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Nepal, le tante facce della medaglia

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KATHMANDU, Nepal — In queste ultime ore il popolo maoista e i suoi capi sembrano convolare a meritati accordi con il governo nepalese. Un lento e cauto avvicinamento tra le due parti, ultimo capitolo della lunga storia iniziata, lo scorso aprile, con la caduta del regime del re Gyanendra e l’instaurazione di un provvisorio regime democratico.

Chi legge questo lo ricorderà. Ricorderà anche che i sette partiti della coalizione democratica (SPA), capeggiata dall’ottuagenario Koirala, non appena proclamata la caduta della monarchia si trovarono di fronte a due imbarazzanti interrogativi: cosa fare dell’appena destituito re e, soprattutto, come agire nei confronti dei maoisti del Communist Part of Nepal (Maoist) capeggiati da Prachanda (nella foto).
I colloqui portarono in tempi ragionevolmente brevi alla definizione di un accordo in otto punti, che apriva la strada alle trattative formali che ultimamente hanno permesso allo stesso Prachanda di uscire dalla clandestinità e di iniziare a pianificare, assieme al governo, l’elezione della costituente. Di lì, come è naturale, i primi colloqui riguardanti il futuro disarmo della guerriglia maoista sotto il controllo degli osservatori ONU e il conseguente convogliamento delle truppe maoiste entro le fila dell’esercito regolare.
 
Questi programmi di intesa hanno avuto il loro culmine nella firma di un accordo tra le parti, siglato lo scorso 8 novembre, e considerato, dai giornali locali e da sparute cronache internazionali, come uno storico traguardo.
 
Da quel giorno, qui a Kathamndu, si è proclamata vittoria. Vittoria gridavano i manifestanti dei partiti democratici che in quei giorni hanno sfilato in massa per Kathmandu. Vittoria urlavano i maoisti, felici di togliersi il bavaglio che li rendeva clandestini e di scorrazzare propagandisticamente per la strade della capitale.
 
Vittoria annunciava il loro capo, Prachanda, che iniziava a concedere interviste a largo raggio, edulcorando i propri radicali programmi politici, divenuti ormai antiquati e inadeguati viste le nuove prospettive apertesi per il proprio partito. Ma “vittoria” è talvolta semplificazione e qui, per la verità, il quadro sembra essere davvero più complesso e meno felice.
 
All’indomani della caduta del re, la coalizione dei partiti fu costretta a riconoscere che, senza l’azione dei maoisti, nulla qui in Nepal sarebbe mai cambiato: dieci anni di sistematica e capillare guerriglia maoista avevano infatti abbondantemente lavorato ai fianchi il regime, logorandolo e indebolendolo come mai sino ad allora.
 
La scorsa primavera, l’epoca dei sollevamenti popolari, a far cadere il già vacillante regime fu sufficiente una spintina e un paio di brutte occhiate da parte della comunità internazionale. Caduto il re, i maoisti arrivarono in città. La coalizione dei partiti democratici fu allora costretta, obtorto collo, ad ammetterli al tavolo delle trattative. Quello che seguì fu poi opera della abile diplomazia politica nepalese: far apparire come vittoria quella che, in realtà, era solo l’impotenza del nuovo regime democratico post-monarchico ad arginare una falla.
Non dimentichiamoci: in Nepal attualmente esistono de facto due distinti stati e due distinti governi. Sebbene la caduta del re sia avvenuta in aprile e gli accordi con i maoisti siano iniziati poco dopo, vaste aree del Paese restano tutt’oggi sotto il controllo totale di governi autonomi maoisti.
 
Quello che, una volta, era ancora una sporadica e anche non perfettamente sistematizzata modalità di taglieggiamento, si è ora trasformata in un vero e proprio sistema di tassazione finalizzato al sostegno dei governi maoisti locali. Oggigiorno, la stessa permanenza di un turista straniero nelle aree sotto il controllo maoista è stato fissato, pare per tutto il Paese, allo standard fisso di Rupie 100 per giorno, poco più di un euro.
Le pagine dei giornali che riportano le notizie degli spontanei cortei popolari organizzati per celebrare gli accordi con i Maoisti sono le stesse identiche pagine che, poco sotto, trasmettono la notizia di come i Maoisti continuino a trascinare a forza fuori dalla scuole centinaia di studenti inviandoli a pedate a far festa per le strade con tanto di bandierine rosse e musi duri.
 
Per non parlare poi del reclutamento coatto delle giovani reclute, captate a forza dalle scuole di villaggio. La prima pagina del Kathmandu Post del 16 novembre che vanta un titolo quasi cubitale di un “Peace agreement today”, è la stessa prima pagina che ospita un denso articolo sull’intensificarsi del reclutamento forzato di minori e scolaretti nelle fila della People’s Liberation Army (PLA). E a nulla serve, pare, la ferma condanna di Lena Sundh, dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’UN nepalese (OHCHR), che, senza mezze parole, specifica come “…il reclutamento coatto di minori sia un crimine contro l’umanità”.
 
Quando non basta la forza è la seduzione della promessa di un lauto guadagno a scardinare i ragazzini dai propri stessi villaggi. Questo ripetono i quotidiani a chiare lettere in pagine ancora più recenti. Gli accordi formali di cui si è detto restano lettera morta specialmente nelle aree rurali del Paese. Qui i maoisti sono ancora a tutti gli effetti i detentori di un potere che permette di mantenere una serie di privilegi a cui difficilmente vorranno rinunciare. E sarà dura per lo stesso Prachanda convogliare tutta la massa, che sinora pare essergli stata obbediente, entro una politica moderata tendente alla pacificazione.
 
È molto probabile che, man mano che si andrà avanti con le trattative, proporzionalmente crescerà anche il pericolo di spaccature interne e il proliferare di frange impazzite radicali, che proclameranno propri programmi e disconosceranno Prachanda, tacciato di tradimento nei confronti degli ideali originari del suo partito. E di questo, nell’eventualità, non gliene se potrà dare torto visto che l’attuale classe politica con cui Prachanda si sta gradualmente accordando, non è diversa dalla classe politica che governava il Nepal prima che il re revocasse i poteri al Parlamento.
 
La via della conciliazione che qui si sta avviando rischia infatti di aprire la strada a nuove radicalizzazioni. Tutto ciò con un Prachanda che ha assoluta necessità di acquistarsi una credibilità. E su questo fronte il viaggio semiufficiale in India di due giorni fa non sembra infatti portato ad un gran che. Sia il primo ministro indiano Singh che la stessa Sonya Gandhi, avrebbero rifiutato di incontrare Prachanda, considerato tutt’ora un terrorista.
A tutto questo si aggiunge un’altra terribile piaga, quella della violenza, la vera violenza perpetrata dai guerriglieri. Se ne parla molto anche in questi giorni. Un’organizzazione si occupa di raccogliere testimonianze e di offrire sostegno alle vittime della guerriglia maoista. È la Maoist’s Victims Association, con sede a Kathmandu. Un’organizzazione che agisce in semi clandestinità, difficile da trovare a meno che non si riesca ad avere l’appoggio di almeno un introdotto amico nepalese.
 
L’organizzione, nata all’indomani dell’intensificarsi della guerriglia maoista, raccoglie oggi circa ventisettemila aderenti. Parlando con alcuni degli esponenti e con alcune delle vittime il copione del terrore si ripetete con delle costanti raccapriccianti: Purna Lama, anziano soldato nepalese in pensione, qualche anno fa, è accusato di cospirazione dai maoisti. L’accusa diventa atto e, un brutto giorno, Purna è raggiunto da un drappello di guerriglieri.
 
Ferito con un’arma da fuoco è poi disossato a colpi di kukhuri, la terribile arma bianca nepalese. Vivo, per miracolo mostra ossessivamente le foto delle sue ferite. Anche quando gli domando se posso fargli una foto per ricordarmi di lui, storce il collo offrendo di nuovo le sue ferite. Sembra che non abbia più molto altro da far vedere. Simile storia quella di Chinimaya del distretto di Nuwakot nel Nepal centrale. Accusata anche lei di cospirazione è catturata, bendata e fatta prigioniera. Appesa a testa in giù è a lungo torturata con degli spilli conficcati nelle gambe e sotto le unghie. Queste le sue parole. Costretta a far la spia per i maoisti, Chinimaya riesce tempo dopo a fuggire il villaggio e a trovare riparo nella Maoist’s Victims Association.
 
Testimonianze. Testimonianze isolate che creano tuttavia l’idea del clima particolare di questi giorni. Un clima, francamente, ancora tanto, troppo, lontano da una possibile qualsiasi idea di pacificazione.
 
Martino Nicoletti

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