Gran Sasso, una nuova sbarra “vieta” anche il Monte Camicia
La chiusura della strada per Fonte Vetica allunga ascensioni e ciaspolate sul Camicia, e spinge scialpinisti ed escursionisti verso altri massicci. Non esiste un metodo più intelligente ed elastico, per tutelare dalle valanghe senza penalizzare i visitatori e il territorio?
La cura per i mali del Gran Sasso? Una sbarra! La Provincia dell’Aquila, affezionata a questa terapia, ne ha da poco piazzata una nuova di zecca nel settore orientale di Campo Imperatore, in territorio di Castel del Monte.
Il manufatto blocca la strada per Fonte Vetica a due chilometri e mezzo dalla fine, costringendo scialpinisti e alpinisti diretti ai 2564 metri del Monte Camicia, e gli escursionisti con le ciaspole diretti alla Miniera abbandonata e al bivacco Desiati (ex-Lubrano) a una lunga, noiosa e inutile camminata sull’asfalto.
A denunciare l’accaduto, due giorni fa, è stato Pasquale Iannetti, guida alpina residente a Pietracamela, e da anni fustigatore degli errori (veri o presunti) nella gestione del territorio del Gran Sasso. “Ancora una volta dobbiamo assistere impotenti a ingiustizie ai danni dei fruitori della montagna e a subirne le conseguenze”, scrive Iannetti.
“Il mio lavoro di guida alpina mi porta, in tutti i periodi dell’anno a svolgere le mie attività sul Camicia, parcheggiando nel piazzale di Fonte Vetica. L’illogica ed immotivata chiusura del tratto di strada in questione comporta a me, ai miei colleghi e ai numerosi scialpinisti che frequentano questa stupenda località di dover allungare il percorso di oltre due chilometri a piedi”, prosegue.
Nel suo intervento, inviato per pec alla Regione, alla Provincia, al Comune, al Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, al Centro Turistico del Gran Sasso e al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Iannetti si scaglia contro Matteo Pastorelli, sindaco di Castel del Monte, e soprattutto contro Tommaso Navarra, presidente uscente del Parco.
Gli strali di Iannetti, infine, colpiscono “il popolo della montagna”, che tace “invece di indignarsi nei confronti di chi prende questo nuovo inutile, dannoso e offensivo provvedimento”. E il CAI, accusato di “partecipare a questa scellerata iniziativa per compiacere il volere dei potenti”.
Una lunga tradizione di “sbarramenti”
Toni e destinatari a parte, l’accusa della guida tocca un nervo scoperto. Da anni la Provincia dell’Aquila, insieme ad altri enti preposti alla gestione del territorio, chiude le strade d’inverno secondo la logica della “massima sicurezza”, vietando ampie zone del Gran Sasso a escursionisti, alpinisti con piccozza e ramponi e scialpinisti.
Il tracciato che sale da Fonte Cerreto a Campo Imperatore viene sbarrato al bivio per Monte Cristo, almeno 6 chilometri a valle della Fossa di Paganica, oltre la quale è un tratto esposto a valanghe. Quella da Santo Stefano di Sessanio al Lago Racollo, nella parte centrale dell’altopiano, è chiusa da un’altra sbarra alla base di un lungo tratto esposto a sud, dove sono impossibili accumuli di neve pericolosi.
Viene chiusa per tutto l’inverno, oltre il bivio per San Pietro della Jenca e il santuario di San Giovanni Paolo II, anche la strada del Vasto, da Assergi al Passo delle Capannelle. Per chi arriva al Gran Sasso da lontano, nessun telefono verde o nessun sito consente di sapere in anticipo la chiusura o meno delle strade: Risultato? Meglio andare sui massicci vicini.
Unica eccezione alla regola, finora, la strada che sale da Castel del Monte che con neve abbondante può essere chiusa da due sbarre (una vicina al paese, la seconda più in alto), su cui informano in tempo reale i social della Pro loco e del Comune. Proprio questa strada, però, è stata chiusa dalla nuova sbarra.
Sul versante teramano del Gran Sasso, è interrotta da anni da una frana la provinciale da Fano Adriano a Intermesoli e Pietracamela. Il suo mancato ripristino ha contribuito alla crisi economica delle località interessate e all’abbandono degli impianti sciistici di Prato Selva, ormai trasformati in un ecomostro nel cuore del Parco.
Tornando al Camicia, un moderato rischio di valanghe, con innevamento abbondante, può riguardare il piazzale di Fonte Vetica, base per la salita alla vetta. La sbarra, ammesso che fosse necessaria, avrebbe potuto essere piazzata a poche centinaia di metri dal piazzale, e non due chilometri di pianura più a valle.
Le proteste degli amministratori locali
“Tutto questo non ha senso, impedire senza un vero motivo le attività sportive in montagna è un colpo all’economia del territorio” spiega Paolo Baldi, oggi sindaco di Calascio, che prima di essere eletto aveva organizzato manifestazioni contro la sbarra sulla strada del Racollo. Il suo paese, con Santo Stefano di Sessanio e Castel del Monte, è al centro di un piccolo boom economico legato all’ecoturismo.
“Sul pericolo di valanghe si può intervenire in tempi brevi. Nelle scorse settimane una delle nostre piste era minacciata, l’abbiamo chiusa e siamo intervenuti subito” aggiunge Gianluca Museo, presidente del Centro Turistico del Gran Sasso che gestisce la Funivia e le piste di Campo Imperatore, in Comune dell’Aquila.
“Qualche mese fa ho scoperto che la Provincia, senza averci avvisato, stava per installare una sbarra a valle della partenza della Funivia. Sono riuscito a fermarla, ma non si può gestire la montagna chiudendo tutto per sei mesi” conclude Museo.
“La sbarra di Fonte Vetica non è stata installata né da noi né dal Parco, ma dalla Provincia, che ci ha comunicato una decisione già presa” spiega Matteo Pastorelli, sindaco di Castel del Monte. “Teoricamente, quando il pericolo è basso, può essere aperta per decisione della Commissione valanghe intercomunale, convocata dai sindaci e che comprende guide alpine e il Soccorso. Ma la procedura è lenta e onerosa”.
A parziale difesa dei funzionari della Provincia, e del suo responsabile per la viabilità, l’ingegner Nicolino D’Amico, sta il fatto che il tempo sul Gran Sasso è imprevedibile, e le bufere possono essere violente. “Pericolosissimo inoltrarsi nella stagione delle nevi” recitava un vecchio cartello sulla strada che sale da Castel del Monte.
Ciò detto, però, le strade che scavalcano i quattro Passi del Sella, cuore delle Dolomiti, restano normalmente aperte d’inverno, con l’eccezione di un tratto ai piedi del Passo Gardena che viene chiuso quando il pericolo è forte e poi rapidamente riaperto. I bollettini del Meteomont e i mezzi tecnici sono gli stessi in tutta Italia. A mancare, sul Gran Sasso e su altri massicci abruzzesi, sono l’attenzione per i diritti dei fruitori della montagna, e quella per l’economia dei territori legata alle attività diverse dallo sci di pista. Informare sarebbe facile, e invece non ci pensa nessuno.
“Avverso il presente provvedimento può essere proposto ricorso al Capo dello Stato” c’è scritto sulle raccomandate con cui l’ingegner D’Amico e la Provincia comunicano ai Comuni (non ai media e al pubblico, ci mancherebbe!) la chiusura delle strade. Il presidente Mattarella e il Quirinale hanno cose più importanti da fare, ma perché sul Gran Sasso non si apre un tavolo – oggi si dice così – sulle strade e sul turismo e sull’escursionismo invernale?
E cosa pensano di questa vicenda Carlo Matone, Davide Peluzzi (che è anche guida ambientale escursionistica) e gli altri candidati impegnati in questi giorni in una inedita campagna elettorale per diventare il prossimo presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga?
Nel lontano 1872, a Washington, la legge che istituiva il Parco Nazionale di Yellowstone, il primo del pianeta, dava come motivazione “for the enjoyment of the People”, “per il piacere delle Persone”. Oggi sugli scopi delle aree protette si scrivono libri e si tengono convegni. Quella frasetta in inglese, però, dovrebbe valere anche sul Gran Sasso innevato.





