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Quanti sono gli orsi marsicani? La risposta dal monitoraggio genetico

Presentati al MASE i risultati della più estesa attività di monitoraggio mai realizzata la sottospecie: 81 gli esemplari stimati, di cui 43 femmine e 38 maschi.

Nelle scorse settimane il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM) aveva diffuso dei dati decisamente positivi, in grado di accendere un barlume di speranza sul fronte della salvaguardia della fauna selvatica, in un anno segnato da casi di cronaca nera di forte impatto: la presenza di 16 nuovi cuccioli nati nel 2025 da 7 femmine riproduttive di orso bruno marsicano. Un dato che, pur nella sua parzialità, delineava già un quadro di rassicurante stabilità per la popolazione della sottospecie a rischio, simbolo del Parco.

Oggi, l’ottimismo sullo stato di salute dell’orso marsicano trova una validazione scientifica di portata ben più ampia grazie ai dati ottenuti dal campionamento genetico condotto nell’estate 2025 e presentati ufficialmente a Roma presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) nella mattinata di giovedì 16 luglio. Considerato da sempre il vero “gold standard” per l’accuratezza biologica, questo screening genetico ha permesso di scattare una fotografia dell’intera popolazione di orso bruno marsicano, distinguendone con precisione anche il sesso, certificando un numero complessivo di esemplari che oscilla tra un minimo di 73 e un massimo di 88 individui, con una stima complessiva di 81 orsi, composta nello specifico da 43 femmine e 38 maschi.

Orso marsicano: la popolazione si espande

Questo straordinario risultato scientifico è frutto della più estesa e capillare attività di monitoraggio genetico mai realizzata per questa sottospecie endemica dell’Appennino centrale, a grave rischio di estinzione. Finanziato nell’ambito delle misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per la digitalizzazione delle aree protette (il programma “DigitAP”), lo studio ha coperto un territorio di oltre 6.000 chilometri quadrati nell’Appennino centrale.

Il successo di un’operazione così vasta si deve a una stretta sinergia istituzionale che ha visto collaborare, sotto la guida del Ministero dell’Ambiente e dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), decine di realtà tra cui parchi nazionali e regionali, le riserve, le reti di monitoraggio, le Regioni, i Carabinieri Forestali, le associazioni ambientaliste e due partner privati specializzati nella raccolta e nell’analisi dei campioni, l’Istituto di Ecologia Applicata e BMR Genomics.

Dall’elaborazione dei modelli statistici emerge una certezza: l’area storica del Parco e della sua Zona Contigua si conferma la vera e propria roccaforte della sottospecie, mostrando una sostanziale stabilità o un lieve incremento rispetto alla precedente stima del 2014.

La vera sorpresa, tuttavia, arriva dalle aree esterne: sono stati infatti individuati circa 16 esemplari in zone periferiche. Questo dato dimostra in modo inequivocabile che il processo di espansione dell’areale è in pieno svolgimento, un cammino biologico il cui successo sul lungo periodo sarà strettamente legato alla tutela dei corridoi ecologici, i “ponti” verdi che collegano le diverse aree protette dell’Appennino centrale.

Connettere territori e comunità: la sfida della coesistenza

Nonostante l’ottimismo per la crescita numerica, lo studio mette in luce le grandi sfide legate alla conservazione a lungo termine della sottospecie. La ricerca, infatti, conferma chiaramente come le aree periferiche in cui l’orso si sta affacciando siano biologicamente idonee ad ospitare una presenza stabile e abbondante del grande mammifero, ma questo lento e naturale processo di colonizzazione deve oggi fare i conti con la frammentazione degli habitat e con il progressivo degrado dei pochi corridoi ecologici rimasti a collegare il nucleo centrale del territorio con le aree esterne.

“È una buona notizia, ma soprattutto è la dimostrazione che gli investimenti nella conservazione, nella ricerca scientifica e nella convivenza con le comunità locali funzionano” il commento soddisfatto di Salviamo l’orso, tra le realtà impegnate nel promuovere la convivenza tra uomo e orso al di fuori dei confini del Parco, che invita però a concentrarsi sulle problematiche che minano il futuro della specie, che “si giocherà soprattutto fuori dal Parco: servono territori sicuri, corridoi ecologici, prevenzione dei conflitti e una riduzione delle cause di mortalità di origine antropica.

Il riferimento è a territori in cui si fa più pressante la necessità di individuare forme di tutela che sappiano contemperare la presenza dei plantigradi con la vita delle comunità umane e con gli usi produttivi del territorio, dinamiche decisamente più impattanti proprio nelle aree di nuova espansione. Per questa ragione, il coinvolgimento attivo delle Regioni, del CUFAA (Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri) e delle aree protette nell’attuazione del PATOM (Piano d’azione per la tutela dell’orso bruno marsicano) diventa determinante.

“Il complesso lavoro svolto deve rappresentare lo stimolo per proseguire nel monitoraggio e nell’acquisizione di conoscenze ma, soprattutto, per un rinnovato impegno di tutte le amministrazioni territorialmente coinvolte – la riflessione di sintesi del PNALM sul lavoro fin qui svolto – affinché si concili lo sviluppo socioeconomico delle comunità locali con gli interventi per continuare a migliorare lo stato di conservazione della specie, in maniera da garantire un futuro all’orso bruno marsicano.”

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