Cronaca

Dare un nome al rischio: perché la montagna che cambia ha bisogno di un nuovo vocabolario

Frane, valanghe, alluvioni improvvise, perdita di permafrost, incendi, laghi glaciali instabili: nel tempo della crisi climatica i rischi in montagna si moltiplicano e si intrecciano. Per affrontarli non servono solo più dati, ma anche parole più precise.

Che gli ambienti poco (o per niente) antropizzati nascondano dei pericoli, più o meno evidenti, per noi (ormai) animali di città è un dato di fatto. Che tali pericoli stiano cambiando rapidamente negli ultimi decenni, anche. Soprattutto agli occhi di chi questi ambienti li frequenta spesso.

Come frequentatori della montagna stiamo imparando, una notizia alla volta, come sia facile innescare delle reazioni a catena: una pioggia intensa può determinare una colata detritica; il disgelo del permafrost può destabilizzare una parete rocciosa; il ritiro di un ghiacciaio può lasciare spazio a un lago instabile; un incendio può rendere un versante più fragile e aumentare il rischio di erosione, e così via. I fenomeni si susseguono e si amplificano, ed è proprio questo che rende la montagna contemporanea un territorio sempre più difficile da leggere.

In effetti, si tratta di una novità. Per molto tempo abbiamo raccontato i rischi naturali come degli eventi distinti: la valanga, la frana, l’alluvione, la siccità, l’incendio. Ognuno con la sua dinamica, il suo lessico, i suoi esperti e le sue procedure. Ma la crisi climatica sta mettendo in discussione questa separazione, cambiando, anno dopo anno, il contesto in cui quei fenomeni si verificano.

E così, diventa importante non solo capire se un evento accadrà, ma anche come diversi pericoli possano interagire tra loro. Per farlo, un passaggio essenziale è quello del comprendere quali parole usare per descriverli e studiarli. Per fortuna, gli esperti del settore l’hanno capito già da tempo, e hanno lavorato per dare alla luce un documento all’apparenza molto tecnico, ma nella pratica molto utile, intitolato Hazard Information Profiles. Si tratta di una banca dati internazionale sviluppata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri (UNDRR) che raccoglie 281 profili di pericolo, costruiti attraverso un processo consultivo con scienziati ed esperti di tutto il mondo.

A prima vista può sembrare un catalogo per specialisti, ma in realtà è una sorta di vocabolario comune del rischio, che ha l’obiettivo di fornire a governi, agenzie, ricercatori, educatori e decisori pubblici una base condivisa per prepararsi ai disastri, raccogliere dati sulle perdite e pianificare interventi in modo coerente.

Quando parliamo di rischio, le parole sono molto importanti: se un territorio non distingue bene tra frana, crollo, colata detritica, alluvione lampo o piena da svuotamento improvviso di un lago glaciale, rischia di sottovalutare i processi in corso. Se enti diversi usano categorie diverse, diventa più difficile confrontare i dati, costruire mappe di pericolosità, progettare allerte, aggiornare i piani di protezione civile o comunicare correttamente con cittadini e frequentatori della montagna.

Nelle aree montane questo è particolarmente importante. Molti dei profili definiti nel documento saranno familiari a chi frequenta le terre alte: valanghe, alluvioni improvvise, piene da fusione nivale, piene da svuotamento di laghi glaciali, frane, crolli, colate di detrito, erosione, incendi, perdita di permafrost, degrado del suolo e perdita di biodiversità.

Soffermiamoci sui ghiacciai, così importanti che lo scorso anno, il 2025, è stato dedicato proprio alla loro tutela da parte delle Nazioni Unite. Il loro ritiro, infatti, implica cambiamenti nella disponibilità di risorse idriche, nella stabilità dei versanti, nella formazione di nuovi laghi, nella percorribilità degli itinerari e nella sicurezza delle infrastrutture, per citarne alcuni. 

Le montagne europee sono particolarmente sensibili al riscaldamento, come ci racconta il Rapporto dello Stato Europeo del Clima, pubblicato da poche settimane. Certo, i versanti franano anche per ragioni geologiche, morfologiche e sismiche, ma il cambiamento climatico modifica alcune condizioni di fondo: scalda l’aria, altera il ciclo dell’acqua, riduce la durata e la distribuzione della neve, accelera la perdita di ghiaccio, aumenta la frequenza o l’intensità di alcuni estremi. In questo nuovo contesto, processi già noti possono manifestarsi in luoghi, tempi o combinazioni meno prevedibili.

Qui il vocabolario del rischio diventa uno strumento pratico. Se una frana cade in un lago glaciale, può generare un’onda. Se quell’onda supera una morena, può innescare una piena improvvisa. Se la piena trasporta sedimenti, può diventare una colata detritica. Se lungo il percorso incontra ponti, strade, rifugi, centrali idroelettriche o paesi, il pericolo naturale diventa rischio per le persone e per le infrastrutture. Descrivere bene questa catena serve a prepararsi.

I profili raccolti da UNDRR nascono proprio dall’esigenza di leggere il rischio in modo più sistemico. Un cambio di sguardo che riguarda inevitabilmente anche chi racconta la montagna, che ha spesso il compito difficile di non banalizzare il pericolo e allo stesso tempo non trasformare ogni evento in una narrazione catastrofista. Per farlo servono parole corrette: la precisione diventa così una forma di responsabilità verso chi vive, lavora e si muove in montagna.

Naturalmente, un glossario internazionale non basta – servono i le reti di monitoraggio, la cartografia geomorfologica, i piani di protezione civile… – ma può offrire una cornice comune dentro cui mettere ordine.

Perché la montagna sta cambiando anche dal punto di vista della frequentazione. Itinerari un tempo considerati relativamente semplici cambiano stagione, esposizione o finestra di percorrenza. Alcune vie glaciali diventano più tecniche o più pericolose. Tratti rocciosi prima protetti dal ghiaccio emergono e si disgregano. I rifugi devono confrontarsi con problemi di approvvigionamento idrico, instabilità dei versanti, accessi più difficili. Le località turistiche devono ripensare non solo l’offerta, ma anche la gestione della sicurezza in un ambiente meno prevedibile.

In questo scenario, la cultura del rischio non può essere confinata agli addetti ai lavori, ma diventare parte della cultura della montagna. Così come abbiamo imparato a leggere un bollettino valanghe, dovremmo imparare a leggere anche altri segnali: come l’evoluzione di un ghiacciaio, la presenza di nuovi laghi o le piogge intense dopo periodi siccitosi.

Dare un nome al rischio significa rendere le terre alte più semplici da leggere. E una montagna più comprensibile è una montagna che possiamo frequentare, abitare e amministrare con maggiore consapevolezza.

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