
Mentre alla Camera prosegue il confronto sul DDL caccia, per il sistema italiano delle aree protette arriva una notizia destinata ad accendere un nuovo fronte di scontro politico e ambientale. Parchi nazionali, Aree Marine Protette e Riserve statali stanno ricevendo in questi giorni comunicazioni dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica relative a una riduzione dei fondi per l’esercizio finanziario in corso. Un taglio che, secondo le principali associazioni ambientaliste, si aggirerebbe complessivamente intorno al 23% rispetto alle risorse assegnate lo scorso anno.
A denunciare la situazione sono Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, WWF Italia e Worldrise, che parlano di “un altro duro colpo alla natura italiana”. La riduzione non sarebbe lineare, ma varierebbe da ente a ente. In alcuni casi, sempre secondo le organizzazioni, i parchi nazionali si troverebbero a fare i conti con una diminuzione superiore ai 700 mila euro.
Il nodo non riguarda finanziamenti accessori, ma trasferimenti destinati alle spese di funzionamento ordinario e alle attività obbligatorie degli enti gestori. In altre parole, quelle risorse che servono a garantire la quotidianità delle aree protette: monitoraggio della fauna e degli habitat, manutenzione, servizi al pubblico, educazione ambientale, prevenzione degli incendi boschivi, sorveglianza del territorio, gestione delle convenzioni e dei rapporti con personale incaricato e fornitori. Arrivando a metà anno, il taglio rischia inoltre di incidere su bilanci e programmazioni già impostati.
La coincidenza temporale rende il caso ancora più sensibile. Alla Camera è infatti approdata la proposta di legge C.2984, già approvata al Senato il 23 giugno, che modifica la legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. Il provvedimento è al centro di un confronto molto acceso tra maggioranza, opposizioni, associazioni ambientaliste e mondo venatorio.
Per le associazioni ambientaliste il messaggio politico è chiaro: mentre si mette mano alle regole sulla fauna selvatica, si riducono le risorse degli enti che dovrebbero garantire tutela, monitoraggio e gestione degli ecosistemi più fragili. Un cortocircuito che riguarda da vicino anche la montagna, dove molti parchi nazionali e riserve statali rappresentano presìdi fondamentali non solo per la biodiversità, ma anche per le comunità locali, il turismo sostenibile, la manutenzione dei sentieri e la prevenzione dei rischi ambientali.
Nel breve periodo le conseguenze potrebbero tradursi in una riduzione delle attività sul campo. Meno fondi significa meno capacità di intervento su progetti di conservazione, meno continuità nei monitoraggi scientifici, meno risorse per informazione e accoglienza dei visitatori, maggiore difficoltà nel mantenere servizi già programmati. In contesti montani, dove la pressione turistica, la crisi climatica, la presenza di grandi carnivori, il dissesto e gli incendi richiedono una gestione sempre più complessa, il margine operativo degli enti rischia di assottigliarsi ulteriormente.
Sul lungo periodo, il problema è ancora più strutturale. L’Italia si è data, attraverso la Strategia nazionale per la Biodiversità al 2030, l’obiettivo di proteggere legalmente almeno il 30% della superficie terrestre e il 30% della superficie marina attraverso un sistema integrato di aree protette, rete Natura 2000 e altre aree legalmente tutelate.
I dati ISPRA mostrano però che la strada è ancora lunga: al 2024 la superficie protetta italiana, al netto delle sovrapposizioni tra aree protette e siti Natura 2000, è pari al 21,7% del territorio nazionale e all’11,6% delle acque territoriali e della Zona di Protezione Ecologica. Per arrivare al target del 30% mancano circa 2,5 milioni di ettari a terra e 6,6 milioni di ettari a mare.
In questo quadro, tagliare risorse agli enti gestori significa indebolire proprio l’infrastruttura che dovrebbe accompagnare il Paese verso gli obiettivi europei e nazionali di tutela della biodiversità. Perché un’area protetta non esiste solo sulla carta: ha bisogno di personale, competenze, monitoraggi, manutenzioni, progetti, relazione con i territori. Senza risorse adeguate, il rischio è che la protezione diventi sempre più formale e sempre meno efficace.
Le associazioni chiedono ora al Ministero di rivedere la decisione e di garantire agli enti gestori le risorse necessarie. La questione, tuttavia, va oltre il singolo esercizio finanziario. Tocca il modello stesso con cui l’Italia intende custodire il proprio capitale naturale: parchi e riserve possono essere considerati un costo da comprimere, oppure un investimento strategico per biodiversità, sicurezza del territorio, turismo responsabile e qualità della vita delle comunità che vivono nelle terre alte e nelle aree più fragili del Paese.