Cronaca

Valanga sullo Jungfrau: guide accusate di omicidio

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BERNA, Svizzera — Omicidio plurimo colposo. Ecco la pesante accusa formulata dalla giustizia militare contro le due guide alpine che accompagnavano le sei reclute dell’esercito svizzero morte a luglio sullo Jungfrau, sotto una valanga. A quanto pare il distacco mortale sarebbe stato provocato dal loro passaggio. E soprattutto avrebbe potuto essere evitato.

Era il 12 luglio e le nevicate, che duravano ormai da dieci giorni, avevano smesso solo qualche ora prima. Sulla montagna c’erano 60 centimetri di neve fresca e il pericolo valanghe era valutato di grado 3, "marcato".
 
Cinque reclute e un sergente appartenenti al "Gruppo specialisti di montagna" dell’esercito elvetico partono comunque all’alba, accompagnati da due guide alpine che collaborano con l’esercito, per salire in vetta allo Jungfrau (4.178 metri) dalla via normale.
 
A circa 4000 metri di quota, la tragedia. Un enorme lastrone, con un fronte di 80 metri, si stacca dal fianco sudest, travolgendo i sei giovani militari, tutti tra i 20 e i 23 anni. Li trascina per oltre mille metri nello stretto canalone sul ghiacciaio del Rottal. Una caduta terribile che non lascia scampo: tutti quanti muoiono sul colpo.
 
Lo sgomento è grande. Ma subito si fanno strada i dubbi. La montagna era pericolosa, i pendii in condizioni pessime con tutta quella neve fresca. Qualcuno insinua che quella mattina non si doveva partire, qualcuno dice di aver avvertito il gruppetto che salire era troppo rischioso.
 
Il giorno dopo l’incidente, l’esercito apre un’inchiesta. Raccoglie prove, e alla fine arriva a formulare la pesantissima accusa di omicidio plurimo colposo e negligenza nei confronti delle guide alpine, civili, che quel giorno accompagnavano le reclute.
 
Si tratta di un 45enne e di un 32enne, che nell’incidente rimasero illesi. E che poi hanno continuato a lavorare per l’esercito. Da ieri, però, sulle loro teste pende una tremenda "spada di Damocle".
 
L’accusa si fonda, in primis, su a perizia condotta dall’Istituto federale per lo studio della neve e delle valanghe (Snv) di Davos.
 
"In estate i pendii innevati sono particolarmente instabili nei giorni successivi a nevicate" si legge nel rapporto. Quello dell’incidente ha peraltro una pendenza elevata, tra i 40 e i 45 gradi, ed è esposto a sudest. Secondo quanto riferito da Swissinfo, nello stesso punto – sopra la sella Rottalsattel – vi erano già stati diversi incidenti: dagli anni Settanta ad oggi lì sarebbero morte una trentina di persone.
 
Sulla base di queste e altre rilevazioni ambientali l’Snv è poi giunto alla conclusione che la valanga è stata "con ogni probabilità causata dai militari stessi", escludendo l’ipotesi dell’origine spontanea o dell’intervento di terzi o di animali nel distacco.
 
In sintesi, gli elementi raccolti hanno fatto pensare che la tragedia si poteva evitare. E la giustizia militare ha chiamato in causa le guide alpine, che a fronte della loro competenza avrebbero dovuto forse prendere decisioni diverse.
 
Christoph Huber, il giudice istruttore del Tribunale militare incaricato del caso, ha aggiunto che "non è esclusa una possibile estensione dell’indagine anche ai superiori gerarchici", precisando comunque che, fino al verdetto, "esiste comunque la presunzione d’innocenza".
 
 
 

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