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Arrampicata

Dolomiti, nuova via per Manolo: quelle sfide a cui non so resistere

Manolo sale Roby Present (Photo Paolo Calzà)
Manolo sale Roby Present (Photo Paolo Calzà)

TRANSACQUA, Trento — Si chiama “Roby Present” ed è la nuova via liberata pochi giorni fa dal “Mago” Maurizio Zanolla sulle pareti della Val Noana, nelle Pale di San Martino. Il tiro, dedicato all’amico Roberto Bassi suo compagno di scalata nella stagione d’oro di Arco, è lungo 33 metri e sale su placca liscia. Sul grado Manolo non si sbilancia, e tuttavia potrebbe essere compreso tra l’8c+ e il 9a: in una parola, un’altra via di straordinaria difficoltà. Lo abbiamo sentito al telefono e abbiamo parlato della sua arrampicata sempre ai massimi livelli nonostante l’avanzare dell’età.

Manolo, una nuova via in Val Noana…
Sì, una bellissima storia davvero.

Ti sei divertito?
“Evidentemente sì, anche perché non posso andare ad arrampicare solo per soffrire, sarebbe davvero troppo – ride Manolo -. Mi diverto ancora a scalare, è che continuo ogni tanto ad avere obiettivi forse troppo ambiziosi per la mia età perché mi impegnano molto, mentalmente e fisicamente. Sono vie che sono per me veramente difficili, e alla volte soffro di più del normale per gestire tiri come questo. Perchè devo affrontare i recuperi, gli infortuni, insomma non è sempre tutto così facile.

A 54 anni sembri in forma come un trentenne…
Beh un trentenne è troppo. Quando raggiungo quello che potrebbe sembrare uno stato di forma potrebbe anche durare solo qualche ora, mentre magari a un trentenne dura un mese. Io arrivo ad accontentarmi di quello che ho fatto. C’è una bella differenza tra la forma fisica che potevo avere a 30 anni, o a 40, o adesso. Ma questo mi ha anche abituato a vivere più serenamente, con meno pressioni. Anche se quando affronto tiri difficili non posso sempre divertirmi, non voglio nemmeno annoiarmi. Certo potrei scalare sui 6c, 6b, 7a, 8a, ma poi finisco per andare a scalare in luoghi che non conosco, a vedere quali sono i miei limiti. La passione mi rimanere per scalare, cerco di mettere insieme quello che è possibile, compatibilmente con gli acciacchi che è normale avere a una certa età. Se il progetto è bello investo anche più energia, è sicuramente uno sforzo motivante. Alle volte perdo il contatto con la realtà e mi faccio prendere da sfide che sono quasi troppo difficili per me.

Hai dedicato la via “Roby Present” a Roberto Bassi. Chi era lui per te?
Roberto era un amico con cui ho condiviso il periodo forse più bello, perché insomma abbiamo 20 anni una volta sola nella vita. In quel periodo in cui stava nascendo l’arrampicata libera in Italia, ci siamo incontrati e  insieme abbiamo ‘incendiato’ quel posto che si chiama Arco. Dopo ognuno è andato per la sua strada: lui è rimasto in quei posti, io sono ritornato nei miei. Quando se n’è andato via così, ci sono rimasto male, perché eravamo amici e abbiamo condiviso tanti giorni di scalata e di vita, intensi, belli. Prima o dopo volevo riuscire a dedicargli una via che gli sarebbe piaciuta: non potevo farne di più difficili, ma anche di più belle perché è raro trovare un tiro che abbia queste caratteristiche, la bellezza, la difficoltà, la linea. Soprattutto trovarlo vicino a casa dal momento che non abito in un posto vicino a falesie come quelle di Finale o Arco, o in Spagna. Ho dovuto lavorare anche per cercare il posto, anche se in fondo questa è una cosa che mi piace: scoprire nuovi settori, trovare vie nuove è forse la parte anche più interessante della scalata.

E’ passata qualche settimana ma la questione rimane aperta. Cosa ne pensi tu della schiodatura della Via del Compressore al Cerro Torre?
Io entro sempre poco di solito in queste cose, ma non sono d’accordo sul fatto che si possa entrare in una via degli altri senza chiedere un permesso. Non mi sono mai permesso di farlo neanche quando ne avevo la possibilità. Quando ero un po’ più bravo tante vie difficili qui in Dolomiti riuscivo a farle senza chiodi: avrei potuto permettermi allora di schiodare la Cassin, la Carlesso, la Comici, la Messner, tanto quei chiodi io non li usavo. Ma non mi sembrava giusto comportarmi così. E’ chiaro che andando avanti il livello dell’alpinismo, dell’arrampicata si alza e delle cose che un tempo sembravano impossibili diventano anche banali, e sono concorde anche sul fatto che bisogna andare avanti. Ma andare avanti senza guardarsi indietro, senza guardare a cosa siamo stati non mi sembra una cosa così costruttiva. Il rispetto per gli altri deve esserci. Senza il permesso non avrei fatto niente. Questa ovviamente è un’opinione come quella di tanti altri, e poi stiamo parlando di niente di importante. Ti faccio un esempio però: quando nel lontanissimo ’78 ho ripetuto in libera la Carlesso alla Torre Trieste, ho usato 9 chiodi di protezione. Quindi io, in base a questa teoria, avrei dovuto dire: Carlesso era un incapace perché ha usato un numero di chiodi esagerato per proteggersi e progredire e quindi tiro via tutto e lascio solo quello che uso io. Ma è chiaro che allora i limiti allora erano quelli e magari erano anche un punto di riferimento. Poi quando si riconosce un cambiamento si può anche discuterne insieme e mettere le cose a posto. Ma questo modo mi ricorda quelli che da una parte dicono sì eliminiamo la Via del Compressore, e poi dall’altra parte vorrebbero mettere in sicurezza tutte le vie delle Dolomiti. C’è confusione e ipocrisia. Per fortuna comunque sono fuori da questa storia, ma mi dispiacerebbe se capitasse a me. Una volta nel 1981 ho aperto una via con due chiodi: poi sopra ci hanno fatto delle vie a spit. Dovrei indignarmi per questo. Certo che se non vedi spit e non ti informi puoi pensare che lì non ci sia niente, ma bisognerebbe stare attenti a queste cose.

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14 Comments

  1. come al solito ,grande Manolo,sei un punto di riferimento sia con le parole che con i fatti…grazie da un nothing man

  2. un esempio di chi guarda al passato con rispetto e vive il presente con grande maturità, serenità e sobrietà, riuscendo ad essere sempre un esempio di stile vero e da fuoriclasse. Grande Manolo!

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