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Il bivacco non è un punto di arrivo per fare festa: lo sfogo di Simone Alessandrini

Dopo il video-denuncia in discesa dallo Zilioli con un carico di immondizia, il fondatore di Rifugi d’Italia ricorda che i bivacchi nascono come punti d'appoggio e presidi d'emergenza da rispettare.

“Oggi ho deciso di venire sul monte Vettore, come sempre passo a controllare che al bivacco Zilioli sia tutto a posto e puntualmente trovo immondizia. Inizia con questa amara constatazione il video che Simone Alessandrini, fondatore di Rifugi d’Italia, ha condiviso nei giorni scorsi sui canali social. Un contenuto nato di getto durante la discesa dal noto presidio dei Monti Sibillini – le sue montagne di casa – per accendere i riflettori su un problema che sembra peggiorare di anno in anno, nonostante l’impegno diffuso e crescente nel sensibilizzare chi frequenta le terre alte. Al centro della riflessione c’è il rispetto della montagna, che si compone di natura ma anche di infrastrutture, come i bivacchi.

Nati come punti d’appoggio non gestiti per spezzare lunghe traversate o per affrontare emergenze, i bivacchi sono “tetti” di passaggio. Luoghi in cui non ci sono imprese di pulizie pronte a rassettare quotidianamente, dove il ringraziamento a chi li ha costruiti e si impegna nella loro manutenzione, si esprime con la cura dei piccoli gesti. Una visione che però, oggi, si scontra con una realtà complessa: quella di strutture talvolta usate come B&B gratuiti per nottate tra amici, abbandonati all’indomani in condizioni di sporcizia destinata a restare tale a meno del passaggio di anime pie che si prendano la briga, in forma volontaria – di portare a valle i rifiuti abbandonati.

Il video di Simone fa seguito, a distanza di un mese, a un post volto a ricordare la tradizionale funzione del bivacco, che non nasce come punto di arrivo, in cui veniva anche condivisa la perplessità relativa a una promozione di una nuova figura del bivacco trasmessa attraverso i social. Un post che ha sollevato reazioni discordanti. “Non demonizzo tout court la frequentazione dei bivacchi – precisava Simone in risposta alle accuse di generalizzazione  – ci sono utilizzatori e utilizzatori”. Il vero nodo, insomma, è la carenza di educazione, in assenza della quale questo acceso dibattito non sarebbe mai sorto. In questa intervista, Alessandrini ci esprime le sue riflessioni, perplessità e speranze per un futuro in cui i bivacchi, più in generale la montagna, possano essere vissuti con consapevolezza e rispetto, e non semplicemente “utilizzati”.

Simone, nel video che hai condiviso in discesa dal bivacco Zilioli, hai raccontato di una presenza di immondizia che rappresenta ormai per la struttura una consuetudine. Ti poniamo una domanda che va dritta al punto: il problema è lo Zilioli o l’essere umano?

Prima di realizzare questo video, ho già condiviso nelle scorse settimane un post per affrontare il tema, e sono stato tacciato di elitarismo. La mia personale opinione è che il bivacco non sia un punto di arrivo ma di passaggio, da fruire in maniera corretta. Non si tratta di elitarismo, non sto assolutamente condannando chi si ferma in un bivacco per salire all’indomani in vetta a fare meditazione, scattare foto o preparare un piatto di pasta, sto evidenziando la necessità di una cura dei luoghi, bivacchi ma anche rifugi. Un rifugio non è un ristorante in cui risentirsi se non c’è la bottiglia d’annata. Rifugi d’Italia mi offre la possibilità di entrare in contatto con molti rifugisti e vi assicuro che testimonianze di tal genere non mancano.

Questa inciviltà a cui fai riferimento è figlia dei nostri tempi o c’è sempre stata? Spesso si punta il dito contro i social: sono davvero i colpevoli o amplificano solo il problema?

Parlando nel dettaglio dei Sibillini, le montagne di casa che frequento fin da piccolo, l’inciviltà è sempre stata presente. A mio avviso non è corretto affermare che i social stiano determinando un suo incremento, ciò che aumenta è forse una tendenza all’emulazione. Sottolineando che il bivacco non sia un punto di arrivo non ho voluto accusare influencer e youtuber che realizzano contenuti nei bivacchi – è un modo per raccontare luoghi e c’è chi lo fa in maniera corretta, dando anche un giusto esempio di come vadano fruiti – ma evidenziare che si sta diffondendo l’idea del bivacco come luogo di aggregazione, in cui portare il vino e fare festa. C’è anche chi si chiude dentro, portando un eventuale alpinista, arrivato al bivacco per proseguire all’indomani con una salita o una traversata, a dover dormire fuori.

Pensi che siamo arrivati al punto in cui davvero la soluzione migliore sia chiuderli?

No, a mio avviso non lo è, perché se i bivacchi sono lì, c’è una ragione. Se lo Zilioli è collocato alla base del monte Vettore è perché lì Tito Zilioli non ha potuto trovare riparo nella zona, ed è morto. Io sono stato parte attiva con la sezione del CAI di Ascoli Piceno della ricostruzione post sisma, e la realizzazione di un locale di emergenza accessibile a tutti è stata fortemente voluta, perché quella è la natura del bivacco, un luogo di appoggio per spezzare l’itinerario, e un luogo di emergenza. Io sono un volontario della stazione di Ascoli del Soccorso Alpino e posso dirvi che lo Zilioli si è reso più volte determinante, con persone che sono arrivate al bivacco, si sono rese conto che le condizioni meteo erano cambiate e non potendo muoversi in sicurezza hanno chiamato i soccorsi. Immaginate di dover partire da Ascoli, via terra in quanto le condizioni meteo non permettono di alzarsi in volo con l’elicottero, dover raggiungere Forca di Presta e iniziare a salire verso il bivacco. Dover attendere per ore i soccorsi in condizioni difficili, senza il riparo di un bivacco, equivale a rischio evolutivo di ipotermia.

Hai parlato del locale di emergenza. Accanto a questo, lo Zilioli presenta una sezione a prenotazione, giusto?

Sì, a chi parte con l’intenzione di pernottare allo Zilioli – dunque, non di usufruirne in emergenza – è richiesto di effettuare una prenotazione rivolgendosi alla sezione del CAI di Ascoli Piceno. In questo modo si può accedere alla porzione di bivacco chiusa a chiave, che offre 8 posti letto. A questi 8 posti, si aggiungono i 4 del locale di emergenza. La scelta di una prenotazione – che prevede il ritiro delle chiavi in diversi punti presenti sul territorio, tra cui si può scegliere in funzione dell’itinerario che si vuole intraprendere, es. Foce, Arquata del Tronto, Castelluccio – è stata intrapresa non solo in un’ottica gestionale ma anche come mezzo per stimolare le attività commerciali. Chi va a ritirare la chiave si ferma magari a fare colazione, si prende una birra, entra in contatto col territorio. In questa dinamica si inserisce anche la linea telefonica di emergenza: numeri di emergenza cui si può telefonare qualora ci si trovi in difficoltà al rifugio. Quando mi occupavo delle prenotazioni, per farvi capire, tra quei numeri c’era anche il mio.

Prima hai parlato di ricostruzione. In un’area colpita dal sisma del 2016, come è stata accolta dal pubblico l’iniziativa di ricostruire il bivacco? Come una necessità o, perdonaci l’espressione, una spesa superflua?

È stata accolta dalla comunità con grande soddisfazione. Sicuramente ricostruire un bivacco non rappresenta una priorità rispetto al ricostruire case ma rappresenta un segnale di rinascita, un segnale che il CAI ha voluto lanciare per incentivare la frequentazione dell’area.

Chi prenota dimostra di aver pianificato l’uscita e compreso le regole di fruizione, mentre il locale di emergenza è aperto tecnicamente a chi ne necessita in caso di emergenza, di fatto a tutti. Hai notato differenze reali nel comportamento e nella gestione dei rifiuti tra chi usa le due diverse aree dello Zilioli?

Più che una distinzione tra chi dorme su prenotazione e chi no in termini di comportamento, bisognerebbe evidenziare il fatto che chi dorme nel locale di emergenza dovrebbe capire che esso vada utilizzato per emergenza. Se si parte con l’intenzione di fermarsi a dormire, bisognerebbe prenotare. Tra l’altro il costo è irrisorio, simbolico, e serve per la manutenzione della struttura. In generale, chi si ferma con consapevolezza in bivacco, lascia eventualmente ciò che sa di poter lasciare, per il bene di chi verrà dopo: materiale non deperibile, come biscotti, pasta, bustine di tè, cibo liofilizzato, e non rifiuti.

Escludendo la chiusura totale di un bivacco, quale potrebbe essere la soluzione per una fruizione più consapevole?

Direi l’autoresponsabilità. So che forse suona un po’ come un’utopia, soprattutto di fronte alle scene cui stiamo assistendo. Se uno sale in bivacco con due bottiglie di vino, l’intenzione è già chiara in partenza.

Nel post che hai dedicato ai bivacchi come punto di passaggio e non di arrivo, qualcuno ha evidenziato che simili comportamenti – definiamoli urbani – siano conseguenza del design dei bivacchi moderni. Che ne pensi?

Credo sia una critica fine a se stessa. Non è che se miglioro il comfort di un bivacco, sto incentivando un certo tipo di fruitore. L’ammodernamento di un bivacco – e vale anche per i rifugi – nasce per offrire un servizio migliore a chi lo utilizza correttamente. Le derive di utilizzo non sono l’obiettivo dei “bivacchi belli”. Il bivacco bello è prima di tutto un bivacco progettato con tecnologie e materiali all’avanguardia per andare incontro all’escursionista o all’alpinista che arriva affaticato, assicurando un ambiente che offra protezione.

Ricapitolando: la chiusura di un bivacco non può essere considerata una soluzione, in quanto priverebbe chi ne ha necessità di un punto di appoggio ed emergenza; escludiamo anche l’idea di realizzare bivacchi “brutti” per limitarne l’attrattività. Tornando alla domanda iniziale, il problema non è chiaramente il bivacco ma l’uomo. Come lavoriamo sul fattore autoresponsabilità? Raccogliere i rifiuti degli altri può servire da esempio?

Fare gli spazzini in quota dovrebbe essere una normalità. Io lo faccio da sempre, e ad insegnarmi a portare sempre nello zaino una busta per recuperare i rifiuti è stato mio nonno, la persona che insieme a mio padre ha maggiormente contribuito ad avvicinarmi alla montagna. Un insegnamento che si ritrova nel mondo degli scout: lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato. È uno di quei piccoli gesti di responsabilità che bisognerebbe imparare a realizzare in montagna. Un discorso che vale per sentieri, bivacchi ma anche rifugi. Pensiamo ad esempio ai rifugi non serviti da teleferiche: un piccolo gesto può essere il chiamare il rifugista e informarsi se serva qualcosa da valle, così come il riportare a valle i rifiuti. Si può e si deve fare.

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