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Le piste accanto agli impianti dismessi: conoscenza e divertimento per i neo skialper

Caspoggio, in Valmalenco: un laboratorio a cielo aperto tra neve, storia e memoria. Tutte le sorprese delle ex piste, tra neve sottile e memoria lunga

La neve non è molta, ma resta insidiosa. È la conferma, mai scontata, che poca neve non significa poco pericolo, anzi. Sotto uno spessore apparentemente innocuo si cela spesso un orizzonte di cristalli inconsistenti e fragili, come sale grosso, che cedono al peso e si disgregano al contatto: una superficie di scivolamento ideale per tutto ciò che vi poggia sopra.

In attesa di tempi migliori, scegliamo di dirigere i nostri sci verso le ex piste di Caspoggio. È un viaggio che non segue soltanto un dislivello, ma attraversa il tempo. Qui lo sci del Novecento ha lasciato segni evidenti, piste tortuose, vecchi schuss, impianti ormai relitti, quasi monumenti di archeologia industriale alpestre. Tracce che raccontano un’epoca scomparsa — o meglio, resti cadenti degli impianti che furono, oggi più interessanti dei condomini sconci che si sono divorati i prati attorno alle partenze delle seggiovie di un tempo.

Caspoggio non è stato soltanto un luogo di sci popolare è stato anche un celebrato centro di sci agonistico, teatro di sfide che hanno segnato un’epoca. Su questi pendii si sono confrontati alcuni dei grandi interpreti degli anni Settanta: le linee potenti e precise di Gustav Thöni, l’eleganza glaciale di Ingemar Stenmark, e altri protagonisti di una stagione irripetibile dello sci alpino. Gare dure, su tracciati esigenti, dove la tecnica nasceva dal terreno, non dal contrario.

Oggi ontani, betulle e piccoli larici stanno lentamente riconquistando questi spazi, ma la memoria scatta immediata. Rivedo le piccole seggiole di metallo che scaricavano sciatori di un altro tempo con abbigliamento attillato, berretti con il pompon, sci lunghi e stretti. Campi da neve che appartengono all’infanzia; a ogni curva un ricordo, a ogni radura una scena già vissuta.

Eppure la scomparsa degli sciatori non genera nostalgia. Al contrario, apre una nuova fase, più equilibrata e coerente con il presente. Si sale quando c’è la neve — quella vera — e lo si fa con un’attenzione diversa. Questi tracciati, intervallati da risalite, da sentieri che si insinuano nel bosco e si perdono tra le pendenze, diventano oggi un laboratorio di sci alpinismo nel senso più autentico del termine.

Salendo verso el dos di gai, il dosso pascolativo un tempo frequentato dal gallo forcello e gallo cedrone, che segna il punto più alto raggiunto dal vecchio skilift, si impara. Si osservano le superfici, si leggono le trasformazioni della neve, si affrontano pendenze diverse in spazi contenuti ma vari. È il luogo ideale per comprendere come gestire i cambi di direzione in salita, come adattare il passo a situazioni differenti di pendio, come scendere con curve essenziali e pulite, fino a districarsi tra gli alberi. Un esercizio completo, che restituisce allo sci il suo valore formativo prima ancora che sportivo.

Nel muoversi lungo queste vecchie piste si incontrano piccoli nuclei di case sparse, dimore agricole a quote diverse, segni concreti di una montagna abitata e vissuta. Scorci improvvisi sulle grandi cime — il Bernina, il Disgrazia — ricordano il contesto più ampio, severo e maestoso. Nessun frastuono, nessuna coda, nessuna musica a coprire il silenzio, solo la salita, immediata e fisica, e subito dopo una discesa che cambia continuamente carattere, neve e pendenza.

Non è un ripiego, né un ritorno forzato al passato. È una bella sorpresa, un modo di sciare che unisce conoscenza, storia e memoria, trasformando un comprensorio dismesso in uno spazio di apprendimento e consapevolezza. Qui il gesto tecnico si intreccia al racconto, e il terreno diventa maestro. Un passaggio naturale verso forme di sci alpinismo più complete, rivolte verso l’alto, ma profondamente radicate in ciò che è stato.

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