In cordata

Tradimenti ad alta quota

Dallo scandalo dei falsi soccorsi in Nepal all'overtourism e all'inquinamento in alta quota. Il divorzio tra noi e la montagna è già stato siglato.

Va di moda, tradire. Basta scorrere le cronache, nazionali e internazionali, per trovare personaggi che ne fanno un hobby quotidiano. Presidenti di superpotenze che si rivoltano come serpi contro gli storici alleati, capi di governo che voltano la faccia ai Paesi sodali, ministri che privilegiano le lobby alla carta costituzionale, sottosegretari che cambiano moglie come ai resi del supermercato e via discendendo per le scale gerarchiche. Nel nostro piccolo mondo alpestre abbiamo sentito parlare di alpine divorce, che detto in inglese suona come una serie Netflix: niente di nuovo sotto i seracchi, la cordata alpinistica non è diversa da un doppio a tennis, se il compagno non funziona lo cambi (magari non con la partita in corso).

Ora ci affacciamo invece su un altro tipo di divorzio, anzi di tradimento, ben più grave e potenzialmente letale: guide che avvelenano i clienti per conseguire illeciti guadagni assicurativi. Questa davvero non si era mai sentita. La vulgata (o retorica) della montagna ci ha sempre insegnato il contrario: amicizia, solidarietà, cooperazione, le parole chiave dello sport alpinistico, condite spesso di sentimenti religiosi e cori delle Grigne. Ma non siamo in Lombardia né sulle Alpi, no, oggi il tradimento si svolge ai piedi della più famosa e vituperata vetta himalayana, l’Everest. È qui, nell’affollatissima valle del Khumbu, che le guide alpine (nepalesi), in libera associazione a delinquere con assicuratori, elicotteristi, agenti di viaggio, medici e paramedici, avrebbero messo in atto il piano criminale, ai danni di centinaia, pare migliaia, di scalatori ed escursionisti. Un piano degno di Agatha Christie, solo che al posto di arsenico e vecchi merletti qui abbiamo bicarbonato e piccozze. Verrebbe da sorridere (in fondo lo scopo non era di uccidere, ma di provocare “leggeri” malesseri), se non fosse che la vita qualcuno l’ha rischiata sul serio. E soprattutto si è definitivamente rotto il legame tra guida e cliente, un patto di reciproca fiducia che sta alla base della professione e di ogni possibile ragionamento di etica alpinistica. Più divorzio, più tradimento di così…

Il governo nepalese non ha nascosto il fattaccio, la magistratura locale ha già fatto il suo lavoro. Ma il danno d’immagine è gravissimo e non può essere sanato da un semplice processo. Perché arriva al termine di una corsa discendente dell’Everest, e di tanti altri Ottomila, nell’abisso della commercializzazione. Arriva dopo l’aumento dei prezzi dei permessi, dopo le faide degli sherpa, dopo gli acclimatamenti dopati, dopo la resa ecologica e la spazzatura che si accumula a ogni quota. Arriva a uccidere un paziente, l’Everest, che era già terminale: e non è stata un’eutanasia dolce.

Da noi? Da noi non succederebbe mai! Ma ne siamo così sicuri? Di certo è che il codice deontologico delle nostre guide è solido, solidissimo come il giuramento di Ippocrate per i medici. Ma tutto il resto, la commercializzazione, l’inquinamento dell’alta quota, lo snaturamento delle montagne, davvero sono cose solo nepalesi? Agli albori della professione, nella seconda metà dell’Ottocento, la guida alpina (di solito un ex cacciatore, un cercatore di cristalli, un contrabbandiere) non andava tanto per il sottile e l’etica era affidata solo all’onestà individuale. Tante guide vendevano, serialmente, “prime” ascensioni ai clienti per solleticare le loro vanità: ogni volta la vetta riacquistava miracolosamente la sua verginità! C’erano guide incompetenti, come Matteo Ossi sull’Antelao, che vantavano imprese mai compiute; altre fortissime, come Michl Innerkofler sulle Dolomiti di Sesto, che invece nascondevano i propri successi, ma sempre per lucrare sulla credulità del cliente.

Oggi la professione si è enormemente evoluta, nessuno propone più vette vergini, ci mancherebbe, e la guida è diventata ciclista, torrentista, cascatista, naturalista, escursionista, perfino velista e, solo a volte, alpinista. In generale, per sbarcare il lunario, la guida si trasforma in tour operator, e tratta la montagna come un qualsiasi altro prodotto. La commercializzazione è sotto gli occhi di tutti, e in teoria non ci sarebbe alcun male, basta che si paghino le tasse. Peccato che la tassa più ingente la paghi la montagna: Cortina e Chamonix travolte dall’overtourism, il Cervino e il Monte Bianco ridotti a catene di montaggio. Vittime del loro stesso successo, proprio come l’Everest. Il tradimento alle nostre latitudini non è tra guida e cliente, ma tra uomo e ambiente. E stiamo tranquilli, nessuno ci avvelenerà, sulle nostre Alpi. Per lo meno, non direttamente: tanto il veleno (del consumismo) è ormai in circolo. Il divorzio tra noi e la montagna è già stato siglato.

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