Filadelfo Simi, il pittore delle Apuane e delle sue genti
Nato ai piedi del Monte Corchia, Simi fu tra i pittori più apprezzati dell’Ottocento toscano. Per le sue opere ha tratto ispirazione dai paesaggi montani dell’Alta Versilia e dalla quotidianità dei suoi abitanti
Era l’undici febbraio del 1849: in un’umile casa di Levigliani, villaggio arroccato tra i marmi delle Alpi Apuane ai piedi del Monte Corchia, nasceva Filadelfo Simi. Il destino di quel bambino poteva essere già scritto tra le pareti di cava, come quello di tanti abitanti di queste zone, ma c’era poco da fare: lui era un artista. Il primo a riconoscerlo fu l’ingegnere Angiolo Vegni, per il quale il babbo di Filadelfo lavorava come meccanico. Una volta scovato il talento di Filadelfo, questi decise di aiutarlo a farsi strada, pagandogli gli studi a Parigi presso l’atelier del celebre Jean-Louis Gèrome e poi mantenendolo al rientro in Italia, fino a riservargli una casa fiorentina nel suo testamento.
Anche dopo che ebbe raggiunto fama e prestigio a Firenze – fu Rettore dell’Accademia di Belle Arti e pronunciò l’orazione funebre di Giovanni Fattori – Simi non si allontanò mai dalle sue origini versiliesi. Divideva il suo tempo tra Stazzema e Seravezza, dove conobbe la moglie Adelaide Beani e dove passò tutte le estati della sua vita. Tra il 1885 e il 1886 progettò e fece costruire a Stazzema il suo studio pittorico, esso stesso un’opera d’arte in stile vittoriano, con influenze del suo periodo parigino e dettagli orientaleggianti derivanti dal soggiorno spagnolo, in particolare dall’Alhambra granadina. Lo studio fu poi utilizzato anche dalla figlia Nera, la quale seguì le orme del padre come pittrice. Si trova nei pressi della Villa Giorgini, famiglia legata al mondo del marmo per la quale Simi svolgeva l’attività di consulente artistico.
La struttura dello Studio è sopravvissuta all’abbandono per alcuni anni ed è giunta fino a noi intatta e ricca di arredi e opere. Si tratta di uno dei rari esempi di spazi di lavoro di un pittore che faceva dell’en plein air il suo credo. Nel 2015 Maurizio Bertellotti e Moreno Gherardi hanno deciso di rilevare lo Studio e aprirlo al pubblico. “Sono un medico, e nel1986 ho conosciuto Nerina Simi, che ho curato durante le ultime fasi della sua malattia. Per coincidenza, era stata la famiglia Bertellotti ad accogliere Filadelfo Simi al suo ritorno in Versilia da Parigi, eravamo i primi amici dei Simi a Stazzema e io da bambino ho sempre sentito parlare del pittore. Così, quando abbiamo capito che se non fossimo intervenuti lo Studio sarebbe andato perso, abbiamo deciso di acquistarlo e ristrutturarlo. La professoressa Alba Tiberto Beluffi, che si era occupata della riscoperta delle opere di Simi portando avanti un lavoro di valore inestimabile, ci ha ceduto l’archivio in blocco, con anche alcuni bozzetti preparatori di opere importanti vendute all’estero” spiega Bertellotti.
Per Filadelfo Simi le Alpi Apuane sono state la prima fonte di ispirazione. Pittore naturalista che aveva assorbito gli insegnamenti dei macchiaioli e il gusto per le scene del quotidiano, le valli di Stazzema per lui erano un’isola felice, il luogo in cui cessava di essere il Professor Simi e poteva permettersi di essere Filadelfo. Una persona comune che si emoziona per i chiaroscuri del bosco, i mestieri contadini, i focolari delle case semplici, le scene di vita dei campi. “I lineamenti dei paesani di Stazzema sono stati tutti riconosciuti nelle opere di Filadelfo, che camminava per le strade del paese e poi trasferiva le sue impressioni sulla tela. Per i personaggi delle sue scene, il pittore preferiva i lineamenti semplici delle ragazze versiliesi, in cui vedeva reminiscenze botticelliane o dei secentisti spagnoli” continua Bertellotti.
“I suoi ultimi vent’anni Filadelfo li trascorse nella casa chiamata La Villanella (oggi chiamata La casa del Pittore, ndr), ai piedi del monte Procinto, affacciata sulla confluenza delle due valli che si uniscono a Ponte Stazzemese. Durante gli anni della guerra, all’improvviso, decise di trasferirsi a tempo pieno in Versilia. Il figlio era arruolato nelle fila di giovani sacrificati sulla linea del fronte, e quella delle Apuane era per Simi una parentesi di serenità: nella quiete delle montagne trovava l’ispirazione per le sue grandi opere” spiega Maurizio Bertellotti. “Qui non mi manca niente: ortaggi di tutti i tipi, carne di vitellina, la Mamma rifiorisce. Viaggi chi vuole, io sono sempre più innamorato dei nostri bei monti…”, scriveva Simi in una lettera indirizzata alla figlia.
Attualmente, lo Studio Simi a Stazzema (LU) non è aperto al pubblico, ma sarà visitabile durante l’estate del 2026. Molte delle opere di Filadelfo e Nera Simi sono state esposte nelle scorse settimane in una mostra curata da Maurizio Bertellotti dal titolo ‘Fra le rossastre nubi stormi di uccelli neri… L’ambiente contadino versiliese di fine ‘800 nella grafica di Filadelfo Simi’.







