
Dalle Alpi giunge una notizia che conferma quanto delicata e complessa sia la convivenza tra uomo e fauna selvatica. Per la prima volta sul territorio italiano, una lince europea (Lynx lynx) è rimasta uccisa a causa di un investimento stradale.
L’incidente è avvenuto sull’autostrada A23, all’altezza di Raccolana, nel comune di Chiusaforte (Udine). La vittima era una giovane femmina di un anno, nata nel 2025 nel Parco Nazionale del Tricorno, in Slovenia, e mai censita prima in Friuli-Venezia Giulia. Un esemplare in ottime condizioni di salute che si trovava in una fase di “dispersione”, alla ricerca ovvero di un nuovo territorio da colonizzare. La perdita di una giovane femmina è un duro colpo: in una specie a densità così ridotta, ogni individuo idoneo alla riproduzione è fondamentale per il futuro della popolazione alpina.
Tuttavia, il Progetto Lince Italia (PLI) invita a cogliere un segnale positivo in questo lutto. L’evento dimostra empiricamente che il più grande felino europeo — scomparso storicamente dal nostro Paese a causa della persecuzione umana nella prima metà del Novecento — si sta espandendo timidamente nel settore orientale delle Alpi, muovendosi verso occidente.
Progetto Lince Italia: “un momento agrodolce”
Subito dopo l’impatto, i Carabinieri hanno recuperato la carcassa e l’hanno consegnata agli esperti dell’Università degli Studi di Udine per effettuare analisi e cercare di ricostruire la storia dell’esemplare.
Sulla vicenda è intervenuto il Progetto Lince Italia (PLI), associazione senza scopo di lucro con sede all’Università di Torino e base operativa a Tarvisio, da decenni impegnata nel monitoraggio e nella tutela del felino. La loro reazione ufficiale fotografa perfettamente la complessità dell’evento, definito un “momento agrodolce per la conservazione della lince”.
Se da un lato, spiegano gli operatori, “le Alpi Giulie e Carniche rappresentano l’area di espansione nord-occidentale della popolazione dinarica e delle Alpi sud-orientali verso occidente” – pertanto ogni lince in movimento è di estrema importanza, soprattutto se si tratta di femmine – il dramma stradale porta con sé una fondamentale conferma scientifica: “La presenza di questa giovane femmina in una nuova area dimostra che le linci si stanno disperdendo, esplorando nuovi territori e contribuendo all’espansione della popolazione oltre l’areale attualmente occupato”.
Dal PLI ricordano che “il successo nella conservazione raramente è un percorso lineare” e che, pur nel dolore della perdita, resta un forte messaggio di speranza per il futuro dell’arco alpino: “Ci viene ricordato che la popolazione si sta lentamente riprendendo e sta riconquistando parte del suo antico habitat. Ogni perdita è importante. E ogni segno di espansione dà speranza“.
Lo stato della lince in Italia e i progetti LIFE Lynx e ULyCA
Quella della lince europea è la storia di un ritorno, lento e supportato dall’uomo, che è stato principale causa – in maniera diretta e indiretta – di quel declino che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha portato la specie a raggiungere il suo minimo storico nel vecchio Continente. Nella parte occidentale d’Europa la lince arrivò all’estinzione, nella parte orientale gli esemplari superstiti si ritirarono a ridosso dei Carpazi e dei Balcani.
Come raccontatoci dalla Direttrice f.f. del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Sonia Calderola, a differenza di altri grandi carnivori come il lupo, la lince non possiede una forte capacità di riconquista spontanea del territorio, per questo il suo ritorno è stato supportato attivamente, a partire dal secondo Dopoguerra.
La svolta per il ritorno del felino è arrivata a partire dagli anni ’70, grazie a nuove leggi di tutela, al ritorno delle sue prede naturali e a una serie di storici programmi di reintroduzione lungo l’arco alpino. I successi pionieristici della Svizzera e della Slovenia hanno fatto da apripista: da lì, nei primi anni ’80, i primi esemplari in dispersione hanno iniziato a varcare i confini italiani, regalando le prime frammentarie segnalazioni in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto (seguendo le direttrici del Carso e delle Prealpi Giulie), oltre che in Trentino, Piemonte e Valle d’Aosta.
Tuttavia, questa iniziale ondata di ottimismo ha subito una battuta d’arresto, in particolare nel settore orientale, causata da problematiche di consanguineità. Per scongiurare l’estinzione del felino nelle Alpi sud-orientali, nel 2013 è nato il progetto italiano ULyCA1 (Urgent Lynx Conservation Action). Condotto dal Corpo Forestale dello Stato e dal Progetto Lince Italia, ha visto il rilascio di due esemplari svizzeri nella Foresta di Tarvisio, registrando un immediato effetto positivo con nuove nascite documentate.
Per consolidare questo successo è poi decollato il più ampio progetto internazionale LIFE Lynx, volto a connettere la popolazione dinarica con quella alpina: sotto questa egida, nel 2021 sono state liberate cinque linci rumene e slovacche nelle Alpi Giulie slovene.
L’anello di congiunzione finale è arrivato nel 2023 con il progetto ULyCA2 (realizzato da Carabinieri Forestali, Progetto Lince Italia e Regione FVG e integrato nel LIFE Lynx). Questa azione ha permesso il rilascio di altre cinque linci nelle Alpi Giulie italiane: l’arrivo di esemplari dal Giura svizzero, dai Carpazi rumeni e dai Monti Dinarici croati ha garantito quell’alta variabilità genetica fondamentale per assicurare un futuro alla specie.
La giovane lince di Chiusaforte è la prova che questi sforzi nazionali e internazionali stanno dando frutti concreti: il successo della conservazione non è un percorso lineare, ma ogni piccolo segnale rappresenta un passo avanti importante.