Nanga Parbat, tutti i dettagli della discesa storica di Andrzej Bargiel
Non solo la vetta, ma la capacità di leggere tutta la montagna in discesa. Dalla partenza dal campo base alla scelta della linea sulla Diamir, fino al tratto chiave sulla via Messner: il progetto di Andrzej Bargiel al Nanga Parbat è stato soprattutto un esercizio di precisione in quota.
Quando Andrzej Bargiel è arrivato in cima al Nanga Parbat, a 8126 metri, la parte più delicata del progetto non era ancora finita. Anzi, per certi versi cominciava proprio lì. Nel suo modo di intendere l’himalaysmo, la vetta non rappresenta il traguardo, ma il punto di partenza per una seconda salita al contrario: quella in cui non basta resistere alla quota, ma bisogna saper leggere la montagna metro dopo metro, scegliendo la linea più logica e sicura senza margini reali di errore.
Il 30 giugno 2026 il polacco ha completato la sua discesa integrale con gli sci dalla parete Diamir Nanga Parbat, senza uso di bombole di ossigeno, sciando dal punto più alto della montagna fino al termine della copertura nevosa. La discesa si è conclusa sotto campo I, a circa 4400 metri, dove le condizioni non permettevano più di proseguire con gli sci. Nel complesso, dalla partenza dal campo base al ritorno, l’azione è durata 2 giorni e 9 ore.
Una strategia rapida, ma preparata
La fase decisiva è iniziata il 28 giugno alle 6 del mattino, ora locale, quando Bargiel e Janusz Gołąb sono partiti dal campo base, posto a circa 4200 metri. La prima notte è stata trascorsa a campo II, a 6200 metri; la seconda a campo III, a 6850 metri. Da lì Bargiel ha lanciato il tentativo di vetta, dopo una fase di acclimatamento e ricognizione cominciata nella seconda metà di giugno, durante la quale aveva alternato uscite tra i campi alti e osservazione della possibile linea di discesa.
In cima al Nanga Parbat Bargiel è rimasto 45 minuti. Un tempo lungo, considerando la quota, ma necessario per gestire il passaggio tra la salita e la parte più esposta del progetto: la discesa. Secondo i dati diffusi da Red Bull, lo sciatore polacco ha trascorso complessivamente circa due ore nella zona più alta della montagna, oltre gli ottomila metri.
Il nodo del progetto era trovare una linea continua. Non una semplice successione di tratti sciabili, ma un itinerario capace di collegare la vetta al limite della neve senza interruzioni sostanziali. È questo l’elemento che distingue il progetto di Bargiel dai precedenti tentativi su questo versante e che dà alla discesa il suo valore storico.
Il passaggio chiave sulla Diamir
La parte più complessa si è concentrata nella sezione inferiore della parete Diamir. Qui Bargiel ha dovuto affrontare pendii ripidi, traversi esposti e zone condizionate dalla presenza di seracchi. È stato il tratto in cui la discesa ha chiesto più capacità di adattamento: non una linea “disegnata” a tavolino, ma una sequenza di decisioni da prendere in tempo reale, con la stanchezza accumulata dalla salita e la quota ancora nelle gambe.
Lo stesso Bargiel, commentando l’impresa, ha spiegato che il successo del progetto dipendeva dal “momento giusto” e dalle condizioni della montagna. La frase sintetizza bene la natura di questa discesa: non un gesto puramente atletico, ma un equilibrio tra preparazione, attesa, interpretazione del terreno e capacità di muoversi rapidamente quando la finestra si apre.
Janusz Gołąb, che ha accompagnato Bargiel durante la salita, ha definito il progetto uno dei più complessi mai visti sugli sci in altissima quota. In particolare ha sottolineato come sul Nanga Parbat non ci fosse spazio per l’improvvisazione: ogni passaggio richiedeva lettura, controllo e decisioni immediate.
Una montagna carica di storia
Il valore della discesa non è soltanto sportivo. Il Nanga Parbat è una montagna che porta con sé un peso storico enorme, soprattutto sul versante Diamir. Parliamo infatti della prima parete himalayana a essere stata approcciata da un essere umano, nel 1895, e anche dei luoghi legati alla vicenda di Reinhold e Günther Messner nel 1970.
Per Bargiel, il Nanga Parbat rappresenta anche la chiusura di un percorso pakistano iniziato anni fa. Prima di questa discesa aveva già sciato il Broad Peak, il K2 e i due Gasherbrum. Con il Nanga Parbat completa così una serie che lo lega in modo particolare agli Ottomila del Pakistan.
In questa prospettiva, il successo sul Nanga Parbat non è solo “un’altra” discesa. È la conferma di un metodo. Bargiel costruisce progetti in cui la salita, la logistica, la lettura della montagna e la discesa diventano un’unica azione. Sul Nanga Parbat questo approccio ha trovato forse una delle sue prove più complesse: una montagna difficile, una linea esposta, una storia pesante alle spalle e una finestra da cogliere senza esitazioni.
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Prima di Bargiel: il Diamir e il sogno di una linea continua
Il versante Diamir è da sempre il lato più “sciabile” del Nanga Parbat, ma anche quello che più di altri ha imposto un limite agli sciatori d’alta quota. Non è un pendio uniforme: è un grande versante complesso, tagliato da seracchi, canaloni, placche ghiacciate, salti rocciosi e tratti spesso poveri di neve. Proprio qui si consumò una delle pagine più drammatiche dell’alpinismo himalayano: nel 1970 Reinhold e Günther Messner, dopo aver salito per primi la parete Rupal, furono costretti a scendere dall’ignoto versante Diamir, realizzando la prima traversata del Nanga Parbat. Durante quella discesa Günther perse la vita, travolto da una valanga.
Lo sci arrivò sul Diamir vent’anni più tardi. Nel 1990 Hans Kammerlander e Diego Wellig raggiunsero il Nanga Parbat con un progetto ambizioso: salire e scendere con gli sci una delle grandi linee della parete. Inizialmente guardarono allo sperone Mummery e al lato destro della parete, ma le valanghe osservate sul versante li convinsero a spostarsi sulla via tedesca del 1962, la Kinshofer, oggi considerata la normale alla montagna. Il primo luglio raggiunsero la vetta e iniziarono la discesa poco sotto il punto più alto, continuando fino al campo base, ma con tratti in cui fu necessario togliere gli sci, per calarsi in corda doppia. Fu una discesa storica, ma non ancora quella linea continua che il Nanga Parbat avrebbe continuato a negare per decenni.
Nel 2008 fu Luis Stitzinger a riportare gli sci sulla Diamir, scegliendo una linea più centrale e indipendente. Il tedesco partì da circa 7850 metri, quindi alcune centinaia di metri sotto la vetta, e scese la parete centrale della Diamir lungo un itinerario che in alcuni passaggi si avvicinava alla via solitaria aperta da Reinhold Messner nel 1978. Anche in questo caso si trattò di una realizzazione di grande valore tecnico.
Il 2019 segnò un nuovo salto in avanti. Tiphaine Duperier e Boris Langenstein salirono e scesero lungo la Kinshofer, sul versante Diamir. Langenstein raggiunse la cima, ma gli ultimi metri non erano sciabili e dovette scendere a piedi fino a trovare neve sufficiente per calzare gli sci; Duperier lo attese più in basso e poi i due proseguirono la discesa insieme. Quella di Langenstein, iniziata da circa 8080 metri con gli sci ai piedi per quasi tutto il percorso, fu allora la discesa più completa registrata sul Nanga Parbat, pur con l’uso delle corde fisse in alcuni passaggi e con le interruzioni obbligate dalle pendenze del muro Kinshofer. Pochi giorni dopo anche Cala Cimenti e Vitaly Lazo scesero con gli sci da una quota analoga, confermando il versante Diamir come il terreno più logico ma anche più problematico per cercare una discesa dal Nanga Parbat.
Negli anni successivi altri sciatori hanno guardato ancora alla parete, compresi Anna Tybor e Tom Lafaille nel 2024, fermati però da condizioni difficili prima di poter chiudere il progetto. Il punto rimaneva sempre lo stesso: trovare una linea che non fosse soltanto “quasi” completa, ma continua, dal vertice al termine della neve.












