Alta quota

L’aquilone di Gaza è arrivato sull’Everest: “Mi ha spinto la frase di una bambina”

L’intervista a Leonardo Avezzano, filmmaker e fotografo italiano che ha portato in vetta all’Everest la bandiera-aquilone con i sogni dei bambini di Gaza. Un progetto nato insieme all’alpinista palestinese Mostafa Salameh, costretto però a rinunciare alla cima per problemi di salute.

Quando Leonardo Avezzano è arrivato sulla cima dell’Everest il 21 maggio, nello zaino non aveva soltanto una bandiera palestinese trasformata in aquilone. Portava con sé anche decine di messaggi scritti dai bambini di Gaza: sogni, desideri, professioni immaginate per il futuro. Diventare medici, giornalisti, insegnanti, poeti.

L’idea era nata insieme a Mostafa Salameh, alpinista giordano-palestinese e primo arabo a completare le Seven Summits, ma la spedizione ha preso una piega diversa durante l’acclimatamento. Problemi di salute hanno infatti costretto Salameh a fermarsi prima del tentativo finale. Così Avezzano ha deciso di continuare da solo, spinto anche dalle parole di una bambina palestinese conosciuta durante il progetto. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come è nato questo viaggio e cosa ha significato arrivare sulla montagna più alta del mondo con quell’aquilone.

Leonardo, come è nata l’idea?

Dopo lo scoppio dell’ennesima guerra a Gaza ci siamo chiesti cosa potessimo fare concretamente. Poi è successo che Mostafa è andato a Rafah e ha avuto modo di incontrare alcuni bambini. Questi hanno iniziato a scrivere i loro sogni su delle sciarpe. Chi voleva diventare medico, chi giornalista, chi insegnante, chi ingegnere.

Da lì è nato il progetto “Rising Dreams”. Un progetto che ha come obiettivo, non solo la sensibilizzazione, ma anche la raccolta di fondi per cure mediche, medicine e altre iniziative di supporto ai bambini di Gaza.

E l’aquilone?

Io avevo una bandiera palestinese appesa sul balcone di casa. Mia madre l’ha trasformata in un aquilone e abbiamo deciso di portarlo in Nepal. L’idea era far arrivare simbolicamente quei sogni sulla montagna più alta del mondo.

Doveva essere una salita condivisa?

Sì. Io ero partito soprattutto per documentare la storia di Mostafa. Lui aveva già salito l’Everest nel 2008 e questo progetto nasceva prima di tutto dal suo sogno personale di portare una bandiera che simboleggiasse la pace in vetta. Non è mai stato un progetto legato all’ego o alla prestazione sportiva. Io volevo raccontare una storia umana, qualcosa che andasse oltre la montagna.

Poi però qualcosa è cambiato durante la spedizione…

La stagione sull’Everest è stata complicata fin dall’inizio. La partenza delle spedizioni è slittata a causa dei problemi legati a un seracco instabile lungo la seraccata del Khumbu e questo ha reso tutto più difficile.

Così, per ridurre i rischi, sia per noi sia per i compagni nepalesi che erano con noi, abbiamo deciso di fare parte dell’acclimatamento sul Lobuche, dormendo due notti in quota. È stato lì che Mostafa ha iniziato ad avere problemi a una mano: una sorta di piccola trombosi a un dito. Rientrato al campo base inizialmente un medico gli aveva consigliato delle cardioaspirine, ma la situazione è peggiorata. Così è sceso a Kathmandu per fare ulteriori controlli e lì gli hanno detto chiaramente di non rischiare, soprattutto per evitare congelamenti o complicazioni più serie.

In quel momento avete pensato di fermare il progetto?

Sì, assolutamente. Ci siamo chiesti se avesse ancora senso continuare. Per noi il progetto era nato insieme e l’idea iniziale non era certo che io salissi da solo.

Poi?

Ogni settimana facevamo delle videochiamate con alcuni bambini a Gaza e una bambina ci ha detto una frase che mi è rimasta dentro: “Questa è la cosa più bella che ci sia successa dall’inizio della guerra”. Sentendo quelle parole abbiamo preso la decisione di andare avanti, di portare quell’aquilone sul tetto del mondo.

Com’è stata la salita finale verso la vetta?

Molto intensa, soprattutto dal punto di vista emotivo. Avrei dovuto tentare la vetta il 20 maggio, ma quando ho visto la quantità di persone presenti sulla montagna ho deciso di aspettare un giorno. Amo la montagna e non volevo vivere quell’esperienza in mezzo a una folla enorme. Così sono partito il 21 maggio, quando la situazione era leggermente più tranquilla. In alto però, all’Hillary Step, ho vissuto un momento molto forte. C’era un corpo lungo il percorso e vedere il modo in cui alcune persone gli passavano sopra o accanto senza nemmeno guardare, mentre altre cercavano di mostrare rispetto, mi ha colpito profondamente.

In quel momento ho davvero pensato di fermarmi. Mi sono chiesto se quello fosse ancora il mio modo di vivere la montagna. Poi però ho ripensato a quello che sta facendo e sono riuscito a continuare.

Che momento è stato arrivare in cima con quell’aquilone?

È stato qualcosa di molto forte, non tanto per me, ma per essere riuscito a portare in vetta quel simbolo. Spero che questa storia riesca almeno a smuovere un po’ le coscienze. Non voglio invitare le persone a scalare l’Everest per Gaza. Il punto è un altro: ricordarsi che dietro a questa guerra esistono bambini con desideri, talenti e sogni enormi. E la cosa che mi ha colpito di più è che molti di quei sogni non erano individuali. Non parlavano di fama o soldi, come spesso succede nel mondo occidentale. Volevano diventare medici, giornalisti, ingegneri per aiutare la propria comunità e ricostruire Gaza.

C’è un sogno che ti è rimasto particolarmente impresso?

Sì. Quello di una bambina non vedente con cui ho parlato più volte. Scrive poesie usando una macchina Braille e ha una conoscenza incredibile della lingua araba. Il suo sogno è diventare poetessa. È una delle storie che mi porterò dentro più a lungo.

E adesso? Il viaggio dell’aquilone continua?

Sì. L’idea è che questo aquilone continui a viaggiare. Mostafa nei prossimi mesi lo porterà sul Toubkal, in Marocco, e sul Kilimangiaro, in Tanzania, mentre stiamo pianificando anche una spedizione al Monte Vinson, in Antartide. Vorremmo continuare ad aggiungere nuovi sogni all’aquilone e, un giorno, riuscire a riportarlo a Gaza per farlo volare lì.

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