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Una ferita sull’Adamello: in cenere la storica Capanna Lagoscuro

Un incendio, probabilmente causato da un fulmine, distrugge la struttura storica a 3.100 metri di quota. Una perdita che suona come un lutto collettivo per l'alta Valcamonica.

In un periodo in cui si discute animatamente della snaturazione dei bivacchi d’alta quota, ridotti talvolta a mete ludiche lontane dalla funzione originaria di luogo di emergenza e di appoggio, arriva dalle Alpi una notizia in grado di aprire una ferita nel cuore dei veri appassionati di montagna, per i quali gli storici presidi incastonati tra le vette si arricchiscono di simbolismo, diventando quasi familiari, al punto che perderli equivale a un lutto. Nel gruppo dell’Adamello un incendio ha completamente distrutto la Capanna Lagoscuro, posizionata a oltre 3.100 metri nei pressi dell’omonima cima.

Le fiamme, visibili in serata dall’alta Valcamonica, hanno divorato un tempio della memoria alpina. Un sorvolo ha consentito di escludere la presenza di persone al momento del rogo, al termine di una giornata di maltempo, che fa propendere per l’ipotesi di un fulmine.

Giovanni Faustinelli, custode della memoria della Guerra Bianca

La Capanna Lagoscuro non era una struttura qualunque, era uno scrigno di memorie della Grande Guerra. La storia della struttura, cui si accedeva dal Ghiacciaio Presena attraverso la ferrata Sentiero dei Fiori, si intreccia a quella di una figura mitica dell’alpinismo bresciano: Giovanni Faustinelli.

Nato nel 1908 a Pezzo, piccola frazione di Ponte di Legno (BS), si dedicò inizialmente alla pratica comune di ricavare metalli dalla vendita di residui bellici della Grande Guerra, scoprendo nelle sue ascese una passione per l’alpinismo, che lo portò a diventare guida alpina, oltre che maestro di sci. Tra le tante avventure vissute in Adamello, si annovera la solitaria dello spigolo nord dell’Adamello, realizzata nel nel tempo record di 3 ore e 40 minuti, e il concatenamento delle tre grandi pareti nord di Presanella, Busazza e Adamello.

A partire da fine anni Cinquanta, Faustinelli iniziò il rifacimento di una vecchia baracca militare della Grande Guerra, situata a oltre 3.000 metri, che utilizzò per decenni come punto di appoggio per la sua missione di restauro e riapertura di antichi camminamenti degli Alpini. Nel settembre del 1970, durante l’opera di sgombero di una galleria, un residuato bellico esplose troncandogli di netto la gamba sinistra. Soccorso miracolosamente, l’anno seguente tornò carico di testardaggine in quota per continuare la sua missione di recupero delle memorie e di pulizia della montagna, proseguita fin quasi alla morte, avvenuta nel 1991.

L’Associazione Amici della Capanna di Lagoscuro si è fatta carico di gestire su base volontaria la struttura, proseguendo in tal modo l’impegno culturale di Faustinelli: preservare, manutenere e condividere il patrimonio della Guerra Bianca

Capanna Faustinelli avvolta dalle fiamme, una ferita per il territorio

La drammaticità del rogo è stata registrata con strazio dai gestori del Rifugio Garibaldi all’Adamello, situato a 2.550 m di quota, ai piedi della parete nord dell’Adamello. Di seguito il video che mostra in diretta la Capanna avvolta dal fuoco.

Le immagini rimbalzate sui social, di quelle fiamme nel blu della notte, lontane ma in grado di ferire a distanza gli animi, hanno portato a una reazione collettiva di smarrimento da parte degli affezionati. Un senso di lutto, racchiuso nell’addio commosso di Fabio Sandrini, alpinista e socio dell’Associazione Amici di Cima Lagoscuro, le cui parole accompagnano un carosello di immagini della Capanna, che oggi rappresentano preziosi ricordi:

“Se ne va un pezzo di storia del nostro paese… addio Capanna Lagoscuro […]. Ricorderò per sempre le notti trascorse a dormire in questo posto magico sopra le nuvole, sentendomi come isolato dal mondo intero, ricorderò le ore di lavoro trascorse in quel posto magico a offrire the e caffè ai visitatori alpinisti ed escursionisti, nonchè a vendere cartoline con il mitico ed inimitabile timbro e cucinare gli spaghetti che a questa quota, anche se scotti, avevano un sapore unico.”

“Mi sento, come immagino ciascuno di noi dalignesi – conclude Sandrini perso e smarrito, un po’ come se avessi perso una persona cara.

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