
C’è un anno che ha cambiato per sempre la storia di Tamara Lunger che è il 2021. L’alpinista altoatesina, che a soli 23 anni è stata la donna più giovane a raggiungere la vetta del Lhotse (8.516 m) e che a 27 anni è riuscita a scalare il K2, ne stava affrontando il durissimo tentativo invernale. Quella spedizione, però, è stata segnata dalla tragedia della morte di cinque degli alpinisti che erano con lei, tra cui il suo compagno Juan Pablo “JP” Mohr. Da quell’episodio Lunger uscirà diversa, con una nuova visione della vita e un rapporto con la montagna non più inteso solo come sfida e agonismo, ma molto più finalizzato al contatto con la natura e al rispetto del mondo che ci circonda. Questo percorso di dolore, paura e rinascita è raccontato nel libro “Una donna che cammina con il vento”, pubblicato ad aprile e edito da Rizzoli. Un lavoro in cui Lunger si mostra senza filtri e racconta con coraggio la donna che è oggi, al di là delle scalate.
Ad aprile è uscito il tuo libro “Una donna che cammina con il vento” in cui racconti uno dei momenti più difficili della tua vita. Come nasce l’idea di scriverne? Quanto tempo fa hai iniziato?
Questa idea l’avevo già da anni, solo che avevo troppa paura di affrontarlo. Mi ero detta che un giorno lo avrei fatto e poi, all’inizio dell’anno scorso, ho proprio sentito che era l’ora, che avevo il coraggio. Io ho sempre scritto, anche durante le spedizioni e anche stavolta, durante il K2 d’inverno, avevo fatto un bellissimo diario molto dettagliato. L’ho proposto a Rizzoli che è stato entusiasta e abbiamo dato il via a questo progetto.
Hai vissuto la scrittura come un modo per esorcizzare i traumi che hai vissuto?
Sì, direi di sì. E poi volevo soprattutto dare un messaggio alla gente: anche se a volte sembra tutto brutto, pieno di tristezza e paura, c’è sempre la possibilità di vedere il positivo, di crescere e di andare avanti per diventare ogni giorno un po’ di più la versione migliore di sé stessi.
Per tre mesi hai smesso di fare scalate e hai deciso di attraversare a piedi la Mongolia. Cosa ti ha spinto a fare questa esperienza così diversa rispetto alle tue spedizioni in alta quota?
Io non ho più fatto una spedizione in alta quota dopo il K2 d’inverno ed è stato molto difficile mettere via questa mia identità perché mi vedevo sempre come quella che andava in montagna. Anche la gente mi conosceva come alpinista e di conseguenza mi sono sentita senza valore, persa, non sapevo più chi ero. Questa avventura era un po’ come far vedere a me, ma anche al mondo, che potevo essere qualsiasi cosa se lo decidevo a modo mio.
Il tuo compagno di viaggio è stato il cammello Tùje. Perché lo hai portato con te? Che rapporto avete instaurato?
Sono una persona che vuole sempre uscire dalla comfort zone e quindi ho deciso di fare questo viaggio con un animale che non avevo mai visto prima e del quale non sapevo praticamente nulla. Chi pensa che un 8000 è difficile allora non è mai stato con un cammello in Mongolia! Lui mi ha accompagnato per 1500 chilometri, poi l’ho lasciato perché non poteva più reggere questi ritmi: l’ho fatto portare in un piccolo deserto nel Mini Gobi dove c’erano altri cammelli e sapevo che si poteva riprendere bene. Poi ci siamo incontrati di nuovo durante il mio percorso ed è stato molto emozionante. Non scorderò mai questo animale perché è entrato nel mio cuore.
Hai vissuto per mesi concentrandoti sull’essenziale. Possiamo dire che questo stile di vita più semplice insieme al contatto con la natura ti ha aiutato a curare il tuo dolore?
Sì, anche perché a me non è mancato proprio niente, io amo questo stile di vita. Per me era importante avere un po’ di cibo e sapere che il cammello stesse bene. Solo questo. È stato difficile perché ero triste e arrabbiata, ma se adesso guardo indietro capisco che era questa l’essenza di questo viaggio: l’intensità. Ho vissuto tutto profondamente e mi sono portata a casa tantissimo anche dalle situazioni più dure.
Quando sei tornata come è cambiato il tuo rapporto con la montagna?
Non ho mai smesso di andare in montagna. Da dopo il K2, però, ho sentito che qualcosa si era rotto e che non sarebbe più stato uguale. Prima volevo essere ogni minuto in montagna e scalare per me era tutto, adesso posso anche essere felice su un prato. Prima sarebbe stato troppo poco, mentre adesso posso apprezzarlo e godere anche di esperienze diverse. Ora il mio obiettivo è provare a sentirmi costantemente parte della natura: a volte, con tutto quello che ci richiede la vita, dimentichiamo questa cosa e invece io non voglio più perdere questa connessione perché mi fa stare bene.
Hai dimostrato che rinunciare a una vetta a volte richiede più coraggio che raggiungerne una e che fermarsi non è sempre una sconfitta.
Non è facile, soprattutto quando sei parte di un team, però per me la regola numero uno è sempre stata quella di ascoltare il mio intuito e così ho fatto. Ovviamente non so cosa sarebbe successo se fossi andata, però di sicuro sarebbe stata molto dura lassù e non so cosa avrei fatto, ma adesso penso che il successo non sarà mai così importante come la vita. Questo intuito è una dote che metto in tutte le mie decisioni, è il mio alleato più grande e non scendo più a compromessi. Da quando ho cominciato a scegliere me, ho una vita molto più serena. Nonostante tutto quello che è successo e nonostante la perdita di JP e di questo amore, sono grata alla vita. All’inizio mi sono chiesta perché dovessi soffrire così tanto, che senso aveva avuto conoscerci e innamorarci, ma adesso ho la risposta: perché altrimenti non avrei mai avuto il coraggio di fermarmi. C’è voluta l’intensità brutale di questo evento per farmi tirare il freno a mano e per farmi riscoprire chi sono davvero al di là della montagna.
Chi legge questo libro scopre una Tamara diversa rispetto a quella degli esordi. Qual è la differenza più grande tra la donna che sognava gli Ottomila e la donna che sei oggi?
Mi sento bene come mai prima e sto andando per la mia strada e non per la strada che sceglie qualcun altro per me. Negli ultimi anni non era stato così. Pensavo: “Devo ricominciare a allenarmi perché la gente si aspetta che io vada in montagna”. Poi ho preso consapevolezza e ho detto: “Ma per chi lo fai, per te o per gli altri?” e mi sono data la risposta. Avevo paura di non contare più niente perché avevo bisogno del riconoscimento che veniva da fuori. Avevo notti insonni e volevo scappare dall’Italia, andare dove nessuno mi conosceva per fare una vita semplice. Poi, però, mi sono detta che sarebbe stato un comportamento da fifona e quindi mi sono data delle regole. La prima era essere onesta con me e con gli altri, senza paura del giudizio o di perdere gli sponsor o gli amici. Quando l’ho cominciato a fare ho visto che non sentivo più questo peso sulle mie spalle e ho capito che l’unica cosa giusta era cercare la mia felicità, solo la mia.