Turismo

Turismo: i guai della montagna italiana

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BERGAMO — Nell’immaginario collettivo l’Italia resta ancora il "Belpaese": ricco d’arte, storia e meravigliosi scenari naturali. Eppure, nonostante questo ben di Dio, il turismo nel nostro paese è in picchiata. Sarà la crisi economica, saranno i ritardi infrastrutturali, sarà la proverbiale disorganizzazione, fatto sta che la dimunzione è significativa, denunciano gli operatori. Ancor più rilevante se confrontata con quelle di altri paesi che hanno meno possibilità delle nostre ma le sanno sfruttare meglio.

E dire che nel 1970 eravamo il primo paese al mondo per numero di turisti stranieri. Guardavano all’Italia come a una meta di grandi tradizioni, bella, accogliente e vivibile. Nel giro di vent’anni la situazione si è ribaltata e il nostro paese è precipitato al quinto posto, dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina. E, secondo le previsioni dell’Organizzazione mondiale del turismo, entro il 2020 perderemo altre due posizioni a favore di Gran Bretagna e Hong Kong.
 
Per il turismo montano la situazione è ancor più complessa e, per certi versi, paradossale. L’Italia è sottintesa dall’intero Arco Alpino. Austria, Svizzera, Francia e Slovenia ne hanno solo porzioni limitate. Eppure riescono a fare performance migliori delle nostre. Come si spiega?
 
Innanzitutto, pare che gli italiani, o almeno gran parte di loro, non siano stati capaci di capire che le tendenze attuali del turismo sono cambiate. Prendiamo in considerazione le 4 macroregioni principali delle Alpi: quella Svizzera con il Canton Ticino, Grigioni e San Gallo; quella austriaca con Varalberg, Tirolo e Salisburghese; quella tedesca della Baviera; e quella italiana con Trentino Alto Adige, Valtellina e Bellunese.
 
Ebbene, secondo una recente ricerca della Provincia di Bolzano, sono 21mila in tutto gli esercizi alberghieri presenti in queste aree, per un totale di circa 800mila posti letto. Stando alle statistiche, un quarto delle strutture ricettive è concentrato in Tirolo. Un altro 18 per cento in Alto Adige e il 13 per cento nel Salisburghese. Ovvero dentro veri e propri santuari naturali che hanno fatto dell’ambiente il loro punto di forza.
 
Che il turismo di massa attuale tenda all’ecologia e agli ambienti naturali – di grande suggestione, meno costosi e più spartani -, è confermato anche dai dati sulle tipologie alberghiere scelte dai turisti. Lo scorso anno, in Italia, solo gli esercizi agrituristici hanno raggiunto un risultato positivo, con un aumento del 4,8 per cento nelle presenze rispetto all’anno precedente.
 
Se poi guardiamo al numero di presenze, il pollice verde è ancora più marcato. Sono stati 110 milioni i turisti che nel 2007 hanno passato almeno un giorno in una località dell’Arco alpino. E a crescere sono state sopratutto le zone in cui l’ambiente è determinante: il Cantone San Gallo (+ 4,5 per cento degli arrivi; + 3,5 di presenze), l’Alto Adige, i Grigioni e il land Voralberg.
 
Il fatto più curioso, su cui la classe politica del nostro paese dovrebbe riflettere, però è un altro. I dati di lungo periodo dicono che l’andamento della domanda turistica nelle destinazioni alpine è eterogeneo. Ovvero, le aree del versante sud delle Alpi segnalano, a partire dal 1990, una crescita pressochè continua. Mentre sul versante Nord, in particolare in Baviera e Svizzera, si assiste a una contrazione.
 
Ciò significa che, nonostante tutto, la montagna italiana ha ancora una certa attrattiva e soprattutto possibilità di continuare nel trend crescita. Ora, per sfruttare quest’opportunità, sostengono gli esperti, servirebbe un piano di rilancio globale e ben congegnato. Berlusconi ha parlato del possibile ritorno del Ministero del Turismo, sciaguratamente abolito con i referendum degli anni Novanta. Manca, in effetti, un coordinamento reale che promuova il marchio Italia, magari unendo gli sforzi di città d’arte, mare e montagna che oggi corrono ognuno per sé e invece potrebbero finire facilmente nelle stesse campagne e nei medesimi pacchetti turistici.
 
E soprattutto servono investimenti. Soldi veri da mettere sul tavolo. Un po’ come hanno fatto svizzeri e austriaci negli ultimi anni. Tanto che alcuni cantoni elvetici, a partire dal 2002, hanno fatto segnare una ripresa. Lo stesso vale per l’Austria che, dopo la crisi degli anni Novanta, è riuscita a invertire il trend e dal 1997 in poi sta registrando dati positivi.
 
Nel 2008 il settore del turismo austriaco ha registrato complessivamente 32 milioni di arrivi e 125 milioni di pernottamenti, producendo un giro di affari di 20 miliardi di Euro: il 2,5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Il turismo in Austria dà lavoro a 180mila persone (210mila nella stagione invernale) e contribuisce all’8,7 per cento del prodotto interno lordo. Dati inferiori a quelli italiani (fatturato 90 milioni di euro, due milioni di posti di lavoro, 10 per cento del Pil). Ma ottenuti da una nazione molto più piccola della nostra e totalmente priva di coste. In altre parole, l’Austria è riuscita a trasformare le sue montagne in miniere d’oro.
 
Noi invece continuiamo a campare sul mare e tendiamo a perseverare nei nostri errori. Lo dice chiaramente l’ultimo rapporto del World Economic Forum di Davos (Wef). Secondo lo studio, al turismo italiano manca una "mente pensante" in grado di organizzare l’offerta nazionale. Mentre dal punto di vista strettamente logistico, i nostri alberghi non sono all’altezza e internet – che è ormai l’agenzia di viaggio più gettonata al mondo – è scarsamente utilizzata. 
 
E dire che il Belpaese spende per la promozione e marketing più o meno la stessa cifra delle altre nazioni europee: circa 160 milioni di euro l’anno, contro i 180 dalla Francia e i 170 della Spagna. Solo che più della metà di questa somma, rileva sempre il rapporto del Wef, viene quasi interamente assorbita da stipendi e consulenze delle agenzie di settore.
 
Risultato? Secondo le previsioni del World travel & tourism council (l’organizzazione mondiale degli operatori turistici), tra dieci anni l’Italia rischia di retrocedere nella classifica mondiale del Pil nel settore turistico e di uscire dalla top ten. Il che, al di là delle classifiche, significherebbe un colpo mortale a un’economia già scricchiolante. 
 
Wainer Preda

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