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Terreni liberati dai ghiacciai, coleotteri alati colonizzatori più veloci

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Ghiacciaio dei Forni in Alta Valtellina
Ghiacciaio dei Forni in Alta Valtellina

TRENTO — I cambiamenti climatici sono una serie minaccia per la biodiversità, eppure i terreni liberati dai ghiacciai possono diventare in breve nuovo habitat naturale di alcune specie vegetali e animali, come i coleotteri alati. Questo lo studio condotto da Mauro Gobbi e Mattia Brambilla ricercatori della Sezione di Zoologia degli Invertebrati e Idrobiologia del Muse di Trento: il loro lavoro è stato recentemente pubblicato dalla rivista scientifica “Ecography”, che ha dedicato loro la copertina.

Lo studio si intitola “A century of chasing the ice: delayed colonisation of ice-free sites by ground beetles along glacier forelands in the Alps” e analizza la modalità di colonizzazione da parte degli insetti dei terreni deglacializzati in seguito al ritiro dei ghiacciai, fenomeno in costante aumento a causa dei cambiamenti climatici. Il lavoro di Gobbi e Brambilla è stato condotto sul Ghiacciaio dei Forni e Vedretta del Pasquale, entrambi in Lombardia. Hanno preso in considerazione i Coleotteri, appartenenti alla famiglia dei Carabidi: attraverso attività di campo e analisi condotte utilizzando supporto GIS, hanno sviluppato un modello statistico utile a stimare il tempo che i Coleotteri impiegano per reagire alle modificazioni dell’ambiente indotte dai cambiamenti climatici. La risposta all’ambiente varia con le caratteristiche di ciascuna specie.

Copertina di Ecography (Photo www.muse.it)
Copertina di Ecography (Photo www.muse.it)

Differenti velocità di colonizzazione dei terreni liberati dai ghiacciai, sono infatti associate alla forma delle ali dei Coleotteri. Le specie alate sono in grado di colonizzare permanentemente un terreno appena il ghiaccio si ritira, o comunque in un breve lasso di tempo. Al contrario, le specie con ali atrofizzate impiegano generalmente circa 100 anni per occupare un’area lasciata libera dal ghiacciaio. Appare chiaro quindi come le specie con ali atrofizzate non siano in grado di reagire velocemente alle variazioni ambientali indotte dai cambiamenti climatici e questo comporta per loro un alto rischio di estinzione, soprattutto se le modifiche all’habitat sono veloci, come quelle che stanno avvenendo in questi ultimi decenni.

Nella stessa zona presa in esame da Gobbi e operano i ricercatori dell’Università di Milano e del Comitato EvK2Cnr con il progetto Share Stelvio, che hanno analizzato tutti i ghiacciai del gruppo Ortles Cevedale settore lombardo, ovvero tutti i ghiacciai del settore lombardo del parco nazionale dello stelvio, nell’intervallo 1954-2007.

“Lo studio sugli insetti è di viva attualità visto che le aree lasciate libere stanno aumentando enormemente – ci spiega Guglielmina Diolaiuti, ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano, di EvK2Cnr e responsabile scientifica del progetto Share Stelvio -. Grazie all’analisi delle ortofoto 2003 e 2007 e delle foto aeree a grande scala rilevate nel 1981 e 1954 (tutto materiale messo a disposizione dall’ITT di Regione Lombardia) è stato possibile in ambiente GIS quantificare le variazioni areali dei ghiacciai del parco su oltre mezzo secolo. E’ emerso che i ghiacciai del parco si sono ridotti del 40% in area dal 1954 al 2007, una contrazione molto intensa che ha portato a scoprire vaste aree prima ammantate dai ghiacci ed ora libere per la colonizzazione da parte di vegetali e animali. In particolare il Ghiacciaio dei Forni, il più grande ghiacciaio vallivo italiano è passato da 14.08 km2 nel 1954 a 11.36 km2 nel 2007 e la vedretta del Pasquale Nord da 0.40 km2 nel 1954 a 0.10 km2 nel 2007 mentre il Pasquale Sud da 0.18 km2 nel 1954 a 0.06 km2 nel 2007. Una riduzione davvero molto intensa. Va anche aggiunto che la riduzione areale non è avvenuta in maniera uniforme nel tempo ma ha visto invece un’accelerazione negli ultimi anni. I ghiacciai del parco, infatti, hanno ridotto la loro area con un tasso di 0.242 km2/anno nel periodo 1954-1981, di 0.436 km2/anno nell’intervallo 1981-1991, di 0.476 km2/anno nel periodo 1991-2003 e di 0.693 km2/anno nel periodo 2003-2007 (quasi triplicando quindi  il tasso di riduzione iniziale)”.

Verso il Ghiacciaio dei Forni
Verso il Ghiacciaio dei Forni

“Per il futuro – continua la Diolaiuti – le proiezionieffettuate sempre nell’ambito di Share Stelvio prevedono la quasi scomparsa del Ghiacciaio dei Forni entro la fine del secolo, questo ovviamente sulla base degli scenari climatici a disposizione. Questo porterebbe a scoprire circa il 60% dell’area glaciale residua (rispetto al valore ricoperto nel 1954) entro il 2099 aumentando ulteriormente il terreno libero per la colonizzazione vegetale ed animale”.

Il terreno lasciato libero dal ghiaccio si identifica con il termine islandese “Sandur”. Si tratterebbe di un ambiente in rapida evoluzione e povero di sostanza organica, caratterizzato per lo più da sedimenti fini (limi e sabbie un tempo subglaciali). Sarebbe un terreno difficile da “abitare”, dove solo pochi organismi pionieri riescono ad insediarsi preparando “il campo” agli altri che nella sequenza ecologica li seguiranno.

“Per dare un’idea dell’estensione altitudinale delle aree di recente scoperte farò due esempi nell’area del parco – spiega ancora la Diolaiuti -: Il ghiacciaio dei Forni e il ghiacciaio della Sforzellina. In entrambi i casi siamo al di sopra del limite del bosco, oltre i 2100 metri di quota. Si consideri ad esempio che il Ghiacciaio dei Forni dal 1925 ad oggi è arretrato di circa 2km, di questi circa 1 km negli ultimi 50 anni. Questi 2000 metri di arretramento hanno lasciato esposta un’ampia valle glaciale che si estende dai 2100 metri di quota ai 2600 metri circa. Il ghiacciaio della Sforzellina invece, sempre nell’aria del parco, noto come laboratorio per il calcolo del bilancio di massa glaciale (è quantificato dal 1987 ad oggi a cura di Claudio Smiraglia e colleghi), è arretrato di circa 400 metri dal 1925 ad oggi, di cui 80 negli ultimi trenta anni. Le aree lasciate libere (e colonizzate da vegetazione come dimostrato da un lavoro di Cannone et alii, 2008) sono concentrate tra i 2780 ed i 2840 metri di quota. Come è evidente dai due esempi l’intensità del regresso (sia areale che lineare) è funzione delle dimensioni dei ghiacciai. Ghiacciai grandi come i Forni arretrano di km e lasciano esposte vaste aree su intervalli altitudinali consistenti (500 metri e più). Ghiacciai piccoli some lo sforzellina (meno di mezzo km2 di area nel 2007) arretrano di centinaia di metri al secolo e l’intervallo altitudinale delle aree lasciate scoperte è modesto (decine di metri). In entrambi i casi però il riscaldamento in atto non solo ha portato alla riduzione dei ghiacciai ma ha anche favorito la colonizzazione delle aree lasciate esposte dal ritiro. Quindi sia i ghiacciai piccoli che quelli grandi rispondono al cambiamento climatico riducendo le proprie dimensioni ed esponendo nuove aree, cambia solo l’intensità della risposta”.

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