
Le origini delle Aquile tra esplorazione e spirito di gruppo
C’è un legame antico che unisce le Pale di San Martino agli uomini che le hanno percorse, esplorate e vissute. Un legame fatto di roccia, neve, silenzio e appartenenza, nato quando l’alpinismo dolomitico era ancora agli inizi e le grandi pareti delle Pale rappresentavano territori severi, sconosciuti e spesso inospitali. È proprio tra queste montagne che oltre centocinquant’anni fa nacquero le Aquile di San Martino, uno dei gruppi di guide alpine più antichi e simbolici delle Dolomiti.
Già alla fine dell’Ottocento le guide di San Martino di Castrozza erano conosciute ben oltre i confini della valle. Nel 1892 il barone Theodor von Wundt, scrittore, fotografo e alpinista tedesco, descriveva così Michele Bettega, considerato il capostipite delle Aquile: “Conosce i suoi monti in ogni recondito meandro”. Attorno a lui si mossero presto altre figure destinate a segnare la storia dell’alpinismo dolomitico come Giuseppe Zecchini, Antonio Tavernaro e Bortolo Zagonel. Furono loro a dare vita a una realtà che ancora oggi rappresenta molto più di un semplice gruppo di guide alpine.
«Quello che mi affascina ancora oggi», racconta Mariano Lott, presidente delle Aquile di San Martino, gestore del Rifugio Rosetta e guida alpina dal 1983, «è che fin dall’inizio pensarono a collaborare tra loro. Non ragionarono da individualisti, ma crearono subito un gruppo. È forse proprio questa l’intuizione più moderna delle Aquile: l’idea della montagna vissuta insieme, della collaborazione e della cordata come valore umano prima ancora che alpinistico».
Le Pale di San Martino, del resto, non sono mai state montagne semplici. Vastissime, articolate, severe, con oltre cinquanta chilometri quadrati di altopiani, torri e valloni, rappresentavano un terreno d’esplorazione autentico. «Le Pale sono la nostra palestra, il nostro campo di lavoro. Sono il nostro mondo, dove si è costruita la nostra identità», racconta ancora Lott. Ed è proprio tra quelle pareti che le Aquile, accompagnavano gli aristocratici inglesi e alpinisti europei che tra fine Ottocento e inizio Novecento raggiungevano San Martino di Castrozza attratti dal fascino ancora selvaggio delle Dolomiti e delle Alpi.
Il paese stava rapidamente trasformandosi in una delle capitali del turismo alpino. Alberghi, viaggiatori e grandi esploratori cominciavano ad animare la valle, mentre le guide locali accompagnavano i clienti sulle montagne di casa e aprivano nuove vie. «Non dimentichiamoci che il 1° luglio del 1901 Tomasson, Bettega e Zagonel firmarono una delle pagine più importanti dell’alpinismo dolomiti» ricorda, riferendosi alla storica via aperta sulla parete sud della Marmolada verso Punta Penia, una salita pionieristica destinata a entrare nella storia.
Lo spirito delle Aquile tra memoria e cultura della montagna
Ma la forza delle Aquile non si costruì soltanto sulle pareti. A renderle un simbolo della valle fu anche il forte spirito comunitario. A tal proposito, ricorda Mariano, che nel 1921 le guide alpine costruirono quella che ancora oggi è conosciuta come la “Casa delle Guide”, la più antica del paese. Un luogo pensato per permettere alle famiglie delle guide di vivere stabilmente a San Martino durante la stagione estiva. Gli uomini lavoravano in montagna accompagnando clienti e alpinisti, mentre le mogli si occupavano dei prati e della vita quotidiana della comunità. «Fu una scelta importante», racconta Lott, «per creare solidarietà, cooperazione e spirito di gruppo. Le guide continuarono a viverci fino agli anni Cinquanta». Questo permise a tutta la valle di mantenere ancora più viva quell’idea, già profondamente radicata, di appartenenza che ancora oggi caratterizza le Aquile.
Essere Aquila e premierotto, infatti, non significa soltanto fare la guida alpina. Significa appartenere a una storia collettiva e custodire un modo preciso di vivere la montagna. Mariano Lott lo racconta con semplicità, ricordando i presidenti che lo hanno preceduto – Renzo Debertolis, Giulio Faoro, Narciso Simion e Rocco Romagna – figure osservate per anni con rispetto e ammirazione molto prima di immaginare di diventarne presidente. «Non avrei mai pensato di ricoprire questo ruolo», ammette sorridendo. «Ma a un certo punto qualcuno doveva farlo. Mi sono proposto ed eccomi qui».
Oggi le Aquile continuano a promuovere la cultura della montagna e il valore della memoria alpina. «Nel nostro statuto promuoviamo la montagna e la cultura della montagna», ribadendo naturalmente una montagna anche e soprattutto sicura. Un impegno che passa attraverso il racconto delle grandi imprese alpinistiche del passato.
Proprio nei giorni scorsi il gruppo ha ricordato il cinquantesimo anniversario della spedizione al Dhaulagiri del 1976, momento importante non solo per celebrare una pagina storica dell’alpinismo trentino, ma anche per trasmettere alle nuove generazioni il senso di ciò che significava vivere e affrontare la montagna cinquant’anni fa. «È importante raccontare ai giovani cos’era davvero la montagna di allora e come veniva vissuta», sottolinea Lott.
Lo spirito delle Aquile continua a vivere anche nel rapporto con gli altri storici gruppi alpini delle Dolomiti e delle Alpi. Dagli Scoiattoli di Cortina alle guide di Courmayeur fino ai Catores della Val Gardena, il legame tra guide alpine nasce da una comprensione reciproca immediata. «Con gli altri gruppi si crea l’effetto cordata», spiega Lott. «Siamo nati in valli diverse, ma la montagna è sempre la stessa. Condividiamo la stessa passione e si diventa subito amici».
Le Pale, la cordata e il senso di appartenenza
Ed è forse proprio questo il filo che attraversa ancora oggi la storia delle Aquile di San Martino: l’idea che la montagna non sia soltanto conquista, ma appartenenza, memoria condivisa e responsabilità verso chi verrà dopo.
Uno spirito che continua a vivere anche attraverso uomini come Giampaolo Corona, sottolinea il Presidente, alpinista simbolo del Primiero contemporaneo e socio delle Aquile. Uomo segnato dall’amore assoluto per la montagna, Corona ha portato a più di ottomila metri e continua ancora oggi a portare con forza, l’orgoglio e l’identità del gruppo anche dopo le difficoltà che la vita e l’alta quota gli hanno imposto.
Come ribadisce mariano, la montagna, a volte, sa chiedere molto a chi la ama profondamente, ma sa anche restituire appartenenza, forza e senso di comunità.
Le Aquile continuano a tramandare questo da più di centocinquant’anni: non soltanto vie, salite e imprese alpinistiche, ma un modo di stare al mondo attraverso la montagna. Con rispetto, orgoglio e spirito di cordata.