
A 33 anni e dopo una lunga carriera nel circuito internazionale di gare di arrampicata, Stefano Ghisolfi ha deciso che è tempo di fissare nuove priorità. Dopo aver vinto molto, tra cui la Coppa del Mondo Lead 2021, l’atleta torinese di nascita e trentino di adozione, ha scelto di voltare pagina e di dedicare ogni sua energia alla roccia.
Lo abbiamo intervistato per scoprire i dettagli di questo nuovo capitolo della sua vita e i prossimi obiettivi e per approfondire il suo approccio mentale alle scalate e i segreti della sua longevità sportiva.
Sui tuoi social hai pubblicato una foto che ti ritrae con un dito sanguinante, ma sorridente dopo essere riuscito a completare la tua dodicesima salita 9b con Ratstaman Vibrations a Céüse. Che tipo di soddisfazione si prova ogni volta che si raggiungono traguardi del genere? C’è ancora lo stesso stupore della prima volta?
Ogni via mi regala qualcosa di diverso e imparo a conoscere qualcosa di nuovo su me stesso. Mi stupisco sempre di quanto l’arrampicata sia diversa ogni volta. Anche dopo vent’anni di scalata ho sempre qualcosa da imparare, qualche piccolo dettaglio che posso migliorare, qualcosa a cui non avevo mai pensato. Questa volta la soddisfazione di aver salito la via si è unita al fatto di averla fatta relativamente veloce, con una strategia che si è dimostrata vincente.
In carriera hai alternato gare indoor e outdoor. Hai vinto la Coppa del Mondo lead nel 2021 e, al tempo stesso, hai firmato alcune tra le scalate più difficili al mondo. Che differenza c’è tra questi due aspetti della tua disciplina?
La differenza principale è che nelle competizioni si gareggia contro gli altri, mentre sulla roccia la sfida è con sé stessi. I fattori che contribuiscono a un successo o a un fallimento sono sia interni che esterni, ma non puoi controllare quello che fanno gli altri e, quindi, puoi vincere una gara pur non essendo il più forte oppure non vincere nonostante tu sia nella miglior forma della vita. Sulla roccia si cerca di combattere un avversario immaginario che è la via, ma la vera sfida è cercare di migliorare sé stessi per essere migliori e più forti nei tentativi successivi.
A livello mentale come cambia la preparazione per affrontare una prova su roccia e una indoor?
Le gare hanno date prestabilite, quindi bisogna essere preparati per un giorno specifico e arrivare in forma nel momento giusto, da questo punto di vista penso sia più difficile. Su roccia il periodo è un po’ più flessibile, ma proprio perché non c’è una data scelta bisogna porsi da soli gli obiettivi e la cosa più difficile è continuare a perseverare anche quando la motivazione scende. Il processo è più lungo e mentalmente più estenuante a volte.
Di recente hai dichiarato che adesso farai quasi esclusivamente scalata su roccia, allontanandoti dal circuito fisso delle gare internazionali. Come mai questa scelta in questo momento della tua carriera?
È arrivato il momento di dedicarmi alla roccia al 100%. Dopo anni di gare preferisco investire le mie energie e il mio tempo nella cosa che mi piace di più, sfidando me stesso e non altri avversari. Penso che potrei essere ancora competitivo nelle gare e raggiungere la finale della Coppa del Mondo anche adesso, ma non mi darebbe la stessa soddisfazione che scalare una via di 9b o un blocco di 8C. Ho ancora tanto da fare su roccia, mentre le gare dopo tanti anni non hanno più niente da darmi.
Hai il rammarico di non essere riuscito a prendere parte ai Giochi Olimpici proprio negli anni in cui l’arrampicata faceva il suo storico debutto nel programma?
Questa è l’unica cosa che mi è mancata e che potrebbe darmi ancora emozioni anche in gara. Purtroppo non sono riuscito a qualificarmi negli anni della combinata e, ora che anche la lead ha una medaglia come disciplina singola, penso che sia troppo tardi. Potrei ancora provarci, ma ho paura di buttare via tempo e perdere altre occasioni di scalare fuori, che è quello che mi rende felice.
Sei cresciuto a Torino, ma ti sei poi trasferito ad Arco e sei diventato un vero ambasciatore del Trentino. Che rapporto hai con questo territorio che ti ha adottato?
Il Trentino è diventata casa velocemente. Mi sono trasferito dieci anni fa e mi sono innamorato subito del lago e delle falesie, ma soprattutto dello stile di vita più lento. Dopo qualche anno sono diventato anche Ambassador del Trentino, ma la cosa è venuta molto naturalmente, raccontando sui social della mia vita qui.
Nella vita di tutti i giorni cosa riesce a farti sentire la stessa adrenalina di quando scali?
I videogiochi. Sembra una risposta banale ma è un hobby che si sposa bene con il mio lavoro di scalatore professionista. C’è chi lavora tutto il giorno al computer e si sfoga la sera facendo sport, io sono all’aperto a fare sport come lavoro tutto il giorno e la sera mi rilasso e provo anche la stessa adrenalina giocando, sia da solo che con amici.
Nel climbing di oggi vediamo giovanissimi astri nascenti. Tu hai 33 anni e stai vivendo una grande stagione outdoor. Qual è il segreto della tua longevità atletica?
Il segreto è stato proprio il mix tra gare e roccia. Se avessi fatto solo gare la mia carriera si sarebbe interrotta molto prima, aggiungendo roccia e divertimento posso continuare ancora per anni. Il segreto è che mi piace quello che faccio, mi diverto ad allenarmi, a scalare e a provare a trovare i miei limiti e posso farlo senza stancarmi mai.
Adesso che il tuo focus è interamente rivolto alla roccia, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
L’obiettivo principale sarà Silence, il primo 9c del mondo liberato da Adam Ondra e ancora senza ripetizioni. Ad agosto e settembre andrò in Norvegia con questo scopo.