
Il sogno del K7 comincia a prendere forma. Dopo una prima fase di acclimatamento sul vicino Sulu Peak, Matteo Della Bordella, Mirco Grasso, Giacomo Mauri e Luca Ducoli hanno messo le mani, e i ramponi, sulla parete est del K7 Main (6934 m), una montagna imponente e poco battuta del Karakorum pakistano. Nello stesso tempo lo statunitense Colin Haley, arrivato nella valle di Charakusa in sordina e senza fare troppo clamore per un tentativo solitario sul K7, ha annunciato il rientro anticipato a causa di un problema alla schiena. Due storie molto diverse che raccontano la stessa realtà delle grandi montagne del Karakorum: da una parte l’entusiasmo di una linea ancora tutta da scoprire, dall’altra la necessità di riconoscere i propri limiti e fermarsi quando il corpo lo impone.
Della Bordella e compagni attendono fino a 6000 metri
In una prima rotazione il quartetto italiano ha raggiunto quota 6000 metri lungo la linea immaginata per tentare una nuova via. Poi sono rientrati al campo base, a causa di un previsto peggioramento della meteo.
Qualche giorno dopo, con il ritorno del sereno, sono ripartiti per la parete. “Sapevamo che avremmo avuto solo un paio di giorni” ha scritto Della Bordella. “La finestra era breve e lo sapevamo, ma la voglia di tornare in parete, conoscere un po’ di più questo K7, salire un po’ più in alto era tanta. Così, nei giorni scorsi siamo arrivati a quota 6150 metri sulla est del K7 e dopo qualche ora di fatiche abbiamo allestito un paio di ripiani orizzontali dove passare la notte”.
La notte però è stata travagliata e, “il maltempo ci ha colto di sopresa” spiega Della Bordella. “È arrivato con un giorno di anticipo rispetto al previsto e siamo stati costretti a una ritirata di fortuna sotto neve copiosa e spindrift, simile a un naufragio”.
“Il K7 ci ha fatto sentire tutta la sua potenza. Noi stiamo bene, il morale è alto e non perdiamo la fiducia di poter fare un buon tentativo. In fondo ogni grande scalata necessita di pazienza e di saper cogliere il momento”.
L’obiettivo della spedizione rimane estremamente ambizioso. La linea scelta attraversa infatti un settore ancora inesplorato della montagna. “Si tratta di una linea totalmente nuova: nessuna traccia di passaggi precedenti, nessuno ci ha mai messo le mani sopra. Avventura totale”.
Nel corso di due giorni di scalata gli alpinisti hanno potuto verificare sul terreno le caratteristiche della parete, confermando le impressioni avute durante lo studio delle fotografie. A quota 6000 metri, dove la montagna cambia volto, hanno trovato il primo vero ostacolo della loro avventura: “Abbiamo raggiunto proprio il punto in cui la parete si impenna e ti sbatte in faccia dei muri pazzeschi: verticalissimi e solcati da fessure intasate di ghiaccio”, spiega Della Bordella.
La salita è stata anche un importante banco di prova per il gruppo, composto da quattro alpinisti che, pur provenendo da esperienze differenti, stanno affrontando insieme una delle sfide più interessanti della stagione estiva in Karakorum. “La sintonia tra di noi è stata perfetta”, sottolinea il Ragno di Lecco che al momento si trova, insieme ai compagni, al campo base in attesa di una nuova finestra.
Il bel tempo dovrebbe tornare, probabilmente, dal 22 giugno. Dopo questa data probabilmente i quattro torneranno in parete con la speranza che possa essere il tentativo decisivo. “Il sogno di questo K7 è gigante”, conclude Della Bordella. “Ma lo stiamo toccando con le nostre mani”.
Il mal di schiena ferma Colin Haley
Non tutti i protagonisti della stagione stanno però vivendo il Karakorum come speravano. Nelle stesse settimane in cui Della Bordella e compagni attendono la finestra propizia per il tentativo decisivo, l’alpinista statunitense Colin Haley, anche lui impegnato sul K7 ma in un tentativo solitario, ha annunciato la fine anticipata della propria spedizione.
Arrivato nella valle di Charakusa direttamente dal Nepal, forte dell’acclimatamento accumulato durante oltre due mesi trascorsi in Himalaya, Haley aveva deciso di prolungare la stagione e tentare nuovi obiettivi in Karakorum. Il progetto si è però concluso prematuramente a causa di un problema fisico alla schiena.
Dopo alcuni giorni trascorsi a spalare la neve caduta sul campo base e diversi trasporti con zaini particolarmente pesanti, l’alpinista ha iniziato ad avvertire forti dolori. La situazione è peggiorata durante un bivacco solitario in parete sul K7, quando la schiena si è improvvisamente bloccata. “Rientrare da solo al campo base con la schiena paralizzata e uno zaino da 20 chili non è stato particolarmente divertente”, ha raccontato.
Nonostante un miglioramento nei giorni successivi, Haley ha deciso di rinunciare. “Sono probabilmente l’alpinista più motivato che conosco, perché amo profondamente questo modo di vivere la montagna. Ma quando non sto bene fisicamente, il piacere scompare. Per me l’alpinismo non è mai stato sofferenza fine a sé stessa e, se non mi sto divertendo, la motivazione svanisce”.
Lo statunitense riconosce di aver probabilmente chiesto troppo al proprio corpo dopo un anno vissuto senza soste, tra spedizioni e l’impegnativa ristrutturazione della propria casa. Una stagione che gli ha comunque regalato alcune delle salite più importanti della carriera, tra cui la solitaria invernale del Cerro Torre, la solitaria invernale dello Standhardt e una nuova via sul Langshisa Ri Middle. “Ripensandoci – racconta –, la scelta giusta sarebbe stata tornare a casa dopo il Nepal. Ma non puoi saperlo se non ci provi”, ha scritto. Adesso per Haley sarà tempo di recupero e fisioterapia, con l’obiettivo di tornare ad arrampicare e, appena possibile, a “giocare” di nuovo tra le montagne.
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