell’era digitale, molti escursionisti si affidano ad applicazioni di riconoscimento botanico tramite scansione fotografica. Sebbene utili per una curiosità generale, queste tecnologie non devono mai essere utilizzate per scopi alimentari senza adeguato supporto di conoscenze scientifiche ed esperienza di riconoscimento manuale. E anche in caso di comprovata esperienza, la regola d’oro resta sempre la stessa: nel dubbio, meglio astenersi dal raccogliere.

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