
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) volge in queste settimane al termine. Finanziato dall’Europa attraverso il Recovery and Resilience Fund (RRF), con uno stanziamento record per l’Italia di 194,4 miliardi di euro, il Piano vede nel prossimo 31 agosto 2026 il termine perentorio per il raggiungimento di tutti i traguardi (milestones) e gli obiettivi fisici (targets). In sintesi, è la data entro cui i lavori devono essere conclusi e rendicontati.
Non è ancora il momento di tirare le somme definitive, ma da parte dell’UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) già da tempo vengono sollevati dubbi sull’efficacia dello strumento. Nel marzo scorso, i dati raccolti dall’Unione attraverso un sondaggio avevano evidenziato una situazione di diffuso affanno amministrativo: solo il 28% dei Sindaci si dichiarava certo di concludere i progetti nei tempi previsti, a fronte di un altro 28% che segnalava l’impossibilità di rispettare la scadenza e di un 14% ancora fermo alla fase delle gare d’appalto.
Le criticità strutturali emerse nel corso dell’ultimo quadriennio, come evidenziava in tale occasione il Presidente Nazionale Marco Bussone, risiedono principalmente nella mancanza di strumenti aggregativi istituzionali — venuti meno dopo il depotenziamento di Province e Comunità Montane — che ha costretto gli 8.000 comuni italiani a muoversi da soli. Questa frammentazione dei finanziamenti, spesso allocati a livello di singolo campanile anziché inseriti in una programmazione di rete intercomunale, ha spinto i piccoli enti a dipendere totalmente da consulenze esterne. A ciò si aggiunge la complessa sostenibilità futura delle opere realizzate: l’assenza di adeguate risorse nei bilanci correnti per il reclutamento del personale rischia infatti di compromettere l’effettiva operatività e gestione — anche fiscale e finanziaria — di strutture come asili nido, scuole e case di comunità di nuova costruzione.
In questa fase conclusiva, UNCEM ha ritenuto necessario promuovere una nuova consultazione intitolata “PNRR. Bene ma non benissimo. Come è andata? Dicci la tua…”. Si tratta di un’analisi degli effetti del Piano, strutturata per richiedere circa 3 minuti per la compilazione. Il monitoraggio è espressamente rivolto alle figure chiave del territorio: possono rispondere infatti Sindaci, Assessori, Consiglieri comunali, Presidenti e Consiglieri di Unioni, Unioni montane e Comunità montane, oltre ai Dirigenti e a tutto il personale degli Enti locali. Abbiamo chiesto al Presidente Marco Bussone di chiarirci aspettative e finalità di questo questionario.
Presidente, qual è l’obiettivo di questo nuovo questionario?
I questionari che proponiamo come UNCEM sono puramente di analisi politica. Servono per coinvolgere la nostra base — Comuni ed Enti locali — e cercare insieme di fare il punto della situazione, comprendendo cosa sia stato fatto e cosa no. Non siamo un ente di ricerca, né soggetti preposti dallo Stato a raccogliere e analizzare i dati con approccio scientifico. Le nostre non sono dunque analisi raffinate: potremmo definirli dei “carotaggi” per andare a capire cosa sta effettivamente succedendo in determinate situazioni di cui abbiamo già una qualche percezione.
Il giudizio “bene ma non benissimo” fa riferimento a questa vostra percezione?
Attraverso il PNRR sono stati fatti interventi anche molto intelligenti, penso alle case di comunità o agli asili nido. Ci sono altri elementi che lo sono stati molto meno, come il Piano dei Borghi, di cui avevamo evidenziato fin da subito l’inefficacia. Ormai, però, siamo arrivati a una fase in cui serve a poco o nulla fare critiche. Ricordo che nel lontano 2020 ho passato l’estate a fare conferenze interministeriali per gli affari europei analizzando quello che allora era lo “svuotacassetti” dei Ministeri. In estrema sintesi, quando a giugno 2020 arrivò la notizia della disponibilità di 190 miliardi per il PNRR, ogni Ministero iniziò a tirare fuori progetti rimasti nei cassetti. Progetti che conservo ancora, perché eravamo parte della conferenza interministeriale che iniziò a scandagliarli. Lì ci ritrovammo a esprimere le prime critiche, come sul fronte del Piano dei Borghi. Ora non è più tempo di polemiche: il nostro questionario non nasce dunque per contestare, ma per capire se gli interventi svolti hanno la potenzialità di produrre risultati sociali ed economici oppure no. Il primo dossier che pubblicammo lo intitolammo “Non è l’elenco della spesa”, oggi vogliamo capire gli effetti di quella spesa.
A suo avviso sono stati finanziati troppi interventi parcellizzati?
Sono stati finanziati 550.000 interventi, una cifra decisamente elevata. Noi avevamo denunciato inizialmente che non si dovesse andare a premiare qualsiasi iniziativa, ma che bisognava fare scelte strategiche su come e dove allocare quelle risorse. Vogliamo capire com’è andata la vicenda tra i Comuni che rappresentano la nostra base e che hanno ricevuto una fetta di quei fondi. È un primo check, non esaustivo, ma fondamentale.
L’obiettivo a lungo termine è portare questi dati all’attenzione della politica per evitare errori futuri? O teme che resti una buona intenzione?
Questa è sempre una buona intenzione ma, se mi permette, di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Il tema è che si possono anche evidenziare gli errori o le necessità del territorio, ma poi le politiche centrali finiscono per essere lontane da ciò che servirebbe. Lo abbiamo visto chiaramente con la legge sulla montagna: nonostante tante analisi, pressioni e indagini, purtroppo in Italia la concertazione lascia il tempo che trova di questi tempi.
È così difficile condizionare le scelte future sulla base delle necessità reali?
È difficilissimo. Quindi vi rispondo assolutamente di sì: se facciamo questa analisi è potenzialmente per non cadere negli stessi errori. Poi sappiamo bene che a Roma gli interlocutori vanno e vengono; tra l’altro tra qualche mese si voterà in Italia e il PNRR, formalmente, non ci sarà più. Restando sul tema di errori da evitare, la nostra attenzione è già rivolta verso il Fondo Unico Europeo 2028-2034. Sappiamo che in quel fondo ci potrà essere il piano Right to Stay (il “Diritto a restare”), per impostare il quale è stata appena lanciata una consultazione pubblica. Ecco, sul Right to Stay vanno evitati gli stessi identici errori del PNRR. Uno dei passi falsi più grandi è considerare a priori che tutto vada bene, senza fare approfondimenti e analisi di impatto delle misure. Quali benefici porterà un’opera? Per chi? Quale platea? Nelle aree montane, dire che tutti i Comuni possono fare tutto e dare soldi a pioggia per fare qualsiasi cosa è una scelta strutturalmente sbagliata.
Come utilizzerete i dati che raccoglierete da questo questionario?
Sul PNRR useremo i dati per fare analisi ex post, per vedere soprattutto come sono andati gli interventi su tematiche a noi vicine, come le Green Communities, su componenti essenziali come scuole, asili, case di comunità, comunità energetiche e dissesto idrogeologico. Tutte materie che hanno bisogno di una verifica sul campo per capire come sia andata davvero. Non abbiamo fissato una data di scadenza rigida per partecipare al questionario perché dovrà rispondere chi lavora nei Comuni o per i Comuni: contiamo di avere dati sufficienti per un’analisi solida non appena avremo raggiunto una soglia minima di 500 o 600 risposte.