
Il 2026 si conferma un anno all’insegna del dibattito attorno al tema della caccia. Mentre la riforma della normativa nazionale è in discussione alla Camera dei Deputati, dopo un’approvazione al Senato che è stata accompagnata da un crescendo di polemiche sul fronte delle associazioni animaliste e ambientaliste e del mondo della divulgazione scientifica, oltre che dall’opposizione politica, c’è una novità che, seppur non di portata nazionale, sta rimbalzando con forza su web, testate e social: l’apertura del Trentino al contenimento del cinghiale con arco e frecce.
Arco e frecce per contenere i cinghiali
Nei primi giorni di luglio la Provincia Autonoma di Trento (PAT) ha annunciato un aggiornamento della disciplina in materia di controllo del cinghiale da parte della Giunta provinciale guidata da Maurizio Fugatti. Come evidenziato dall’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni, in occasione della presentazione del provvedimento, vengono introdotte “rilevanti modalità operative per le attività di contenimento della specie” per far fronte ai crescenti danni a carico delle coltivazioni agricole e per la “preoccupazione per la peste suina africana che si sta diffondendo in Europa e per i suoi effetti di natura economica per il settore dell’allevamento dei suini”.
Il provvedimento si snoda su due pilastri fondamentali. La prima novità è l’introduzione dell’arco come mezzo di controllo, approvato a titolo sperimentale con avvio nel 2027. Nei piani della Provincia, l’arco è da considerarsi “uno strumento alternativo laddove l’utilizzo di un’arma da fuoco può risultare inopportuno per via del disturbo che può arrecare ad altre specie anche in stagioni particolari come quella riproduttiva”. Ad ogni modo, come chiarito dalla Provincia, l‘accesso a questo strumento non sarà generalizzato: l’acquisizione della specifica abilitazione è infatti subordinata al preventivo possesso della qualifica di controllore del cinghiale.
La seconda misura istituisce la modalità del “controllo mirato”. Questa novità prevede la possibilità, da parte del Corpo Forestale del Trentino, di organizzare attività di contenimento avvalendosi direttamente dei cacciatori abilitati. Il coordinamento delle operazioni resta in capo al personale forestale e, sebbene l’attività sia applicabile a tutto il territorio, l’obiettivo principale è ampliare la platea delle persone coinvolte nelle aree definite “a densità zero”, operando in deroga agli orari e ai periodi di caccia ordinari.
Le basi legali dell’ordinanza “Robin Hood”
L’uso dell’arco come strumento di caccia, per quanto possa apparire come un’abitudine desueta – da cui il soprannome attribuito sul web all’ordinanza “Robin Hood”, con evidente rimando al leggendario eroe popolare britannico che utilizzava questi strumenti nella foresta di Sherwood, sebbene non per prelevare gli ungulati per conto della pubblica amministrazione –, è previsto da decenni nel nostro Paese.
Sul piano normativo, il suo utilizzo come arma è regolato in Italia fin dal 1992: la legge nazionale n. 157 (all’articolo 13) include infatti l’arco a pieno titolo tra i mezzi consentiti sul territorio italiano per il prelievo e il controllo della fauna. La medesima legge quadro attribuisce però alle Regioni e alle Province Autonome il potere di limitare o regolamentare questa pratica all’interno dei propri confini. La Provincia Autonoma di Trento ha ritenuto fosse giunto il momento di inserire arco e frecce nella lista provinciale dei mezzi consentiti per il contenimento. Una decisione inevitabilmente accompagnata da polemiche.
Associazioni contro una proposta “crudele e sbagliata”
L’ordinanza “Robin Hood” ha trovato la netta opposizione del mondo animalista. L’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) è arrivata a lanciare una petizione per chiederne il ritiro immediato contro una scelta definita dalla presidente Giusy D’Angelo “crudele e profondamente sbagliata”. Secondo l’associazione, non si può accettare che si torni a forme di uccisione che aumentano le sofferenze, poiché un animale ferito da una freccia “può fuggire per lunghe distanze, soffrire per ore e, se si sente minacciato, reagire per autodifesa”, oltre a esporre a rischi escursionisti e ciclisti a causa dell’arma silenziosa.
Anche la LEAL (Lega antivivisezionista) annuncia battaglie legali contro una pratica definita “barbara”. Per la sigla, un colpo di freccia “lacera, perfora, fa sanguinare” portando a una lenta agonia. Viene pertanto richiesta la sospensione della sperimentazione e l’apertura di un tavolo tecnico per puntare su misure non cruente come la prevenzione agricola, recinzioni elettrificate e piani di sterilizzazione.
OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) definisce il provvedimento “anacronistico, assurdo e pericoloso sia per la fauna selvatica che per la sicurezza pubblica”. Alessandro Piacenza, responsabile della tutela della fauna selvatica di OIPA Italia, ha commentato duramente: “Non più solo l’abbattimento come metodo di contenimento, ma anche attraverso una pratica che aumenta il rischio di ferimenti e di lunghe agonie per gli animali.”
“È sconcertante – aggiunge Piacenza – che, nel 2026, si possa anche solo ipotizzare di legittimare una proposta del genere, contraria a ogni principio di civiltà. Chiediamo che venga ritirata senza esitazioni e che le istituzioni smettano di inseguire gli interessi di una minoranza dedita alla caccia”. L’appello finale dell’associazione alle istituzioni è di investire in strategie scientificamente valide ed eticamente sostenibili invece di rincorrere metodi giudicati crudeli.
I limiti tecnici dell’uso dell’arco contro il cinghiale
Accanto alla sofferenza degli animali, un altro punto debole dell’iniziativa, evidenziato dalle sigle ambientaliste e animaliste, è l’efficacia del metodo. Lipu e WWF Trentino hanno diffuso una nota congiunta in cui il provvedimento viene descritto come “non necessario e fortemente contestabile per molteplici motivi tecnici, etici e di sicurezza”. Viene sottolineato come l’ordinanza reintroduca “un mezzo di caccia di cui, per anni, lo stesso mondo venatorio locale non aveva ravvisato la necessità”, strutturalmente meno efficiente e preciso rispetto alla carabina, con esito fortemente dipendente dall’abilità del tiratore.
A sostegno di questa tesi vi sarebbero studi scientifici che riportano percentuali di animali colpiti ma non recuperati (wounding rate) particolarmente rilevanti. Se con le armi da fuoco questa quota si attesta intorno al 25%, con l’uso dell’arco il rischio di errore varia sensibilmente in base alla tecnologia utilizzata: la stima è del 18% circa con i moderni archi compound, ma balza fino al 50% quando si impiegano archi tradizionali (entrambe le tipologie sono formalmente autorizzate dal regolamento provinciale).
Oltre all’abilità personale, sul campo incide pesantemente il fattore velocità, poiché la freccia viaggia a un’andatura ridotta rispetto a un proiettile. Questo scarto temporale permette all’animale di muoversi durante il volo del dardo, la cui traiettoria può essere deviata anche da una semplice folata di vento. Il rischio concreto, denunciano le due associazioni, è quello di ferire il cinghiale in modo non letale, condannandolo a una morte lenta e dolorosa, senza contare che un animale ferito in fuga diventa un potenziale pericolo per chi frequenta i boschi.
Le associazioni sollevano anche forti critiche sulla distanza massima di tiro, fissata dalla delibera a 50 metri. Si tratta di un limite giudicato eccessivo e rischioso dagli animalisti, soprattutto alla luce dello stesso parere tecnico di ISPRA, secondo cui l’arco garantirebbe l’identificazione certa del capo in quanto il tiro ideale andrebbe effettuato a distanza ravvicinata, inferiore ai 25 metri.
Infine, viene contestato l’argomento della silenziosità: se da un lato il rumore limitato della freccia evita lo spavento della fauna presente nell’area, dall’altro “impedisce a chiunque di rilevare la presenza del cacciatore nel bosco, rendendo di fatto impossibile il controllo di eventuali illeciti o atti di bracconaggio”. La sperimentazione partirà nel 2027, ma lo scontro è già caldo.