Solstizio d’estate: 3 “Stonehenge” da scoprire in Italia
Non serve volare in Inghilterra per celebrare il solstizio d’estate tra i megaliti di Stonehenge: anche l'Italia ha i suoi giganti di pietra.
Il 21 giugno la Terra dà il benvenuto al giorno più lungo dell’anno: è il solstizio d’estate, un momento che da millenni l’umanità celebra come il trionfo della luce sulle tenebre. Quando pensiamo a questo evento, la mente vola subito a Stonehenge, tra i monumenti preistorici più famosi al mondo. Situato nella piana di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, questo luogo è un capolavoro dell’ingegneria preistorica: un cerchio di enormi pietre verticali (i megaliti) sormontate da pesanti architravi, realizzato nel tardo Neolitico, cui si aggiunsero poi, nella prima Età del Bronzo, numerosi tumuli funerari a popolare l’intera area circostante. Un luogo dalla storia millenaria che ancora oggi resta avvolto nel mistero.
Qual era la sua vera funzione? Un calendario solare, un tempio sacro o un luogo di sepoltura? Tra gli enigmi più affascinanti, che la ricerca scientifica sta da tempo indagando, vi è quello legato al trasporto di queste pietre ciclopiche. Si ipotizza infatti che alcune di esse, come la celebre “Pietra dell’Altare”, abbiano affrontato un viaggio sbalorditivo di oltre 700 chilometri dalla Scozia. Accanto al mistero, a Stonehenge è di casa la magia: ogni anno, durante il solstizio d’estate, il sole nascente si allinea perfettamente con l’asse centrale del monumento regalando un gioco di luci che attira circa 20.000 persone.
Ma bisogna proprio arrivare fino al Regno Unito per celebrare il solstizio? Questa data può essere invece l’occasione perfetta per scoprire che anche l’Italia ha i suoi siti “Stonehenge”, e non sono pochi. A chi preferisce evitare le grandi folle, presentiamo tre complessi megalitici da riscoprire nei confini nazionali.
Pranu Muttedu, la Stonehenge della Sardegna
Tra le colline del Gerrei, a Goni, nella Sardegna del Sud, si estende uno dei più suggestivi complessi monumentali preistorici dell’isola. Stiamo parlando del Parco Archeologico di Pranu Muttedu, un’area protetta di circa 200.000 metri quadrati, fittamente ricoperta da querce secolari e macchia mediterranea, che custodisce un patrimonio eccezionale dell’antichità. Gli scavi archeologici avviati nell’area negli anni Ottanta hanno riportato alla luce numerosi manufatti legati alle comunità di cultura “Ozieri”, la più importante cultura preistorica della Sardegna, risalente al Neolitico recente, composta da agricoltori e allevatori stanziali abili nel lavorare pietre e metalli.
Il sito custodisce un’alta concentrazione di menhir, la più elevata che si conosca in Sardegna: circa sessanta monoliti, variamente distribuiti in coppie, allineamenti o gruppi, che affiancano le numerose tombe. Questa monumentale architettura fa pensare a un utilizzo del sito strettamente legato a riti sepolcrali e religiosi, connessi al profondo culto degli antenati.
Necropoli di Fossa, la piccola Stonehenge d’Abruzzo
Sorta nel IX secolo a.C. lungo il fiume Aterno e utilizzata per circa mille anni dalla civiltà dei Vestini (fino al I secolo a.C.), la Necropoli di Fossa (AQ) è il sito protostorico più importante della regione Abruzzo ed è riconosciuta come la città dei morti più estesa dell’Italia centro-meridionale. Nell’area riportata alla luce dagli scavi avviati nel 1992, sono custodite oltre 600 sepolture che mostrano l’evoluzione dei riti funerari, dai grandi tumuli della prima Età del Ferro fino alle monumentali tombe a camera di età romano-ellenistica, in cui sono stati ritrovati artistici letti funebri decorati con ossi intagliati e strumenti da gioco. La più celebre è la numero 520, che presenta intagliate nel letto funebre immagini di Dioniso, Ercole e le Menadi.
L’unicità del sito risiede in particolare nei tumuli maschili della prima fase: straordinari allineamenti in linea retta da 6 a 8 pietre fitte conficcate verticalmente in altezza decrescente, il cui significato astronomico o rituale resta ancora oggi avvolto dal mistero.
Argimusco, la Stonehenge siciliana
A pochi chilometri dal borgo di Montalbano Elicona (ME), all’interno della Riserva Orientata del Bosco di Malabotta, si estende un vasto altopiano avvolto da millenni di mistero. Argimusco si caratterizza per la presenza di numerosi megaliti, grandi formazioni rocciose che mostrano connotazioni antropomorfe e zoomorfe. Ne sono esempi l’Aquila (il cui becco punta verso l’Etna), l’Orante, il Leone, il Cigno e il Corvo. Proprio per questa sua natura, c’è chi preferisce accostare l’Argimusco non tanto a Stonehenge quanto alla suggestiva Marcahuasi, altopiano delle Ande peruviane celebre in tutto il mondo per le sue monumentali forme zoomorfe.
Attorno al sito sono sorte numerose teorie. Se da una parte la scienza ufficiale attribuisce queste incredibili forme all’azione millenaria degli agenti atmosferici e dell’erosione eolica, dall’altra non sono mai mancate ipotesi suggestive che vedono nelle rocce dei grandi menhir, trasportati e lavorati dall’uomo in epoca preistorica. Quel che è certo è che questo sito di particolare bellezza sia stato scelto come luogo sacro per svolgere riti legati alle divinità della Terra e del Cielo. Secondo alcuni studiosi, infatti, la distribuzione delle grandi rocce riprodurrebbe le dieci costellazioni visibili al tramonto estivo. L’Argimusco agirebbe in tal senso come uno “specchio delle stelle”.










