
Si dice spesso che le montagne svolgano il ruolo di serbatoi naturali, accumulando precipitazioni, trattenendole sotto forma solida o liquida e restituendole lentamente alle valli e alle pianure sottostanti, regolando la disponibilità idrica per miliardi di persone e innumerevoli ecosistemi. In inglese vengono definite “water tower”, torri d’acqua del pianeta, espressione che rende giustizia alla loro altezza più di “serbatoi”. Nell’ambiente montano l’acqua non si presenta mai in una sola veste: nello spazio di poche centinaia di metri di quota si possono incontrare nevai perenni, torrenti impetuosi, laghi limpidissimi, sorgenti termali… Questo approfondimento percorre, dall’alto verso il basso, le principali forme che l’acqua assume in montagna.
In quota le precipitazioni cambiano natura molto più rapidamente che in pianura, perché bastano poche centinaia di metri di dislivello per passare dalla pioggia alla neve. Non analizzeremo qui nel dettaglio tutte le possibili tipologie, ma ricordiamoci anche di quest’acqua. Non tutta, poi, è visibile come liquido o solido compatto: una parte rilevante resta in forma di vapore o di sottilissime pellicole, formando nebbia, rugiada, brina, umidità del suolo e della vegetazione. Pure quest’ultima non va dimenticata: si tratta di una tessera importante del ciclo idrologico. Grazie all’evotraspirazione, la quantità d’acqua che evapora dalla superficie del terreno e traspira attraverso gli apparati fogliari delle piante regola anche venti e temperature, caratterizzando clima e biodiversità.
L’acqua allo stato solido
Se partiamo dalle vette più alte, incontreremo ghiacciai e neve, ma non solo. Secondo il Dizionario di glaciologia e nivologia a cura del Servizio Glaciologico Lombardo, “I ghiacciai sono masse di ghiaccio formatesi sulla terraferma per metamorfismo della neve e per azione della gravità, sono in genere dotati di movimento e sono in equilibrio dinamico con il clima locale e globale (ovvero al modificarsi del clima, con un certo tempo di ritardo, variano le loro caratteristiche geometriche e dimensionali e viceversa, variazioni glaciali possono influenzare il clima in una regione).”
Non si tratta quindi di un semplice blocco di ghiaccio che scivola lungo un pendio, ma è qualcosa di molto più complesso. La trasformazione graduale della neve e la sua cristallizzazione in ghiaccio compatto avvengono a causa della pressione della massa nevosa che si trova al di sopra e dell’alternanza tra parziale disgelo e rigelo. Si articola tipicamente in una zona di accumulo (dove la neve si deposita) e una zona di ablazione (dove il ghiaccio fonde o sublima). Nei cosiddetti ghiacciai neri quest’ultima è completamente ricoperta da detriti, che lo proteggono dalla radiazione solare, ma al tempo stesso rendono estremamente difficile individuare la lingua glaciale. Esistono anche i ghiacciai ipogei, che si formano in grotta o perché precipitazioni e valanghe portano neve in cavità con ingresso a pozzo, o perché l’acqua di percolazione rigela.
I nevai sono superfici nevose che possiamo trovare sui ghiacciai o direttamente sul terreno – in alcuni casi possono essere piccoli accumuli di ghiaccio e neve di dimensioni troppo ridotte per essere definiti ghiacciai.
Vi è anche un terzo caso, spesso dimenticato, di acqua solida, ovvero il permafrost: si tratta di terreno perennemente congelato, che rimane al di sotto della temperatura di 0 °C per più di due anni consecutivi, diffuso nelle pareti rocciose e nei versanti d’alta quota. È una delle forme di acqua più “invisibili” della montagna, ma anche una delle più importanti per la stabilità dei pendii: la sua degradazione, sempre più frequente con il riscaldamento climatico, è responsabile di un numero crescente di crolli rocciosi.
L’acqua che torna a scorrere nascosta
Una parte considerevole della neve e del ghiaccio che fonde, insieme alla pioggia che penetra nel terreno, scompare ai nostri occhi infiltrandosi nel sottosuolo. Così facendo, alimenta un complesso sistema sotterraneo prima di riemergere in superficie. L’acqua, infatti, imbeve il sottosuolo saturandone i vuoti, percola, scorre, si accumula in fratture, condotti e cavità (sotto i quali sono presenti strati di rocce impermeabili che non le consentono di scendere ancora di più in profondità), formando le falde acquifere, riserve sotterranee che possono restare nascoste per anni prima di affiorare. I punti in cui questo avviene sono le sorgenti, che possono essere perenni o stagionali, fredde o, più raramente, termali.
L’acqua in movimento
Scendendo di quota, l’acqua di fusione e quella proveniente da sorgenti e precipitazioni si organizzano in reticoli idrografici via via più ampi. Da ruscelli e torrenti, spesso con spettacolari cascate, a volte attraverso forre e gole, si arriva ai fiumi; il tipo di alimentazione dei torrenti, in ogni caso, incide fortemente sull’andamento stagionale e sulla composizione chimica delle acque.
I corsi d’acqua alimentati da piogge, come forse sarà intuitivo immaginare, hanno portate di piena in concomitanza con i periodi di massima piovosità e di magra durante le stagioni secche. Il loro andamento stagionale risente delle condizioni climatiche generali in cui risiede il bacino idrografico.
Se l’alimentazione è di tipo glaciale le portate di piena si registrano nei mesi estivi, quelle di magra nel periodo invernale. Se invece è legata alla neve le portate di piena sono anticipate alla primavera e decrescono con l’avanzare della stagione calda a causa della diminuzione della copertura nevosa sul territorio.
L’acqua (relativamente) ferma
I laghi possono essere alimentati da sorgenti, corsi d’acqua, ghiacciai o precipitazioni, e l’acqua può defluire tramite un emissario o per evaporazione. Sembrano fermi, ma non lo sono: immissari ed emissari (anche sotterranei) generano correnti, possono formarsi dei gorghi, oppure onde create dal vento. Vi sono poi le sesse, vere e proprie oscillazioni dell’intera massa d’acqua (non sono maree). Ne esistono di diverse tipologie, ne evidenziamo solo alcune.
I più semplici da distinguere sono quelli artificiali: vengono creati dall’uomo per uno scopo specifico, come la produzione di energia elettrica, grazie alla costruzione di dighe che bloccano un corso d’acqua. Quelli da sbarramento seguono un principio simile, ma sono naturali: di solito si sono formati dopo una grande frana. Quelli vulcanici si formano al centro di “montagne particolari”, nel cratere. I laghi di ghiacciaio hanno dimensioni limitate e sono legati al raccogliersi di acqua di fusione in depressioni superficiali o in tasche interne di un ghiacciaio. Di laghi glaciali, anche detti di escavazione glaciale, esistono molti sottotipi. Citiamo quelli di circo, molto comuni in alta montagna (nel solo sistema alpino ce ne sono 2500), si formano in conche scavate dall’erosione glaciale, spesso incastonati tra pareti rocciose a quote elevate.
Parlando, invece, di acqua stagnante, non si può non pensare a paludi e torbiere.
Dalla neve che cade silenziosa sulle vette al vapore che si condensa in una goccia di rugiada su un filo d’erba, l’acqua di montagna attraversa un ciclo continuo di trasformazioni: si solidifica in ghiacciai e permafrost, si nasconde nelle falde sotterranee, riemerge in sorgenti e cascate, si raccoglie in laghi e torbiere, per poi tornare in atmosfera attraverso l’evaporazione e ricominciare il viaggio. Comprendere tutte queste forme non è solo un esercizio descrittivo: è anche la chiave per capire perché le montagne siano così sensibili ai cambiamenti climatici, e perché la salute di questi ambienti d’alta quota condizioni direttamente la disponibilità d’acqua per i territori situati molto più in basso.